Sviluppo o progresso?

Uno dei nostri amici (curatore di un interessantissimo sito dedicato alla Panarchia, che volentieri includiamo nelle letture quotidiane attraverso il link nella sezione “Blogroll”), in un recente intervento su Facebook, irridendo i piagnistei degli opinionisti più accreditati davanti a una prospettiva di contrazione economica che sembra minacciare l’Europa, e non solo, con conseguenze particolarmente pericolose per l’Italia, non ha esitato a dichiarare che la frenata della crescita economica può essere un bene, in quanto ridimensiona un assetto economico-sociale alla lunga rovinoso. Non è, la sua, una posizione nuova: chi ha avuto, come noi, la pazienza (e il piacere) di leggere i suoi articoli da molti anni a questa parte, ritrova nelle sue ultime dichiarazioni, in sintesi, quello che ha sempre sostenuto con più larga dovizia di argomentazioni. Non so se interpreto bene il suo pensiero. Nel caso che io l’abbia svisato in tutto o in parte, sarei lietissimo di accoglierlo qui per un sereno e amichevole dibattito.

La sua è una presa di posizione sostanzialmente anticonsumistica. Si ricollega per qualche aspetto all’anticonsumismo che, negli anni Sessanta del secolo scorso, ha connotato una certa cultura di sinistra “eretica”, confluita anche in alcune formulazioni care al Movimento Studentesco del Sessantotto, sulla scia della Scuola di Francoforte, il cui rappresentante più osannato era Herbert Marcuse. Si aggiunga la polemica, fiorita alla fine del decennio precedente, e rinvigorita da fortunate riproposte editoriali, contro il potere condizionante di una pubblicità che agisce a livello subliminale, inducendo il pubblico a consumi superflui. Ultimo tassello, l’affermarsi di una cultura ecologica molto combattiva, che ebbe tra i suoi libri di culto “I limiti dello sviluppo” del Club di Roma. A quei tempi però la critica alle degenerazioni del capitalismo mirava a soluzioni anti-mercato, anche se, come dicevamo, la sinistra ufficiale rimaneva estranea all’idea di limitare lo sviluppo: il capitalismo rimaneva la bestia nera, ma lo sviluppo in sé era un bene, a patto che, una volta eliminata la rapina dl plusvalore, andasse a beneficio dei lavoratori. Qualcuno arrivò addirittura a parlare di “imbroglio ecologico”, frutto perverso del capitalismo monopolistico. Ci fu un momento (si era ormai negli anni Settanta) in cui fu addirittura Ugo La Malfa, keynesiano di ferro, e quindi in teoria incline alla spesa pubblica come motore di viluppo, a farsi paladino dell’austerità, dichiarandosi contrario -almeno per il momento- all’introduzione della TV a colori. Ironia della Storia, in quell’occasione furono i liberali del PLI, che vantavano fra i loro padri nobili -almeno a parole- l’antikeynesiano Luigi Einaudi, a prender invece una posizione a favore dell’innovazione tecnologica televisiva, proprio in nome di investimenti pubblici e privati che avrebbero dato una forte spinta alla crescita del PIL. Qualche anno dopo sarebbe stato il PCI di  Berlinguer a cambiare rotta, inalberando proprio la bandiera dell'”austerità”. Qui troviamo i semi ideologici  della “decrescita felice”, rimasti poi nel congelatore durante il consumistico periodo craxiano – che ha donato all’Italia una incremento del debito pubblico destinato ad aggravarsi negli anni seguenti, ancor oggi irrisolto – e tornati in auge nel nuovo secolo, dopo la pubblicazione del fortunato libello di Serge Latouche Le pari de la decroissance. Se non vado errato, chi aderisce a questo pensiero identifica senz’altro capitalismo ed economia di mercato. Il che porta inevitabilmente a sostenere politiche di intervento pubblico in cui il braccio dello Stato diventa ben  più pesante di quanto sia ora. Per inibire lo sviluppo, è necessario bloccare d’autorità certi investimenti a favore di altri, impedire certe scelte dei consumatori, pianificare certi obiettivi economici a scapito di altri, impostare politiche di bilancio che mìrino, come obiettivo principale, alla “crescita zero”. La leva fiscale è lo strumento principe di tali operazioni.  Qui la posizione del nostro amico è del tutto diversa. Abbracciando li pensiero dei “left libertarian”, distingue nettamente capitalismo ed economia di mercato, attribuendo la degenerazione consumistica non al libero scambio come lo concepiva candidamente Frederic Bastiat, ma al capitalismo “realizzato”, quello che di fatto si è imposto fin dalle origini, grazie all’appoggio dello Stato. Non si tratta quindi di correggere il sistema invocando più Stato, ma al contrario, riducendolo al minimo fino a eliminarlo. Il consumismo che rapina le risorse, causa problemi ecologici e degrada la qualità della vita, riducendola a  puro benessere materiale sempre più avvilente, si può combattere solo così.Che dire ? Io sostanzialmente sono d’accordo, con qualche se e qualche ma.

