La favola dei mini-bot

La  proposta di pagare i debiti della Pubblica Amministrazione verso i privati stampando i cosiddetti “Mini-Bot” (dieci e lode a chi ha inventato questo turpe neologismo) ha suscitato un bel vespaio. Confesso che anch’io ne sono rimasto piuttosto sconcertato, per non dire di peggio. La testa mi gira. Vediamo di raccapezzarci un po’, e di capirci qualcosa, ammesso e non concesso che abbia anche solo una parvenza di senso tutto quello che sta affastellando lo sciagurato governo in carica, e non sia invece un sogno grottesco di cervelli malati (cervelli di scemi, sia ben chiaro, di mentecatti, non di pazzi, perché i pazzi molto spesso sono più intelligenti dei sedicenti savi). Innanzitutto: da dove ha preso il bel suggerimento l’onnipresente ministro degli Interni, il quale farebbe bene a limitarsi alle competenze del suo dicastero, lasciando ai suoi colleghi cui sono state demandate le funzioni relative all’economia, alla finanza e al bilancio il compito di far quadrare sviluppo e conti pubblici, onorando nel contempo i debiti che lo Stato, il peggior pagatore in assoluto, ha contratto con i privati?  La risposta non lascia adito a dubbi: Borghi e Bagnai, i due guru del pensiero economico salviniano, i cui princìpi non sono molto lontani da quelli del Gatto e della Volpe dell’immortale capolavoro di Collodi. Sotterra denaro che ne crescerà la pianta, così tutti diventeremo ricchi cogliendone i frutti. Si dirà: ma questa è l’economia capitalistica moderna, quella vigente in tutto il mondo dopo quella che Fukuyama ha chiamato (stoltamente) “fine della Storia, dove le Banche Centrali stampano moneta a iosa. Ricordate Draghi, quando disse che per salvare l’Euro avrebbe fatto “whatever it takes?” Con il suo “Quantitative Easing in realtà ha salvato innanzitutto l’Italia dalla bancarotta, abbassando artificialmente il differenziale tra il rendimento dei titoli italiani a lunga scadenza e i corrispondenti tedeschi (il famigerato “spread) e facendo un bel regalo al governo Monti. E la FED fa qualcosa di diverso? Neanche per idea, fa anche di peggio. E la Banca Centrale nipponica, cardine delle Abenomics, che finora non hanno risollevato il Giappone da una stagnazione decennale? Vero, tutti falsari allo stesso modo; ma qualche limite se lo pongono. Invece Borghi e Bagnai vanno molto oltre: pretenderebbero di far ripartire lo sviluppo aggiungendo debito a debito, dimenticando che in Giappone il debito, altissimo, è detenuto quasi tutto dai giapponesi, mentre il debito pubblico italico è in buona parte detenuto anche da soggetti stranieri; i quali a un certo punto, se le cose si mettono male, potrebbero essere tentati di disfarsene. Ricordate quando la Merkel e Sarkozy si diedero una gomitata, e misero in crisi i conti dell’Italia invitando le loro banche a vendere i titoli italiani presenti nei loro portafogli? Il governo Berusconi-Tremonti finì sott’acqua e arrivò Mario Monti a salvare la Patria, sappiamo come.

