La setta dei somarelli in cattedra

Renzi
Poeta estinto o Kennedy redivivo?

Chi non sa fare insegna, chi non sa insegnare fa il preside e chi non sa né insegnare né fare il preside fa il pedagogista, cioè colui che insegna ad insegnare. Peggio del pedagogista è il sinistro dell’istruzione, la cui parte nel corso della storia repubblicana del Bel Paese è stata interpretata da fior di somari e somare: fra gli uni, un tale che faticava a coniugare i congiuntivi, datosi poi alla politologia; fra le altre, una signora che voleva appiccicare per tutta la vita il curriculum scolastico ai poveri sudditi, alla maniera d’un certificato del casellario giudiziale. Ora siamo al culmine: un presidente del consiglio parolaio che blatera di buona scuola proponendo riforme da far rabbrividire, e per placare l’avversione montante di utenti e addetti ai lavori (avversione, peraltro, le cui motivazioni sono spesso fuori strada) sale in cattedra e con tanto di gessetti illustra alla lavagna le magnifiche sorti e progressive di cui il nuovo sistema scolastico sarà promotore negli anni a venire. Incravattato e senza giacca, maniche rimboccate, si sente da un lato un Kennedy redivivo, dall’altro un novello professor Keating dell'”Attimo fuggente”, come la stampa reggicoda non ha tralasciato di sottolineare con evidente compiacimento. Due miti incartapecoriti. Kennedy è stato santificato per qualche tempo dalla tragica sorte che gli è toccata, ma gli errori e le malefatte della sua presidenza, ormai indagati dalla storiografia, non lo collocano certo fra i grandi dell’umanità. Il professor Keating è un trombone, che l’interpretazione di Robin Williams rende ancor più trombonesco. Piacque in Italia a tanti nostalgici del Sessantotto, ma se ne analizziamo bene il comportamento è un personaggio detestabile. Impostando l’insegnamento secondo metodi e scelte che vanno contro le direttive della dirigenza viene meno ai suoi obblighi contrattuali; imponendo agli alunni di strappare le pagine introduttive del libro di testo di letteratura compie un atto da un lato autoritario, dall’altro diseducativo, perché i libri non si stracciano: se il loro contenuto non piace, si confutano; escludendo dalle lezioni le parti del programma che non gli garbano, depriva i discepoli di contenuti culturali cui hanno diritto; intervenendo maldestramente nel conflitto familiare fra il suo alunno Neil e il padre, di fatto causa il suicidio del ragazzo. Alla malora! Ma torniamo al Nostro. Nei suoi panegirici della scuola prossima ventura non manca la promessa di un ritorno in forze della “cultura umanista”. Sì, avete letto bene, cultura umanista, non umanistica, come si è sempre detto e si dovrebbe continuare a dire. Dove ha studiato, il Nostro? E la sua favella toscana che inciampo ha preso? Certo, se andiamo a spulciare fra autori di un passato antico e meno antico, potremo anche trovare un’espressione del genere. Ma oggi suona fessa. Come suonerebbe fesso dire “Vadi”, anche se Dante lo mette in bocca a Manfredi di Svevia nel Canto III del Purgatorio (“vadi a mia bella figlia, genitrice/de l’onor di Cicilia e d’Aragona”), e come suonano fessi ” parlevamo, vedavamo”, mostriciattoli che si ha modo di sentire anche sulla bocca di chi magari vanta il patentino di giornalista (né vale anche qui rifarsi a Dante, Inferno, V: “Noi leggiavamo un giorno per diletto…”). Caro signor presidente del consiglio, mi permetta di darle un…consiglio(scusi il gioco di parole): faccia come quel prelato che in epoca umanistica (lei direbbe “umanista”) per non guastare il suoi bel latino ciceroniano con quello ecclesiastico smise di celebrare la messa. Smetta di frequentare la lingua di Albione, e , visto che le piace tanto il verbo “rottamare”, mandi alla rottamazione espressioni teratologiche del tipo “spending rewiew”, “job act” e simili, e risciacqui i suoi panni in Arno.

Giovanni Tenorio

Giovanni Tenorio

Libertino