Secessione e libertà

Sbaglierò, ma nessuno mi toglie dalla mente che l’indipendentismo odierno è un residuo romantico. Il principio di nazionalità si sviluppò nel Romanticismo, nutrito da succhi profondi che la Rivoluzione Francese aveva portato a maturazione e l’epopea napoleonica aveva, anche suo malgrado, diffuso. Il Congresso di Vienna, nel tentativo di ricomporre l’Europa sul modello dell’ ancien regime, adottò come linee guida il legittimismo monarchico e l’equilibrio tra gli Stati; della temperie romantica colse soltanto l’aspetto reazionario, il ritorno alle tradizioni, l’esaltazione della spiritualità religiosa contro il materialismo illuministico.

La rivalutazione del Medio Evo covava però una conseguenza inaspettata: se nel Medio Evo andavano ricercate le radici delle nazionalità moderne, allora i sistemi  come l’Impero Austriaco, che si fondavano su principi dinastici, perdevano la loro legittimazione. Ogni Nazione doveva conquistare la propria indipendenza e governarsi secondo il volere del popolo che la componeva, superiorem non recognoscens.

L’indipendentismo di oggi si basa su sentimenti non molto diversi. L’unica differenza è che, invece di lottare contro grandi imperi dinastici, lotta contro Stati nazionali di cui non si sente più parte, invocando, accanto a interessi economici assai concreti, ragioni storiche, etniche, linguistiche. Come nel Romanticismo, la Storia del lontano passato viene distorta a supporto di finalità politiche presenti. Può sembrare paradossale, ma l’epopea  dei Comuni lombardi contro il Barbarossa,  che nell’Ottocento era assurta a simbolo e prodromo dell’Unità d’Italia, nelle mani di Bossi e compagni divenne il vessillo dell’indipendentismo padano contro Roma ladrona. E pensare che, nei bruttissimi versi dell’Inno di Mameli, si dice che “Dall’Alpe a Sicilia/dovunque è Legnano”! Il nazionalismo ottocentesco non ha portato a niente di buono. Al tempo degli Imperi e delle dinastie per diritto divino le guerre di successione portavano, come ogni guerra, miseria e rovine, ma tutto sommato producevano danni abbastanza limitati, coinvolgendo solo in parte la popolazione civile. La Storia del Novecento, che ha visto crollare i residui dei vecchi imperi, ci ha regalato due guerre mondiali, una peggiore dell’altra. La costruzione dell’Europa Unita è stata il tentativo di superare, in qualche modo, il principio di nazionalità, all’interno di un sistema che, pur lontano dai modelli del federalismo classico, devolve alcune funzioni tipiche della sovranità nazionale a un potere sovrannazionale. La moneta unica, mal concepita e peggio attuata, ne è un esempio.In questo contesto può capitare che qualcuno voglia lasciare l’Europa, come il Regno Unito con la cosiddetta “Brexit, e che qualcun altro voglia lasciare lo Stato nazionale di cui fa parte per fondarne uno territorialmente indipendente, senza però lasciare l’Europa. Pensate alla Scozia: lascerebbe volentieri il Regno Unito, ma resterebbe in Europa. Oppure pensate alla Catalogna: si batte per rendersi indipendente dal governo di Madrid, ma non pensa di abbandonare Bruxelles. E gli indipendentisti italici? Ora che la Lega di Salvini ha adottato il tricolore facendo pace con i terroni, la Padania (un territorio inventato, che politicamente non è mai esistito) sembra essere scomparsa dall’orizzonte. I Veneti invece lottano ancora per restaurare la Serenissima Repubblica. Una Serenissima Repubblica che resterebbe in Europa? Non l’ho ben capito. Sarebbe paradossale accettare il trattato di Schengen e costruire un muro contro i terroni.L’indipendentismo piace ai libertari, specialmente a quelli italiani, che hanno un passato leghista e una particolare predilezione per il pensiero di Gianfranco Miglio. Si sentono in sintonia con l’ultimo Rothbard, quello più discutibile di “Nation by consent”; quello che, crollato il sistema sovietico,  ha visto nei movimenti indipendentisti che hanno in qualche modo ridisegnato parte dell’Europa il principio di un processo che, frammentando sempre più le compagini nazionali, avrebbe come esito finale la fine dello Stato: una “Aufhebung” che, al contrario di quella preconizzata da Marx, sarebbe determinata non dalla caduta, ma dal trionfo del capitalismo. Pare che le cose non stiano andando affatto in questo modo. Guardate che fine sta facendo la Brexit. Se l’uscita del Regno Unito dall’Europa avverrà in modo brusco, senza accordi, le conseguenze saranno spiacevoli per tutti. Ci sarà una crisi dovuta soprattutto al fatto che tra Regno Unito ed Europa torneranno le vecchie barriere doganali. Sarebbe opportuno per gli inglesi abbandonare le istituzioni europee ma rimanere nella zona di libero scambio. Proprio perché è una soluzione di buon senso, i separatisti duri e puri non ne vogliono neppur sentir parlare. Se questo è un passo verso la disgregazione dello Stato, si può credere a tutto, anche agli asini che volano.E l’indipendentismo catalano? Recentemente mi è capitato di ascoltare un’intervista di un illustre libertario italiano il quale ammetteva che i catalani sono molto più statalisti del governo di Madrid; anzi, addirittura “comunisti”, per quel che può significare oggi questo termine che, come “liberale”, ha perduto ormai ogni connotazione specifica. E allora? Tornare indietro? No, andare avanti! Vorrà dire che, resasi indipendente la Catalogna, ci si potrà battere, per esempio, per l’indipendenza di Girona. Bella trovata! E poi? Costruiamo un muro intorno a Girona per non far entrare i terroni comunisti catalani? Se l’indipendentismo porta a esiti indesiderati, dobbiamo perseverare sulla stessa strada? Facciamo come i medici dell’Ottocento, che pretendevano di guarire tutti i mali con i salassi; e quando vedevano che il malato si indeboliva, continuavano a salassarlo, fino a farlo crepare? Non credo che in questo modo si possa far crepare lo Stato.