Basterebbe, dunque, il nome di questi illustri suggeritori a gettare un’ombra nera sulla proposta.  Riguardo alla quale, ci si confronta su una questione di lana caprina:questi benedetti Mini-Bot, nel caso sciagurato che dovessero davvero vedere la luce, sarebbero nuovi titoli di debito o sarebbero moneta? Sarebbero semplicemente pezzi di carta straccia; e comunque bvengano classificati, moneta o debito, sarebbero illegali alla luce delle normative europee. Non si possono inventare monete parallele, e non si può mascherare l’ammontare complessivo del debito pubblico emettendo titoli diversamente nominati, tenendoli fuori del conteggio complessivo. Si dirà: Francia e Germania, a loro modo, fanno l’una cosa e l’altra (la Francia stampa anche un Franco coloniale, in corso nei territori delle sue ex- colonie; le banche locali tedesche riescono di fatto a “creare” le loro monete), ed entrambe riescono furbescamente a escludere parte del debito dal computo ufficiale. Vero, ma non in modo così spudorato. Facciamo finta ora che i Mini-Bot siano stati emessi. Se il privato si rifiutasse di accettarli a soddisfazione dei propri crediti verso la Pubblica Amministrazione, si potrebbe sempre renderne obbligatoria l’accettazione per legge. A questo punto, il privato che fa? Potrebbe rifilarli nuovamente a chi glieli ha imposti, usandoli per pagare le tasse. Il vantaggio sarebbe tutto dei privati, che onorano in questo modo il loro debito fiscale senza sborsare moneta buona, mentre lo Stato, in realtà, incasserebbe zero. Per trarne vantaggio dovrebbe, a copertura, emettere titoli di debito pubblico in Euro per un ammontare nominale corrispondente e venderli sul mercato. La caterva del debito pubblico crescerebbe a dismisura. Oppure, il privato potrebbe invece usarli al posto degli Euro, per pagare il macellaio, il panettiere, l’architetto, il fornitore di macchine utensili. Bisogna vedere però se il macellaio, il panettiere, l’architetto e il fornitore di macchine utensili sono disposti ad accettarli. Anche in questo caso basterebbe una legge dello Stato a imporne il corso forzoso. I Mini-Bot diventerebbero qualcosa di molto simile agli “assegnati” della Rivoluzione Francese. Anzi, di molto peggio. Perché gli assegnati, almeno in origine, erano la cartolarizzazione di beni immobili, confiscarti al clero e ai nobili, che col tempo sarebbero stati venduti. Poi se ne emisero in quantità così spropositata che divennero ben presto carta straccia. Come sempre capita, la moneta cattiva cacciò quella buona, l’oro, che fu tesaurizzato da chi ne disponeva e poteva permetterselo. In compenso, i prezzi salirono alle stelle. I Mini-Bot, invece, fin da principio non hanno alcun restrostante: corrispondono, nominalmente, agli Euro, ma dietro non c’è neppure un centesimo. In somma: dietro una carta straccia emessa da un governo straccione non c’è neppure la carta straccia, in apparenza più prestigiosa, emessa da Mario Draghi, e da chi verrà dopo di lui. Ancora una volta, inflazione in agguatoCerto, uno potrebbe fare come Mazzarò. Ve lo ricordate il protagonista della novella “La roba” di Giovanni Verga? Quello che muore come un folle bastonando le galline,  perché non può portare nella tomba la sua “roba”? Mazzarò quando vende i prodotti dei suoi terreni, comprati per poco prezzo, pagando cartaccia, da nobili finiti sul lastrico, non vuole a sua volta cartaccia, vuole oro! Come poteva ottenerlo? Credo che anche allora fosse obbligatorio accettare moneta cartacea, ma uno poteva sempre operare su un  un mercato parallelo, e dire sottovoce al suo cliente. se mi paghi in cartaccia, il prezzo è questo; se mi paghi in oro, è un bel po’ più basso. Ecco, potrebbe capitare così anche con i Mini-Bot usati come moneta. In teoria varrebbero come gli Euro e come gli Euro dovrebbero essere accettati per legge. In concreto, entro un mercato parallelo, si potrebbero spuntare prezzi più bassi pagando in Euro. Roba da Repubblica delle Banane! Qualcuno, in ambito libertario,  ha mostrato simpatia per i Mini-Bot, in quanto infrangerebbero il monopolio della moneta, quel monopolio che in un contesto anarchico non esisterebbe. Vero: in un contesto anarchico soggetti diversi potrebbero emettere monete diverse, in concorrenza tra loro. Ciascuno sarebbe libero di scegliere come retrostante la merce che desidera: oro, argento, platino, o anche grano, vino, petrolio, o addirittura un paniere ben bilanciato di merci varie. Uno potrebbe anche emettere moneta senza retrostante alcuno, sperando che qualche allocco discepolo di Pinocchio si lasci incantare dall’idea della ricchezza facile, ottenuta stampando carta su cui stanno scritti alcuni numeri. Uno potrebbe scegliere come retrostante la merda; e potrebbe essere un’idea concorrenziale, visto che oggi in tutti i campi la merda va di moda (il Teatro alla Scala della gestione Pereira ne offre in abbondanza a prezzi esorbitanti, tra il plauso della critica compiacente). Ma non siamo in un contesto anarchico. Qui abbiamo una sorta di Super-Stato, l’Unione Europea , che gode del monopolio della moneta. Uno Stato dell’Unione rompe il monopolio per imporne, nel proprio territorio, uno suo, guardandosi bene dal permettere ad altri soggetti di fare altrettanto; e, in compenso, combinando pasticci. Pensare che una “rottura” del genere possa essere l’alba di un’evoluzione in seno libertario è l’equivalente, sul piano economico-monetario, dell’illusione che, sul piano politico, si possa arrivare al superamento dello Stato attraverso le secessioni. Le secessioni producono altri Stati, non necessariamente più liberali di quelli da cui si staccano. E neppure più liberisti perché non è vero che gli Stati piccoli , dovendo rifornirsi in gran parte di merce estera, sono inclini a eliminare le barriere doganali. Andate in Svizzera a comperare una bottiglia di Chianti, e sappiatemi dire. Pur di difendere i loro pisciarelli, i pronipoti di Guglielmo Tell sottopongono il nettare degli dèi delle terre italiche a dazi feroci. La Svizzera non è il Paradiso, perché il pisciarello non lo vogliono neanche all’Inferno. Io all’Inferno bevo il Marzemino.

