Sono solo canzonette

Sovranismo e patriottismo, anche nelle canzonette. Sia ben chiaro: io non ho niente contro le canzonette, anche se anni fa mi misi a ridere quando un esperto di didattica musicale ebbe a scrivere che bisognava rivalutare, anche nell’insegnamento scolastico, la musica cosiddetta leggera, tenuta invece ai margini del dibattito culturale. Mi chiesi: ma dove vive questo signore? Non vede come si insegna la musica nella scuola dell’obbligo? E’ proprio sicuro che sia la musica cosiddetta leggera a esser tenuta ai margini, quando ci viene ammannita in tutti i luoghi e in tutte le salse, e mentre sulla stampa, anche di alto livello, le recensioni riguardanti la musica “forte” (come la chiama giustamente, con bella espressione, Quirino Principe) sono sempre più sparute, alla musica cosiddetta pop si dedicano pagine e pagine? Quando morì Lucio Battisti il “Corriere della sera” gli dedicò più pagine di quelle che aveva dedicato a Verdi, il 28 gennaio del 1901 (qualche giorno dopo i tanti accorati negrologi per il cantautore,  l’indimenticata Grazia Nidasio, che purtroppo ci ha lasciato qualche settimana fa, pubblicò una vignetta in cui la sua Stefi, piangente, sussurrava: “E’ morto un grande musicista… Giuseppe Verdi). Lo sa questo signore che, in un sondaggio presso gli studenti delle scuole superiori, qualche tempo addietro, qualcuno arrivò a rispondere che l’ “Aida” è di Beethoven?

Lasciamo perdere, torniamo al sovranismo delle canzonette (contro le quali, ripeto, non ho niente, anche se continuo a credere che i Lieder di Schubert e le canzoni di San Remo non siano propriamente la stessa cosa…). Anche in questo caso prendiamo insegnamento dai francesi. E’ così dal tempo di Napoleone e del Risorgimento. L’italia prefettizia e centralista, purtroppo è nata sul modello della Francia. Non appena i francesi adottano qualche idea bislacca, siamo subito pronti a copiarla. Hanno pensato bene di far pagare il canone televisivo nella bolletta dei consumi elettrici? Detto fatto, il governo Renzi introduce anche in Italia il bel provvedimento. I francesi, per difendere il cinema nazionale, dispongono che le  sale cinematografiche e i palinsesti televisivi devono lasciargli un certo spazio fissato per legge? Detto fatto, anche in italia il ministro Franceschini si pregia di far qualcosa di simile, per il bene della Patria.

Ora è la volta delle canzonette. Credo che, di nuovo, il modello sia la Francia. E’ un leghista a proporre che le radio trasmettano una certa percentuale di canzoni italiane. Per quale motivo? Difendere la nostra cultura e la nostra identità. Identità mi sembra una parolaccia e io per cultura intendo un’altra cosa, ma ormai è cultura anche la moda, la cucina, e chi più ne ha più ne metta. Va benissimo, tutto è cultura, ma se uno vuole ascoltare solo canzoni straniere, perché bisogna obbligarlo a inghiottire anche canzoni che non ha  piacere di assaporare? A parte il fatto che, se ho ben letto, da qualche tempo a questa parte la situazione si è riequilibrata da sé: le canzoni italiane trasmesse dalle radio e apprezzate dagli ascoltatori sono aumentate in percentuale. E allora? C’è proprio bisogno di una legge? E con tutti i problemi che l’italia si trova a dover affrontare, come non sentirsi ridicoli a pensare soltanto alla difesa delle canzonette? Portando il discorso a un livello più alto, sul piano della musica “forte”, anche Giuseppe Verdi sbagliava quando, nella seconda metà dell’Ottocento, dinanzi all’interesse che andava sempre più suscitando la musica sinfonica e cameristica tedesca in Italia, dove fino ad allora solo l’Opera era frequentata, espresse più volte la sua contrarietà alla fondazione delle “Società del Quartetto” e di tutte le altre istituzioni che promuovevano la diffusione della musica strumentale. “L’arte nostra non è l’istromentale!” diceva e ripeteva. Sbagliava: sarebberto bastati Corelli, i due Scarlatti,  Vivaldi (allora del tutto sconosciuto), Sammartini,  Boccherini (Boccherini il grande, come lo chiamava il compianto Giulio Confalonieri), Clementi, Viotti, il sommo Luigi Cherubini (con la sua Sinfonia in Re Maggiore e i  i suoi magnifici Quartetti) a smentirlo. Lui stesso, d’altra parte, nella sua villa di Sant’Agata possedeva in gran numero partiture di Mozart, Haydn, Schubert, Beethoven, e di tutta la grande letteratura strumentale tedesca del periodo classico-romantico, oltre alle Opere del suo grande rivale Wagner. Teneva vicino al letto l’edizione completa di tutti i Quartetti di Haydn, Mozart Beethoven. Pare che in uno di quei volumi siano stati trovati appunti per il “Falstaff”, il suo capolavoro supremo, dalla strumentazione raffinatissima (nel quale la scena nella foresta dell’ultimo Atto è chiaramente è esemplata sulle musiche di scena scritte da Mendelssohn per il “Sogno di una notte di mezza estate” di Shakespeare). Una bella contraddizione! In ogni caso, Verdi, nonostante le sue rampogne, non era così ottuso da pensare che, per difendere la musica italiana, si dovesse limitare per legge la diffusione della musica straniera. Anche nelle piccole cose (e le canzonette, mi si permetta di ripeterlo, sono piccole cose), la Storia, quando si ripete, si ripete come farsa.

