Pane e giustizia

Da qualche giorno si sta cominciando a montare il grande evento della Prima alla Scala. Interviste, anticipazioni, pettegolezzi. La città di Milano si sta preparando al fatidico appuntamento. Attesa frenetica per il collegamento RAI, schermo gigante in Galleria, Tosca di qua, Tosca di là, Tosca di su, Tosca di giù. A me da tempo queste cerimonie sono venute a noia. La Scala, si dica quel che si vuole, è diventato un teatro di provincia. Un tempo aveva una sua cifra inconfondibile, era un modello unico al mondo. Nel secondo dopoguerra ha avuto momenti di splendore. Anche di crisi, ma è sempre riuscita a risollevarsi. Dopo la cacciata di Muti, nel 2005, è stato il tonfo. La sovrintendenza Lissner (un personaggio che della musica italiana conosce poco o niente) è stata disastrosa. Ha fatto guasti a Milano, ora è stato chiamato a Napoli. Ne farà anche lì. Barenboim è sicuramente un direttore d’orchestra di prim’ordine. Sotto Lissner ha allestito un “Tetralogia” wagneriana di alto livello; ma la sua dimestichezza con l’Opera italiana è assai modesta. Mediocre il suo “Simon Boccanegra”. Brutto il “Fidelio” che aprì la stagione 2014-15. Ancor più brutto il “Don Giovanni” del 2012: il che mi riempì di stizza, e si può capire bene perché. Il livello più basso degli allestimenti di quel periodo s’è avuto però con la “Traviata” del 2013, diretta da un Daniele Gatti un po’ pasticcione, con un allestimento scenico vomitevole. Con l’arrivo di Pereira le cose non sono migliorate. Sotto il suo regno mi è capitato di assistere alle “Nozze di Figaro” più rivoltanti della mia vita. Un’orchestra pesante, irriconoscibile, sotto la bacchetta di Franz Welser Moest, che dovrebbe avere Mozart nel sangue e invece dirigeva come il più trasandato capobanda di paese (con tutto il rispetto per le bande, che svolgono una funzione benemerita!), una compagnia di canto mediocre e un allestimento scenico lugubre. Abbandonai il teatro dieci minuti prima della conclusione, per non rovinarmi del tutto la serata. Con l’arrivo dei sovrintendenti d’Oltralpe s’è spalancata la porta al teutonico “teatro di regia”,  che ormai ha contaminato anche le ultime leve dei registi italiani (complici i direttori d’orchestra compiacenti, come quel Michele Mariotti di cui non sono ancora riuscito a digerire l’abominevole “Guglielmo Tell” al ROF di Pesaro di qualche anno fa). Mi sono rifiutato di guardare anche soltanto da lontano l'”Attila” dello scorso anno con regia di Livermore. Anche quest’anno mi terrò lontano da “Tosca”, affidata alle medesime cure. Chailly, che la dirigerà, promette di presentarne un’ interpretazione nuova, arricchita dalla reintroduzione in partitura di alcune battute che, dopo l’esordio dell’Opera a Roma, furono espunte, con il pieno consenso dell’autore, e forse per sua volontà. Alcune di queste battute sarebbero di una modernità sconvolgente, anticipando il linguaggio atonale. Sarà, non ho la competenza per addentrarmi in questi tecnicismi musicologici. Lo so: qualcuno ha affermato che se Puccini fosse vissuto più a lungo sarebbe approdato alla dodecafonia. Se è vero, meglio che sia morto prima. Per annoiarsi a morte, basta e avanza l’ “Ulisse” di Dallapiccola. Se ora qualcuno mi vuol lapidare, mi lapidi pure. Sono reazionario, e me ne faccio un vanto (ma sull'”Ulisse” di Dallapiccola, Cesare Brandi, che reazionario non era, nella sua “Teoria generale della critica” la pensava come me). Questa mania di recuperare quel che i compositori hanno gettato nel cestino dei rifiuti, grazie a un senso autocritico meritevole di lode (Giovanni Gavazzeni ha scritto che Puccini era un genio non solo quando componeva, ma anche quando eliminava) è un vezzo di Chailly, che fece qualcosa di simile anche in una modesta “Fanciulla del West” dove si promettevano mirabilia che forse si sentirono, ma non lasciarono traccia. D’altra parte, è una pratica in linea coi tempi. Non siamo nell’epoca di Greta Thunberg, dell’anticonsumismo, del riciclaggio? E allora, avanti a riciclare anche quello che i compositori hanno buttato via. Perché tanto spreco? Anche gli organizzatori delle grandi abbuffate che si celebrano dopo la Prima non hanno voluto essere da meno. Hanno avuto la compiacenza di proclamare che la cena offerta alle maestranze del teatro sarà “plastic free”. Ecco dove arriva la stupidità umana. Era già arrivata in Vaticano. Anche il