Giovanni Tenorio

Giovanni Tenorio

Libertino

11 pensieri riguardo “La favola dei mini-bot

  • Leporello
    11 Giugno 2019 in 10:04 am
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    Se non fosse una tragedia, ci sarebbe da ridere!

    Don Giovanni, giustamente, sottolinea la differenza tra le politiche monetarie inflazionistiche (Draghi, Abe, …) e l’idea ridicola di Borghi e Bagnai. L’uso dell’inflazione (ovvero l’aumento della moneta circolante, diluendo il “sottostante”, quando esiste) è un pratica tecnica, di per sé neutra. Sappiamo benissimo che, nella pratica, questa tecnica ha fini spregevoli: finanziare la spesa pubblica attraverso un prelievo di valore (ma senza flussi di cassa) dal risparmio dei virtuosi. Resta comunque in piedi almeno la logica (Draghi potrò essere, in senso lato, “ladro”, ma non è certo uno sprovveduto).

    Borghi e Bagnai invece sono due pagliacci. Il loro fine è lo stesso: finanziare la spesa pubblica, quindi dare altra energia a quel circolo vizioso e violento che è il clientelarismo democratico. Ma rispetto ai precedenti citati, lo fanno in modo goffo e ridicolo. Definiti i mini-bot come passività dello stato di piccolo taglio emesse senza tasso di interesse e senza scadenza, fa sorridere che dovrebbero ricevere queste passività, proprio coloro che sono creditori dello Stato: quindi i creditori dovrebbero scommettere sul proprio credito e, se lo stato ricorre a questo gioco ricorsivo, la prospettiva non è rosea: nessuno scometterebbe su un creditore cosi “incagliato” da dover rivendere il proprio debito ai creditori. Si possono immaginare situazioni paradossali, come per esempio suggerisce Don GIovanni: pagare le tasse in mini-bot.

    Questa eventualità mi fa pensare all’espressione evangelica (qui tratta da Matteo, ma sarebbe interessante valutare anche la versione apocrifa di Tommaso):

    «Ipocriti, perché mi tentate? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Di chi è questa immagine e l’iscrizione?». Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

    Mi piacerebbe davvero poter restituire allo Stato quello che è dello Stato (il debito) e tenere per me quello che viene da Dio (oro, bitcoin, argento, litio, diamanti, …): sarebbe possibile in una società anarchica, in cui nel contratto stipulato con un cliente, si potrebbe indicare con quale valuta o quale bene di scambio si vuole essere pagati. Credo che sarà proprio questo il contesto in cui si manifesterà la natura violenta dello Stato, che imporrà ai propri schiavi l’uso del sistema monetario più facilmente gestibile politicamente (altro esempio tratto dall’articolo: la moneta coloniale francese e le ingerenze francesi, anche recenti, nella politica governativa africana).

    In questo contesto, la crescita di Bitcoin (maiuscolo perchè inteso non solo come bene di scambio, ma come sistema economico), rappresenta il più grande rischio per gli Stati: ne potranno “cavalcare l’ascesa” (se saranno lungimiranti, acquisendo bitcoin in questa fase iniziale, oppure legando i codici fiscali alle “public keys” ufficiali assegnate eventualmente alle imprese) ma dovranno rassegnarsi alla fine dei giochi inflazionistici, che potranno essere imposti solo con la violenza.