Mi piace la distinzione fra capitalismo e mercato. Mi piace anche quella fra progresso e sviluppo, risalente al rimpianto Pier Paolo Pasolini, che il nostro amico non richiama esplicitamente ma credo condivida. Ho invece molte perplessità sul giudizio positivo che sembra trapelare dalle sue pagine sui “Limiti dello sviluppo” del Club di Roma. Il libello è fra i volumi della mia biblioteca. Quando lo acquistai, anch’io ne fui entusiasta. Tutti ne parlavano bene. Anche un liberale come Ralf Dahrendorf arrivò a dire che dopo la pubblicazione di quel libro era giocoforza cambiare paradigma, se non si voleva soccombere nel giro di pochi anni. Lette adesso, quelle pagine fanno sorridere. Nessuna delle profezie lì contenute si è avverata. Le materie prime sono più che mai abbondanti, sul petrolio si galleggia. Solo le miniere d’oro sono in crisi, ma chi pensa all’oro, oggi, come riserva di valore e fondamento del sistema monetario? Anche i libertari sembrano prediligere i Bitcoin (non il nostro amico; Leporello ne è entusiasta, io sono molto più cauto, ma confesso la mia ignoranza: io non impugno mai quel che non so). Perché, contrariamente alla tesi sostenuta, non si è andati in rovina? Grazie allo sviluppo della tecnologia, di cui gli autori del libello non potevano tener conto, in quanto imprevedibile, come tutto quello che è frutto del mercato, sia pur un mercato fortemente plasmato dagli interventi pubblici, dai protezionismi, dalle esclusive, dalla proprietà intellettuale. Per quanto brutto, il capitalismo così com’è qualche spazio al mercato lo lascia. Ed è proprio questo spazio a produrre il meglio: uno sviluppo che talora è anche progresso. Quelli di cui stiamo parlando  erano gli anni in cui l’OPEC, razionando il petrolio sui mercati mondiali per ripicca contro la politica filoisraeliana dei Paesi capitalistici, sembrava mettere in crisi irreversibile l’economia del mondo più avanzato. A un certo punto però il monopolio OPEC entrò a sua volta in crisi, e la situazione cominciò a migliorare. L’allora presidente della Germania Federale,il liberale Walter Scheel, salutò l’evento come merito precipuo dell’economia di mercato (disse proprio così, non del capitalismo).Non sarei tanto sicuro che il mercato puro, liberato dall’interventismo statale, porterebbe non dico a una decrescita, ma anche soltanto a una crescita zero, quella che piaceva a Stuart Mill. Difficile fare pronostici. Certamente con la scomparsa della mano pubblica, con il ritorno a una moneta vera, al posto di quella virtuale d’oggi, espandibile a piacere,  con con l’abolizione delle banche centrali e, per conseguenza, di tutti gli espedienti che oggi servono a orientare gli investimenti e i consumi, annullando i segnali del mercato riguardo ai tassi d’interesse, e causando effetti ciclici controproducenti, come il  continuo alternarsi di crescita e contrazione, non ci sarebbe molto spazio per investimenti e consumi oggi in gran parte indotti. Io però non credo che lo sviluppo, in sé, sia sempre un male. Oggi mi pare più che mai necessario, se si vogliono risolvere i problemi della disoccupazione, soprattutto giovanile, e della povertà. Per i Paesi ancora alle prese con investimenti troppo limitati e redditi da fame