Menu di Stato

Cari amici, forse ricorderete che, tempo fa, prendemmo posizione a favore di chi proibiva la vendita di merendine a scuola da parte di persone non autorizzate (nel caso specifico, alunni  che si improvvisavano piccoli imprenditori della ristorazione, vendendo i loro prodotti durante l’orario scolastico  entro l’area dell’istituto  frequentato). Facemmo notare che  in qualsiasi regime, anche il più anarchico possibile, i responsabili di una qualsiasi attività sarebbero liberi, negli ambiti e nei luoghi della loro competenza, di sottoscrivere contratti di fornitura con soggetti esterni riservando ad essi l’esclusiva del servizio, e inibendo ad altri, di conseguenza, interventi di tipo concorrenziale. Il nostro pensiero era in contrasto con quello di molti libertari. Rimaniamo però convinti che le nostre argomentazioni non prestavano il fianco a obiezioni, se è vero che in casa propria ciascuno è sovrano. In un’azienda che appalta il servizio di ristorazione per i dipendenti a un soggetto esterno, sarebbe concesso a un dipendente di vendere panini ai colleghi nell’orario di permanenza in sede? Crediamo proprio di no. Altro discorso se lo fa a casa sua o in un altro luogo in cui ha ottenuto la concessione dal proprietario. Tornando alla scuola, in particolare alla scuola pubblica, che dire se, invece, un alunno, anziché usufruire del servizio di ristorazione offerto  a pagamento dall’istituto, preferisce portarsi la colazione da casa? In questo caso non si viola nessuna esclusiva, perché non si mette in atto alcuna attività commerciale a scopo di lucro. La scelta può essere dovuta a vari motivi, non ultimo quello di risparmiare. La ditta che ha in appalto il servizio ci perde, ma non per effetto di concorrenza indebita. Se un turista a Venezia, per non farsi scorticare, preferisce portarsi con sé una bottiglietta d’acqua minerale comperata in un supermercato invece di consumarne un bicchiere  in un bar, è più o meno la stessa cosa: il bar ci perde, ma il turista è nel pieno diritto di dissetarsi come vuole. Dobbiamo ammettere che il nostro discorso si presta a qualche obiezione. Qualcuno potrebbe osservare che la scuola, pubblica o privata che sia, conserva anche in questo caso la facoltà di imporre un regolamento nel quale si prescriva che non si possono consumare pasti portati da casa. Se la scuola è privata, forse l’obiezione ha un suo fondamento. Il proprietario è sovrano (mentre a Venezia nessun sindaco può imporre a un turista di ristorarsi in un bar, anche se certi regolamenti, con la scusa del pubblico decoro e dell’igiene, mirano proprio a questo risultato). Se è pubblica, forse no. Perché un servizio pubblico, pagato dai contribuenti (anche da chi non ne usufruisce) dovrebbe introdurre una regola costruita su misura a favore di un soggetto esterno (nel nostro caso, la ditta di ristorazione) quando non è in gioco una legittima esclusiva di vendita? A meno che il momento dell’assunzione dei pasti non rientri in un  programma di educazione alimentare. In questo caso l’aspetto didattico-educativo assumerebbe la preminenza; ma è opinabile che i pasti possano essere distribuiti a pagamento. O meglio: potrebbero anche essere a pagamento, ma a patto che l’educazione alimentare sia  proposta come offerta didattica facoltativa. Inutile precisare che stiamo ragionando dando per scontato l’attuale sistema scolastico, che è di fatto monopolio dello Stato, anche in presenza di scuole cosiddette private. In un sistema davvero libero e concorrenziale si troverebbe di tutto: scuole senza servizio di ristorazione, scuole dove, in alternativa alla ristorazione offerta dall’istituto, gli alunni hanno la facoltà di portarsi il panino da casa, scuole dove per i pasti si può solo usufruire della mensa scolastica, scuole dove la ristorazione rientra in un programma di educazione alimentare che tutti gli alunni sono tenuti a seguire (a pagamento