    A proposito: torna periodicamente a proporsi il problema del “sottostante”. Sia chiaro: bitcoin non ha nessun sottostante, ma è esso stesso un bene scarso (addirittura leggermente deflazionante, dopo una fase di inflazione asintotica di alcune decine di anni), perfettamente conservabile e trasportabile (potrebbe rinunciare anche a internet in caso di scenario apocalittico). Il suo valore è il valore del “mercato” di cui costituisce uno strumento di “baratto universale”: è un mercato attualmente in crescita (a partire dagli esordi gloriosi e, non a caso, stroncati con la volenza di “Silk Road”) ma ancora piccolo rispetto a quello gestito dagli stati: sono covinto che, più che assistere alla crescita di bitcoin, assisteremo alla decrescita del sistema “fiat”, spero in modo meno cruento rispetto a quello che avvenne nel secolo scorso e, più recentemente, in Venezuela.

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    12 Giugno 2019 in 6:19 am
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    Tre domande.

    1) In caso di scenario apocalittico come potrebbero le criptomonete rinunciare alla rete telematica se su di essa si basano? Se l’Apocalisse distrugge tutte le piante che producono carta, mi sembra difficile continuare a stampare moneta cartacea.

    2) Gli esordi gloriosi sono stati stroncati da Silk Road o la violenza è stata della polizia federale statunitense che ha stroncato Silk Road?

    3) Il mandato di Pereira scade più o meno insieme a quello di Mario Draghi e fin qui potrebbe essere solo una piacevole coincidenza. Meno piacevole, dal mio personalissimo e non qualificato punto di vista, è la coincidente scadenza di Riccardo Chailly come direttore stabile; non mi sembra un musicista … “scadente”. Ci sono nomi validi, tra quelli che circolano, per la sostituzione? O il sindaco Sala si autoassegnerà la delega di sovrintendente reggente? Non che le cose al “mio” romano Costanzi vadano meglio. Se a Milano c’è buio e silenzio in … Sala, nella capitale non si vedono molti… Raggi di sole negli allestimenti. Carlo Verdone fu accusato di passatismo per una sua regia della Cenerentola rossiniana giudicata troppo tradizionale. A parte il fatto che usò strumentazioni tecniche in passato inesistenti. Ma perché dovrei preferire Dulcamara che gira con la Jeep, come abbiamo visto firmato da… un “arcangeletto” con la “spadetta” che non è “Gabrieletto” ma un altro che inizia con la “emme”?

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    • Leporello
      12 Giugno 2019 in 9:36 am
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      1) In caso di scenario apocalittico come potrebbero le criptomonete rinunciare alla rete telematica se su di essa si basano? Se l’Apocalisse distrugge tutte le piante che producono carta, mi sembra difficile continuare a stampare moneta cartacea.

      Bitcoin ha bisogno di 2 cose: potenza di calcolo per la soluzione dei blocchi, comunicazione della soluzione dei blocchi e della versione più aggiornata della blockchain. La potenza di calcolo richiesta si adatta automaticamente alla potenza disponibile con al regola dei 10 minuti per blocco (teoricamente posso calcolare un blocco anche con una calcolatrice Casio solare degli anni 90, è un eseprimento che è stato ripetuto più volte). La comunicazione può avvenire sfruttando internet, un’altra rete (fatte prove con reti radio e protocolli diversi da quelli suati da internet), chiavette USB etc. Situazioni estreme possono influire sul funzionamento del sistema (es. il tempo 10 minuti per blocco potrebbe non essere sufficiente), ma l’unico effetto è quello di avvicinare o allontanare il sistema Bitcoin dall’uso quotidiano (es. pagare il caffè in bitcon) e collocarlo verso uno strumento di risparmio a lungo termine. A prescindere da eventi apocalittici, sono già in fase di sviluppo “layers” intermedi tra bitcoin e l’uso quotidiano (carte di debito XBT, lighting network, altri sistemi purtroppo centralizzati, ma comunque sempre alternativi e in concorrenza). Inoltre: la cosa importante è considerare che in caso di “scomparsa” di Internet, Bitcoin ne risentirebbe come (o meno) del sistema fiat.