lo sviluppo è più che mai necessario. La cosiddetta globalizzazione, tanto esecrata, e criticabile piuttosto per la sua debolezza filo-capitalistica e poco mercatistica che per il suo presunto aspetto selvaggio, ha fatto del bene proprio ai più poveri, grazie allo sviluppo dell’economia non soltanto nel mondo ricco (che anzi ne ha subito qualche contraccolpo negativo), ma anche e soprattutto in quello rimasto sempre ai margini della modernità. C’è un bellissimo articolo di Kevin Carson in “Center for stateless society – Enrico Sanna” * pubblicato pochi giorni fa. Consiglio vivamente a tutti gli amici di andarlo a leggere. L’autore è un coerente anticapitalista e altrettanto coerente filomercatista. Nel suo scritto, ben documentato, dimostra come lo sviluppo degli Stati Uniti, dall’Ottocento a oggi, sia stato pesantemente condizionato dall’invadenza della mano pubblica in combutta con il grande capitale monopolistico – che non avrebbe avuto modo di formarsi senza il suo sostegno – con esiti per molti aspetti spiacevoli, ben diversi da quelli che con tutta probabilità si sarebbero avuti in un mercato veramente libero, senza banche centrali, sovvenzioni pubbliche, dazi, esclusive, proprietà intellettuale.Per scendere dal cielo dell’astrazione all’attualità, la TAV rientra nel novero delle grandi opere pubbliche di stampo keynesiano che un mercato veramente libero non avrebbe mai prodotto? Se ha ragione Carson, probabilmente sì. Forse lo stesso si potrebbe dire dell’Autostrada del Sole, che fu costruita a spese pubbliche con l’obiettivo di sostenere lo sviluppo della motorizzazione, a tutto vantaggio delle case automobilistiche italiane, Fiat in testa, trascurando l’ammodernamento della rete ferroviaria e favorendo la progressiva eliminazione di altre forme di trasporto, soprattutto per le merci (ad esempio, la navigazione lacustre e fluviale). Come sarebbe stata l’Italia, senza un tale intervento? Migliore o peggiore? Non so. Dico soltanto che, nelle condizioni in cui ci si trova, fermare la TAV mi sembra una follia. So che molti libertari italiani erano contrari. Non ho mai approfondito le loro ragioni. Credo però che, al punto in cui si è giunti, in un momento di recessione che aggrava i problemi di reddito e di occupazione in cui da tempo ci si dibatte, tornare indietro, chiudendo i cantieri e pagando penali, porterebbe a una decrescita tutt’altro che felice. Capisco che il mio discorso potrebbe sembrare keynesiano: provochiamo terremoti artificiali per dare una spinta allo sviluppo, scaviamo buche per poi di nuovo riempirle in modo da produrre nuovi posti di lavoro. Purtroppo però non stiamo vivendo in un sistema anarchico. Siamo costretti, talvolta, obtorto collo, a essere keynesiani per evitare il peggio. I Cinquestelle, che sono anti-TAV, non sono antikeynesiani, ma solo ignoranti e pasticcioni. I Leghisti di Salvini, che sono pro TAV, non sono keynesiani, ma anche loro ignoranti e pasticcioni allo stesso modo. Non possono apprezzare Keynes per una serie di motivi: era elegante, coltissimo, amante dell’arte e della letteratura, ed era per di più culattone. Loro invece sono trasandati, culturalmente grezzi, amanti della nutella; e per di più  sono maschiacci e ce l’hanno duro.