Giovanni Tenorio

Giovanni Tenorio

Libertino

5 pensieri riguardo “Sono solo canzonette

  • Leporello
    8 Marzo 2019 in 6:10 pm
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    Don Giovanni mi sembra ottimista oggi. Temo che la situazione sia molto peggiore di quello che sembra.

    Purtroppo nelle scuole la scelta non ricade sulla “muscia leggera”. A dire il vero per “musica leggera” non intendo San Remo, che assimilo ai teatrini squallidi della Maria De Filippi o agli innumerevoli “talent show, ma alla “tradizione” (sono passati tanti decenni che il termine è appropriato) del rock classico, progressive, del “brit pop” e cosi via: ma non è questo il punto.

    Il vero imbarazzo nasce dal fatto che è la musica “in toto” ad essere estromessa, per pigrizia, dalla maggior parte delle scuole (ci sono eccezioni, ma poche). Dico “per pigrizia” perché spesso conviene affidare l’educazione musicale a personaggi (“collaboratori esterni” scelti con criteri dubbi, spesso amici degli amministratori della didattica o del Consiglio Comunale) che propinano “esperienze musicali” sostanzialmente costituite da imitazione di danze e percussioni tribali, calpestio di foglie grida forsennate e confuse, solitamente con il pretesto dell’etnicità…

    Nel merito del protezionismo musicale non aggiungo nulla, se non la conferma che si tirano in ballo “Nazione” o “Patria” spesso con le peggiori intenzioni.

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    9 Marzo 2019 in 1:47 am
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    E meno male che il Corsera ha dedicato un po’ di pagine al povero Lucio, nel suo campo – anche grazie a Mogol, (quando ha cambiato si son visti pessimi risultati) – era un gigante al pari di Verdi. Ormai i giovani manco sanno chi fu, ma sanno a memoria tutte le stronzate cantate da Emma Marrone o Marco Carta e di tutti i freaks da baraccone sfornati dalla De Filippi o dalla Maionchi. Mala tempora cucurrunt.
    Grande Lucio – R.I.P.

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    11 Marzo 2019 in 3:22 pm
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    Premesso che dell’invasione aliena musicale a me non frega nulla, nè ascolto le radio commerciali perchè sono orrende e inascoltabili al pari delle inguardabili tv commerciali e che ritengo completamente idiota il fatto che si debba perdere tempo a livello governativo per queste menate scimmiottando i magnalumache (a propos, per la precisione loro il canone non lo hanno in bolletta: lo pagano da sempre conglobato alla taxe d’habitation), ritengo che il vero guaio è che da noi (a parte la musica classica che aveva – ora non so se ancora è così – i suoi canali prefenziali su rai3 e filodiffusione) non c’è mai stata specializzazione nelle stazioni radio: mi domando che tipo di intelligenza ci voglia per attuarla. In Usa esiste praticamente da sempre: emittenti che emettono solo musica country (la più gettonata dalla maggioranza che sono e restano simpatici vaccari rifatti), altre solo rock e così via. Fatto questo, unicuique suum e magari le stupide leggi inutili anche solo in fieri scomparirebbero (forse, ma non ci scommetterei certo le palle, manco quelle da tennis).

    ***

    Però (su Verdi/Battisti)… come si fa a paragonare il numero di pagine dei giornali ridotti ai minimi termini di inizio secolo con quelle dei giornali di fine secolo, quando tra pubblicità, inserti, allegati, gadgets e menate varie pesavano quasi un chilo? Mi sa che pure su Caporetto allora dedicarono meno pagine che su Pacciani…

  • Leporello
    11 Marzo 2019 in 4:30 pm
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    io sono un relativista e nessuno più di me crede che i giudizi estetici siano quanto mai opinabili. Però anche credo che un po’ di senso della misura non guasti. Lasciamo stare Verdi, e rimaniamo nel campo delle canzoni. Anche Schubert scriveva canzoni, su testi poetici talora sublimi (Goethe), ma non sempre eccelsi. Vogliamo dire che Lucio Battisti era un gigante come Schubert, che i suoi albumi sono al livello di “Winterreise”, “Di Schoene Muellerin” , “Schwanengesang”? Che “Acqua azzurra, acqua chiara”, “Fiori rosa fiori di pesco” sono sullo stesso piano di “Gretchen am Spinnrade”, ” Erlkoenig”, “Die Forelle” ? Tutto è opinabile, però… tra Bach e le schifezze che oggi si cantano in chiesa durante il rito forse una differenza piccola piccola c’è.

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      12 Marzo 2019 in 7:50 am
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      Certamente.
      Qualcuno (non so più chi) diceva che la musica si divide solo in due categorie: quella bella e quella brutta e io sono d’accordo, ma dato che i gusti sono soggettivi i paragoni sono difficili…

      Lancio comunque una provocazione: occhio ad incensare molto i pianisti e compositori classici, la classe la si vede anche dalla versatilità e costoro mi sono sempre parsi molto ingessati e statici nel loro ruolo, Mozart a parte, ca va sans dire…

      Jelly Roll Morton (scelto non a caso per fargli perdere la sfida con Novecento nel “Pianista sull’Oceano”, peccato che il secondo non sia mai esistito) suonava jazz e ragtime da dio ma era altresì capace di impossessarsi del “Sogno d’amore” di Listz con grande disinvoltura. Sul contrario non ci scometterei molto, proprio a causa dei diversi tempi che ha la musica jazz rispetto al classico, ostacolo non facile da superare.

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