      2) Gli esordi gloriosi sono stati stroncati da Silk Road o la violenza è stata della polizia federale statunitense che ha stroncato Silk Road?

      Non mi sono espresso bene: Silk Road è stato (è) un mercato reale, non intermediato dallo Stato. L’esperimento di Ross Ulbricht è stato il prototipo di quel mercato parallelo e libero che auspico (dal mio punto di vista un esperimento glorioso).

      La terza domanda è più materia di Don Giovanni.

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    • Giovanni Tenorio
      12 Giugno 2019 in 5:04 pm
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      Sul Teatro alla Scala vedremo di riprendere il discorso all’inizio della stagione 2019-20. Per orta, basti rilevare che è diventato un teatro di provincia. Una volta aveva una sua cifra distintiva; si poteva venire dall’estero per assistere agli spettacoli che proponeva. Ora a Milano si vede la stessa merda che offrono a Parigi, Berlino, Monaco Vienna e in tutte le altre grandi capitali. Perché scomodarsi? Anche se la merda piace, meglio godersi quella casareccia. Quanto all’orchestra, dopo la cacciata di Muti è paurosamente scaduta di livello. Quando finisce nelle mani di un direttore mediocre, dà il peggio di sé.

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    13 Giugno 2019 in 6:44 am
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    Forse sono un po’condizionato dall’ascolto, avvenuto diversi anni or sono, de “Il Mantello” del padre Luciano. Non è Il Tabarro pucciniano ma mi è risultato comunque un lavoro interessante. Una musica che piacque molto anche a Giorgio Albertazzi. Certo il confronto con Muti è improponibile: è come se io, guitto d’avanspettacolo, fossi paragonato allo stesso Albertazzi. Comunque certi “spettacoli” piacciono solo agli intelletualoidi. In realtà neanche a loro ma devono dire in pubblico che li apprezzano per ragioni di visibilità. Le regie idiote non hanno avvicinato il pubblico giovane o quello profano. Se mai hanno allontanato chi era interessato; e non credo di essere l’unico caso.

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    13 Giugno 2019 in 10:30 am
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    Beh definire un esperimento glorioso un marketplace dove si vendeva e si comprava eroina, crack, esplosivi, materiale pedopornografico ecc, mi pare fuoriluogo. Io nella vendita di stupefacenti non ci vedo niente di libertario, ne tantomeno l’uso di determinate sostanze che non sono certo paragonabili ad alcool e marijuana, avvengano in uno stato di libertà consapevole. Provate a chiedere ad H.H.Hoppe, che fine farebbero nella sua “società ideale” tutti gli spacciatori e tossicomani improduttivi…. Poi che la pena inflitta al ragazzo Ulbricht fosse totalmente esagerata, ok, ma è l’America, niente di nuovo, da quelle parti c’è stata gente innocente per oltre 20 anni nel braccio della morte…..