*Kevin Carson, Infrastruttura non significa “Progresso”, in “Center for a stateless society-Enrico Sanna”, 24 gennaio 2019.  

Giovanni Tenorio

Giovanni Tenorio

Libertino

9 pensieri riguardo “Sviluppo o progresso?

  • 2 Febbraio 2019 in 6:33 pm
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    Sì è vero il sito dell’autore da lei menzionato è molto interessante, avendo avuto modo di poterlo esplorare un po’ di tempo addietro, anche se lessi con estrema attenzione unicamente la sezione riguardante il meridione, trovando un analisi obiettiva, scritta poi da un meridionale(leccese?napoletano?), come da egli stesso affermato.
    Senza monopolio monetario e creditizio collasserebbero anche gli altri monopoli e con l’innovazione in corso la stessa internet subirà il decentramento; a quel punto ad indirizzarci nelle ricerche non sarà più a suo piacimento un’unica società californiana ma una miriade di reti interconnesse.
    Io però non riesco a capire perché si debba necessariamente associare il termine anarchia a libertà, individualismo e liberalismo, mi sembrano agli antipodi ed il primo sempre a mio avviso ha assunto negli anni connotati deteriori, che finiscono a discapito degli altri. Trovo persino orribile il termine anarco capitalismo in tutta sincerità, poi è che chiaro che non possedendo cognizioni filosofiche tali per potermi destreggiare in questo ambito, mi ritrovo con questi dubbi e sensazioni.

    • Giovanni Tenorio
      3 Febbraio 2019 in 11:45 am
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      Anche a me non piace l’espressione “anarco-capitalismo”, considerato che, fin dalle sue origini, il capitalismo ha contato sul sostegno dei poteri costituiti e ha goduto di sostanziosi privilegi, incompatibili con il libero mercato. Preferisco “anarchia di libero mercato”. Però, a ben vedere, è un modo di dire ridondante. Non credo che si possa essere anarchici rifiutando il mercato, che in sé è una forma di anarchismo, in quanto ha come esito, sul piano economico, un ordine che si forma spontaneamente, attraverso una serie di libere contrattazioni che non abbisognano di un superiore coordinamento. Rifiutare il mercato, inteso nella sua forma più pura (non in quella mutilata e manipolata delle liberal-democrazie odierne, dove il potere economico è ammanicato all’autorità politica, in una perversa simbiosi che mira a conservare i privilegi esistenti e a costruirne di nuovi) significa accettare un’autorità che pianifichi, o almeno regoli in modo stringente, i processi economici, limitando le scelte individuali. Rimane vero che, in una società anarchica, una particolare comunità può liberamente scegliere di mettere tutti i propri beni in comune, di pianificare, al proprio interno, l’attività economica di tutti i consociati, di dividere in parti uguali fra tutti i partecipanti i frutti delle attività produttive. Sarà una libera scelta di tutti quelli che vorranno aderire a un simile disegno, ferma restando, per ciascuno, la possibilità, in ogni momento, di ritirare la propria adesione e uscire dalla comunità.
      Quanto al termine “anarchia”, sono d’accordo che, nel linguaggio comune, ha assunto un significato deteriore, associandosi all’idea di disordine e di violenza. Che alcuni anarchici in passato abbiano esercitato la violenza, è innegabile. Che ancora oggi alcuni gruppi violenti si autoqualifichino come anarchici, è un altro dato di fatto. Non è la nostra posizione. Siamo per la non violenza, come Lev Tolstoj, il quale scriveva: “Com’è possibile che(…) chi ha mandato Bresci, e continua a minacciare altri imperatori, non sappia escogitare nulla di meglio, per migliorare le condizioni della gente, se non l’assassinio di coloro la cui eliminazione può risultare altrettanto utile quanto il tagliar la testa a quel mostro delle fiabe, a cui al posto della testa tagliata ne ricresce subito un’altra?”. Quanto all’identificazione di anarchia e disordine, nulla di più falso. “Anarchia è ordine”, diceva Proudhon. Anarchia non è mancanza di regole, che dovrebbe invece chiamarsi “anomia”, ma un insieme di regole liberamente accettate. Per tornare al mercato, è quello che succede nella libera contrattazione economica, dove le parti addivengono spontaneamente, e non per imposizione di un’autorità superiore, all’accettazione di obblighi reciproci che vanno a vantaggio di tutti contraenti. Che il mercato sia sostanzialmente anarchico è riconosciuto anche da Piergiorgio Odifreddi nel saggio di cui abbiamo parlato qualche settimana fa. Lasciato a sé stesso, porta alla formazione di monopoli e di poteri dominanti? Allo stesso modo, una società anarchica aprirebbe la via alla formazione di nuovi poteri politici oppressivi? Tutto da dimostrare. Finora sono solo congetture. C’è da sperare che prima o poi sia la realtà effettuale a dirimere la controversia. Non saremo certo noi a dire, davanti all’evidenza: “Se i fatti ci danno torto, tanto peggio per i fatti”.