signore vestito di bianco che soggiorna all’Hotel Santa Marta aveva detto poco tempo fa che il Vaticano è “plastic free”. Ma da uno come lui ci si può aspettare di tutto.Quello di cui la Prima della Scala non riuscirà mai a essere “free” è l’imponente schieramento di polizia, stile Bava Beccaris, che blinderà ancora una volta la piazza e i dintorni. Questa sì è una peculiarità tutta italiana, che solo il tempio del Piermarini offre, e non avrà mai l’eguale in tutto il mondo. Un vero primato. Forse l’unico motivo per cui varrebbe la pena di mettersi in viaggio per Milano dalle più lontane contrade. Che spettacolo, ragazzi! Quello sì, unico, non gli allestimenti scenici, tutti uguali, uno più brutto dell’altro, che si possono vedere un po’ dappertutto, da Londra a Berlino a Parigi a Vienna a Barcellona a New York a Sidney. Altrove, clama piatta! Ero a Monaco di Baviera cinque anni fa, per quella splendida “Tetralogia” diretta da Kent Nagano che, sotto l’aspetto musicale, rimane fra le cose più belle che io abbia mai ascoltato in vita mia (solo sulla regia esprimerei qualche censura). La cosa che mi stupì più di tutte fu che, sulla piazza davanti alla Staatsoper, mentre il pubblico si affollava agli ingressi del teatro, non c’era neanche un vigile urbano. Monaco è la città dove, in piena notte, si può passare davanti alla stazione centrale sentendo parlare tutte le lingue del mondo fuorché il tedesco, senza vedere un poliziotto e senza la minima paura di venire aggrediti. Provate a fare lo stesso esperimento davanti alla stazione centrale di Milano, e sappiatemi dire. Ma in  Italia dai tedeschi si è capaci di imitare solo il “teatro di regia”. Il sindaco di Milano, Sala, che ha voluto dare anche ai prossimi festeggiamenti di fine anno un’impronta “ecologista”, ha lasciato trapelare che forse, prima o poi, potrebbe invitare ufficialmente Greta Thunberg. In questo modo si para il culo: può star sicuro che a protestare in Piazza della Scala, la sera della Prima, non ci saranno gli ambientalisti. Milano è città ambientalista, “plastic free” e gretina. Ma qualche protesta ci vuole, altrimenti si guasta la festa di Sant’Ambrogio. La “Tosca” si può vedere dappertutto (anche se, purtroppo, senza gli scarti recuperati dal cestino dei rifiuti), la rissa con gli sbirri in assetto di guerra no. Io ho una proposta da fare. Nei paraggi di Piazza della Scala e Galleria sono accampati, non solo di notte, parecchi senzatetto. Nessuno si accorge di loro. Se fossero migranti, ci si mobiliterebbe a loro favore. Forse non sono neanche terroni. Può anche essere che molti di loro siano milanesi DOC (anche se i milanesi purosangue ormai sono una sparuta minoranza). Senzatetto che dormono all’addiaccio sotto le stelle sono sparsi un po’ in tutte le contrade della “città, lasciva/ d’evirati cantori allettatrice”. Si uniscano, facciano causa comune, vadano con i loro stracci e i loro sordidi giacigli a protestare contro il sindaco Sala davanti a Palazzo Marino e sotto i portici della Scala, la sera della Prima. Stiamo a vedere se gli sbirri in assetto di guerra avranno il coraggio di sgomberarli con la forza  per non offrire al bel mondo lo spettacolo indecoroso della miseria. Vi ricorda niente? “Mi menano in prigione  perché ieri ho gridato pane e giustizia” gridava un certo Renzo Tramaglino. 

Giovanni Tenorio

Giovanni Tenorio

Libertino

Un pensiero riguardo “Pane e giustizia

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    6 Dicembre 2019 in 3:07 pm
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    Da me ci sono “I Vespri” nell’originale francese ma come al solito notevolmente spostati d’epoca (in avanti, ovviamente). C’è del buono nelle pseudoregìe: non ci vado e così risparmio soldi. Non butto tra i rifiuti tutta la dodecafonia, apprezzo alcuni melodrammi moderni come “Il Cordovano” di Goffredo Petrassi, opera che per altro dodecafonica non è (a proposito: lui morì a novantotto anni; la figlia Alessandra, archeologa, ci ha lasciati da pochi mesi a soli cinquantaquattro anni). Ma non sopporto la saccenteria oltranzista di coloro che vorrebbero vedere aboliti gli allestimenti dei lavori del passato per esaltare come capolavoro “Il silenzio” di John Cage. Se è questo che preferisce l’attuale sindaco di Milano, allora si faccia definitivamente… “Silenzio” in Sala.

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