    • Giovanni Tenorio
      14 Giugno 2019 in 8:42 am
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      L’uso delle sostanze stupefacenti non ha in sé nulla di libertario, sono perfettamente d’accordo. Così come non ha in sé nulla di libertario lenire il mal di vivere leggendo l'”Edipo re” di Sofocle o ascoltando la “Missa solemnis” di Beethoven. E’ invece sicuramente illibertario proibire tutte queste cose, nessuna esclusa, dalla “Missa solemnis” alle droghe più devastanti. Ognuno dev’essere libero di scegliere quel che preferisce, anche a costo di farsi del male. Se poi le sue scelte lo indurranno a far del male ad altri, ne deve pagare le conseguenze, senza remissione (a meno che non siano le vittime a concedergli il perdono). Così pure dovrà pagare di tasca sua le terapie necessarie a liberarsi dalle tossicodipendenze in cui con le sue scelte è incappato (a meno che qualche anima buona o qualche associazione benefica non voglia venirgli in soccorso, pagandogli le spese mediche). Le varie Chiese e altre associazioni benefiche potrebbero battersi, con tutti mezzi (privati!) per combattere al “cultura della droga” e per aiutare in concreto i tossicodipendenti. Altre associazioni potrebbero invece sostenere con entusiasmo e con tutti i mezzi (privati!) la “cultura della droga”. Qualche pazzoide potrebbe fondare (a sue spese!) un centro per la diffusione del teatro di Sofocle o della musica di Beethoven. Io potrei essere uno di questi ultimi (solo le donne mi piacciono di più di Sofocle e Beethoven. Quanto a Mozart, quello è il mio papa’, vale più di tutti, anche delle donne!!!). Sarà il mercato a decidere che cosa la gente preferisce. Non credo che sarebbe la “cultura della droga”(ma neanche Sofocle o Beethoven); resterebbe in ogni caso uno spazio anche per le minoranze che la prediligono (e per i tre gatti, me compreso, che preferiscono Sofocle e Beethoven).
      La società sognata da Hoppe non è quella anarchica che piace a me (non accetto l’idea rothbardiana di divinizzare la proprietà facendone un diritto naturale, anzi il diritto naturale da cui dipendono tutti gli altri. con Bruno Leoni e F.M Nicosia penso che anche il diritto scaturisca dal mercato). Lo so che piace a moltissimi sedicenti libertari, specialmente italiani (quelli di matrice leghista che hanno tra i loro idoli Gianfranco Miglio: un pensatore che, movendosi sulla linea Machiavelli-Hobbes-Schmitt, non ho mai ben capito come possa essere aggregato al carro libertario. solo perché gli piace tanto la Svizzera?)
      Una promessa: come finora ho distinto secessionisti e libertari, d’ora innanzi distinguerò tra libertari e anarchici. Io appartengo ai secondi. Fra i primi c’è la tendenza a preparare minestroni indigesti,, mescolando ingredienti incompatibili.
      E con questo, mi sono fatto un po’ di nuovi nemici. In passato, proprio per alcune mie riserve su Gianfranco Miglio un grande bacalare e i suoi seguaci mi hanno chiuso la porta in faccia. Forse anche Leporello non è del tutto d’accordo con me. Che dire? “Amicus Plato, sed magis amica veritas”. Vorrà dire che parlerò a me stesso. Farò come Cherubino, nelle “Nozze di Figaro: “E se no ho chi m’oda… parlo d’amor con me”.

    • Leporello
      14 Giugno 2019 in 8:52 am
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      Non troppa simpatia per Hoppe, troppo legato al concetto di territorialità. Lo apprezzo quando porta alla luce limiti del falso mito della democrazia, ma quando suggerisce le soluzioni, è opinabile come tutti.

      In un contesto antiproibizionista “concreto”, se non vogliamo limitarci a speculazioni poco consistenti, la droga qualcuno la dovrà pur vendere.

      Silk Road è un esperimento glorioso, perché è il prototipo di una società non territoriale e senza regolatore centralizzato (si parla di Silk Road come di una specie di forum di compravendita, in realtà SIlk Road è un forum, ovvero una piazza di scambio, come molte altre nel “deep web”, in concorrenza tra loro, integrati in un contesto più grande che è Bitcoin (o forse anche Monero).

      Forse nella mia (nostra) società ideale, non territoriale, libertaria, anarchica, spariranno spacciatori e pedofili? No di certo, la natura umana include la perversione e dovremo sempre tenere alta la guardia, ma almeno dovremo difenderci da un genere di perversione in meno: lo Statalismo.