  • 4 Febbraio 2019 in 2:01 am
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    Tolstoj si sbagliava su Bresci, nessuno lo inviò, non era un candidato manciuriano.

    Basta leggere la biografia di Bresci per rendersi conto che era uno che valeva qualcosa, si dava da fare, era un benestante e non uno spiantato alla Sacco & Vanzetti e questo lo rende più credibile. Quello che ha fatto lo ha fatto perchè era un puro alla Feltrinelli ed era davvero convinto di ciò che faceva, ovvero vendicare il massacro di Bava-Beccaris. Chi glielo faceva di venire dagli Usa dove stava più che bene per finire nelle galere italiote? L’unico anarchico che io apprezzi è proprio Bresci, anche se il tirannicidio giustamente non porta quasi mai a nulla se non in casi particolari (es. se avessero ammazzato Adolfo nel 43, allora sì che sarebbe stato un gran bel successo…)

    Invece gli altri anarchici di due secoli fa non di rado erano contraddizioni viventi; antistatalisti dichiarati, lavoravano spesso proprio per l’odiato stato come ferrovieri, netturbini…, insomma il più delle volte erano semplici buoni a nulla incapaci di integrarsi; le menti come Bakunin poi erano pure un po’ parassiti, pronti a spolpare l’ingenuo Cafiero di turno…

    • Giovanni Tenorio
      4 Febbraio 2019 in 8:39 am
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      Fosse per me, cancellerei dal Codice Penale tutte le attenuanti a favore di chi compie delitti per nobili fini ideali. Un omicidio è un omicidio, punto e basta. Non deve interessare alla legge il fine per cui è stato commesso; altrimenti torniamo a giustificare, ad esempio, il delitto d’onore. Unica discriminante dev’essere la legittima difesa. L’uccisione (mancata) di Hitler deve essere considerata in questo senso: se gli attentati contro di lui avessero avuto successo, sarebbero stati risparmiati infiniti lutti. Anche Tommaso d’Aquino giustificava il tirannicidio: come difesa, non come vendetta. L’atto di Bresci fu una semplice vendetta. Se Bava Beccaris era un delinquente, tale era anche Bresci. So che con queste parole mi attirerò gli strali di qualche amico, ma si dovrebbe ormai aver compreso che i nostri modelli di riferimento sono Socrate, Cristo (Cristo, sì, quello di Marcione, che ha rinnegato il dio vendicativo dell’Antico Testamento), Gandhi, Tolstoj, Luther King. Conosco già l’obiezione:”Proprio tu parli così, che hai ucciso il Commendatore!”. Sì, l’ho ucciso, quel tanghero, e ne ho anche insultato la statua, ma fu legittima difesa. Glielo dissi chiaramente:”No, non mi degno di pugnar teco!” L’ha voluto, suo danno. La mia non fu vendetta. Avrei potuto accoppare anche quell’altro tanghero di Masetto, che si voleva vendicare di me, catturandomi in un agguato con un manipolo di scalzacani come lui, e invece mi limitai a dargli una bella manica di botte. Per questo mi hanno mandato all’Inferno: e ci sto bene, con tante belle donne. Le racchie le lascio ai santi del Paradiso e a quell’altro delinquente di Cirillo che lasciò uccidere la mia amica Ipazia dalla massa dei fanatici bigotti (anche loro agivano per un motivo ideale, in odio al neoplatonismo paganeggiante della bellissima, coltissima, intelligentissima figlia del matematico Teone).
      Spero non si voglia mettere sullo stesso piano Umberto I, vittima delle pistolettate di Bresci, e Hitler. L’uccisione di Umberto I che conseguenza ha avuto? Di infangare la causa anarchica, aggiungendo in suo nome un nuovo delitto, inutile e stolto, ad altri delitti. Anche i terroristi dell’ Isis e i Talebani agiscono per motivi ideali. Agivano per motivi ideali anche i delinquenti delle Brigate Rosse. Che conseguenze hanno avuto i loro attacchi a figure istituzionali, o anche a semplici poliziotti (spesso figli di povera gente, come ricordava Pasolini)? Non certo la distruzione dello Stato borghese, ma sicuramente un imbarbarimento della civiltà giuridica italiana e uno strapotere concesso alla Magistratura, che, con la legislazione premiale a favore dei cosiddetti “pentiti”, ha avuto effetti collaterali nefasti (il caso Tortora è il più agghiacciante).
      Max Weber ci ha insegnato che esiste un’etica dei princìpi e un’etica della responsabilità, che tiene conto delle conseguenze derivanti dalle proprie azioni. Ammesso e non concesso che uccidere per ragioni ideali rientri nell’etica dei princìpi, il gesto di Bresci (e degli altri personaggi come lui) non rientra di certo in quella della responsabilità.
      E ora, chi mi vuol lapidare, mi lapidi. E’ aperto a tutti quanti, viva la libertà.