o no), scuole dove l’educazione alimentare è facoltativa (e a pagamento). Ogni famiglia potrebbe scegliere secondo i propri criteri e i propri gusti, e anche secondo le proprie disponibilità finanziarie. Una scuola sarebbe anche libera di fornire cibo-spazzatura a prezzi infimi, o addirittura gratuitamente. Sarebbe frequentata soltanto dai poveri, che non possono permettersi di meglio? Non è detto, visto che il cibo spazzatura è tanto di moda. Forse i veri poveri preferirebbero il panino portato da casa.In Italia, in un primo tempo la Magistratura aveva dichiarato lecito, in una scuola pubblica, portarsi il panino da casa pur in presenza di un servizio di ristorazione istituzionale. Ultimamente, la Corte di Cassazione ha ribaltato il verdetto. Motivo: quello di scegliere il tipo di alimentazione preferito non è un diritto soggettivo perfetto. C’è da rimanere sbigottiti. Potevano essere addotti altri motivi più pertinenti, del tipo di quelli che anche noi qui sopra abbiamo discusso. Ma deprimere il diritto di scegliere i pasti preferiti a mero interesse legittimo apre la strada a derive pericolose. Se il principio, anziché essere limitato all’ambito scolastico, viene inteso come universale, allora, con la scusa di tutelare la salute dei cittadini lo Stato potrà imporre a tutti certi tipi di alimentazione a scapito di altri. Già siamo su questa linea, quando si tassano certi prodotti alimentari o certe bevande a vantaggio di altri, con la motivazione che fanno male alla salute, che provocano obesità, ecc. ecc. Intendiamoci bene: che in Italia si stiano perdendo le buone abitudini alimentari di un tempo è vero. Che si stia abbandonando la cucina mediterranea a favore di altri tipi di alimentazione poco salutari è un dato di fatto ben documentato. Che la scuola possa, e forse debba, occuparsi del problema, orientando gli alunni verso scelte alimentari sane, nell’ambito di una programmazione che coinvolga tutti gli insegnanti, in particolare quelli delle materie scientifiche, è anche questo più che ragionevole. Ma che lo Stato deprima il diritto di scegliere i pasti preferiti a mero interesse legittimo, no e poi no. Di proibizionismo ne abbiamo già fin troppo. Il risultato è quello di aggravare i problemi anziché risolverli. Sappiamo come finì in America la lotta all’alcolismo. Abbiamo sotto gli occhi i guasti della guerra alla droga. Sono tutte battaglie che lo Stato non vuol vincere, perché ogni sconfitta, anziché indurre alla resa, sembra rendere necessaria una più forte repressione.Il Grande Fratello così si rafforza. Sapete che vi dico? Se si continua su questa linea, finirò anch’io, amante del Marzemino, a bere litri dell’aborrita Coca Cola, per il solo piacere di fare uno sberleffo allo Stato Etico. 

Giovanni Tenorio

Giovanni Tenorio

Libertino

2 pensieri riguardo “Menu di Stato

  • Leporello
    15 Agosto 2019 in 7:57 am
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    La mia esperienza recente conferma che l’organizzazione e l’assegnazione del servizio mensa (fornitore selezionato dal Comune, attraverso le misteriose “consulte” e pagato dagli utenti) è una attività strettamente politica a livello comunale, anzi, quasi elettorale.

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    16 Agosto 2019 in 3:38 pm
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    Finiranno per imporre agli studenti il cibo spazzatura chiedendo loro di pagarlo. Lo sberleffo allo stato etico è possibile anche continuando a bere Marzemino. Gli stati sono tendenzialmente proibizionisti e falsamente salutisti. Magari, per ragioni mercantilistiche, potrebbero imporci la bevanda citata da Don Giovanni e vietarci vini e birre. Se ci salviamo è perché quella bevanda lì è prodotto statunitense, quindi di una zona geografica politicamente nemica. Specie se in maggioranza ci sono i repubblicani.

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