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    14 Giugno 2019 in 5:56 am
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    Se l’accusa di aver commissionato omicidi fosse vera (e non ne sono certo), la condanna ci può anche stare. Il mestiere di narcovenditore non è certo glorioso ma nello stesso modo in cui non lo è quello del tabaccaio o del coltivatore di tabacco. Ci vedrei molto di antilibertario in un provvedimento che vietasse vendita e consumo di sostanze contenenti nicotina. Il diritto a vendere e acquistare, anche sostanze nocive , è un cardine del pensiero libertario. E la fine dei proibizionismi costituirebbe l’uovo di Colombo sia per la libertà individuale che per l’economia. Con tanto risparmio per le spese relative all’ordine pubblico, all’intasamento delle procedure giudiziarie e al sovraffollamento della case circondariali. Lo stesso numero di tutori dell’ordine sarebbe sufficiente per la prevenzione dei delitti contro la persona e contro il patrimonio. Sulla libertà consapevole possiamo fissare dei paletti anagrafici, anche se Spooner aveva dei dubbi anche su questi. Ma una volta stabilito quale sia il grado di consapevolezza di un individuo non si può limitargli il diritto a scegliere tra una dieta salutista e un comportamento scellerato. Non credo che Hoppe sia diventato proibizionista, malgrado alcune sue derive non sempre coerenti con il pensiero originario. Forse nella “sua” società intesa come proprietà personale potrebbero esserci dei limiti. Probabilmente firmerebbe contratti solo con persone non legate al vizio. Nel suo recinto potrebbe non esserci posto per tossicomani, improduttivi, alcoolisti e anche per rockettari (magari!). Queste ultime categorie potrebbero impedire l’accesso alle loro proprietà ai savi, ai colti e agli igienisti. In un monastero si può entrare liberamente e le regole interne possono essere ferree. Quanta autentica consapevolezza hanno novizi e novizie? Stabilire legislativamente la consapevolezza altrui è arbitrario e pericoloso. Anche in casa mia non è lecito fumare ma non mi sogno di tentare di vietarlo in casa altrui. Inoltre non credo si debba esagerare quando si parla di consumo di sostanze che possono avere effetti collaterali. Ogni fungo contiene una minima dose letale ma non per questo rinuncio alle tagliatelle con i porcini. Se consumassi dieci chili di prodotti micotici avrei sicuramente problemi con la salute. Ma in giusta dose, anche i prodotti dai moralisti esecrati possono essere benefici. Tra i moralisti di questo tipo ve ne sono molti che si autodefiniscono cristiani di rito cattolico. Non si rendono conto di essere blasfemi. A meno che quella volta ad Emmaus non si sia svolto altro che un rito propiziatorio di ubriaconi esseni (forse esseni, non è sicuro) che hanno avuto l’ardire di definire una pagnotta azzima e un succo d’uva fermentato come corpo e sangue divini. Dal momento che il rito viene tuttora replicato a livello mondiale, decidano se blasfemi debbano continuare a essere chiamati loro o quei ministri del culto che tanto seguono e idolatrano. Io propendo per la prima ipotesi. E sono convinto che se all’inferno c’è il Marzemino, vuol dire che l’inferno non è un luogo di sofferenza. A meno che in purgatorio non vi sia il Sangiovese e in Paradiso il Valpolicella. L’unica sofferenza per i dannati sarebbe quella di non poter accedere a questi ultimi due prodotti che Wilson, il più cretino dei presidenti statunitensi, aveva a suo tempo vietato.

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    14 Giugno 2019 in 11:43 am
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    A volte è questione di simboli e di pure parole. Diciamo che l’anarchico è un libertario compiuto, chi predilige lo stato minimo è invece incompiuto. Chi poi si trova sulla linea Maginot occupata dai vari Machiavelli, Hobbes e Schmitt, è un falso libertario o solo un sedicente tale. L’eventuale secessione rimane per me uno strumento provvisorio e non un fine. Senza escludere paradossi come il caso della Catalogna che sarebbe un’entità più piccola nella penisola iberica ma ancora più statalista. A volte si chiede l’indipendenza per avere maggiore libertà. Il Principato di Seborga ne avrebbe di più con la secessione dalla repubblica italiana. Nel 1929 gli abitanti dell’entità secessionista ubicata oltre il Tevere godevano, dalla metà di febbraio dello stesso anno, di maggiore libertà dei cittadini del regno che li circondava. Dal 1945, quell’entità è senz’altro meno libera perfino della sia pur fascistissima (ma costituzionale!) repubblica confinante. Non contrapporrei, quindi, gli anarchici ai libertari; non per evitare eventuali nuovi nemici ma solo per semplificare il linguaggio. In un’intervento di Gianfranco Miglio si può leggere che i “morastri” del sud abbiano bisogno di istituzioni “basate sul comando”. “Libertario” solo al nord, quindi. Sulla pedopornografia, concordo che vada tenuta alta la guardia a tutela di chi non ha ancora raggiunto la maturità. Ma il proibizionismo è tutt’altra cosa. E’ ingiusto, inutile e controproducente per i fini che solo a chiacchiere si prefigge. E’ dannoso per l’economia e l’ordine pubblico nei risultati reali. Due buone motivazioni, una umanistica e l’altra utilitaristica, per combatterlo. Sarò sempre curioso di conoscere il nome del bacalare che a suo tempo chiuse la porta a un potenziale collaboratore. Ma comprendo e rispetto il legittimo riserbo di Don Giovanni.

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