A crepare è l’idea secessione=libertà.

Il guaio dei libertari rothbardiani è quello di non aver abbandonato il principio di territorialità. Il territorio è uno dei cardini dello Stato, insieme al governo e al popolo (inteso in senso olistico, come persona dotata di volontà). Se vogliamo arrivare a una società anarchica, dobbiamo sbarazzarci di tutt’e tre questi elementi. Se conserviamo il territorio, lo Stato si ricostituisce, a dispetto delle secessioni. Magari si ridurrà a una specie di condominio. Uno può anche andarsene, ma finirà in un altro condominio. A me non pare che la vita condominiale sia il massimo della felicità. 

Giovanni Tenorio

Giovanni Tenorio

Libertino

2 pensieri riguardo “Secessione e libertà

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    15 Aprile 2019 in 8:06 pm
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    Nessuna simpatia per Madrid, ma il “beatle” catalano non è riuscito manco a portare il 51% al voto e poi è andato a piangere da mamma UE. Che i catalani di massima siano sinistrorsi è vero e in più sono casinisti e quando quasi un secolo fa hanno avuto il potere in mano si è visto le schifezze che hanno combinato. Rebus sic stantibus, difficile prenderne e parti.

    E per restare all’esempio del condominio, nel mio ci sono persone che per due (2 davvero!) fiocchi di neve che possono creare pericolo di scivolare (a loro dire) davanti al portone, telefonano subito all’amministratore che faccia spargere il sale (con relativo addebito collettivo di alcune decine di euro), quando all’uscita potrebbero buttare il loro da cucina (1 kg= 20 cent) se sono così ansiosi e paranoici e non rompere marroni e salvadanaio altrui. E quelli che non telefonano sono ben contenti che ci siano quelli che telefonano.

    Con gente così non si va da nessuna parte, tantomeno sulla Anarchy Road.

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      18 Aprile 2019 in 10:23 am
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      Perché non fai come dice Hans Hermann Hoppe….. ti rivolgi a qualche malavitoso per un’intercessione e li fai stare al posto loro questi vicini paranoici, scassa maroni e taccagni…..

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