    • 4 Febbraio 2019 in 8:27 pm
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      E invece sono sostanzialmente d’accordo su tutto (a parte Marcione nomen omen) :D

      Bresci però si era semplicemente abbeverato alla fonte del suo tempo, in cui il tirannicidio era visto dall’anarchismo come la pratica che avrebbe risvegliato le coscienze e portato finalmente alla spontanea sollevazione popolare (analisi ovviamente sbagliata e fallimentare, il popolo bue rimase tale). Aveva una famiglia e una vita agiata in Usa, ma per un ideale (balzano) molla tutto per finire poi miseramente strangolato dalla sbirraglia carceraria.

      Un po’ di stima (che non significa approvazione) io non gliela nego.

  • 6 Febbraio 2019 in 3:16 pm
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    Sulla terminologia, preferisco considerare sinonimi il capitalismo e l’economia di mercato. Anzi, l’economia senza specificazioni perché se non è di mercato non è economia. Le ricchezze accumulate attraverso l’intervento pubblico non le chiamo capitalismo ma mercantilismo. Ma è appunto solo una questione terminologica, il contenuto reale non cambia. Nelle rare occasioni in cui il mercato è stato lasciato a sé stesso non ha mai prodotto monopoli e poteri dominanti. Essi si sono sempre formati attraverso la violenza fisica e hanno sempre cercato di regolare dirigisticamente il mercato, quando non di abolirlo totalmente. Ritengo che se decidiamo di essere d’accordo nel proseguire con l’alta velocità ferroviaria, non siamo keynesiani ma solo persone che si sono accorte che interrompendo i lavori a giochi fatti il costo sarebbe maggiore. Su Bresci non saprei dire. I Savoia li detesto tutti, dal padre di Umberto Biancamano a Vittorio Emanuele III; ma se quel regicidio ha finito per portare acqua agli statalisti, allora è stato peggio di un delitto: un grave errore politico costato altro sangue come quello della prima guerra mondiale. L’Italia avrebbe partecipato lo stesso? Forse, chi può dirlo? Di certo gli oppositori dei Savoia non hanno tratto alcun vantaggio dal gesto. Se mai hanno avuto maggiori difficoltà a esprimere liberamente il loro pensiero.

    • 7 Febbraio 2019 in 12:46 am
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      Savoia odiosi e indifendibili (e massoni), ma un’eccezione per la povera Mafalda morta miseramente a Buchenwald io la farei.

    • Giovanni Tenorio
      7 Febbraio 2019 in 9:14 am
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      Io terrei ben distinti capitalismo e mercato. Il capitalismo presenta un ampio ventaglio di strutturazioni, il mercato inteso nel significato puro del termine, no. Era capitalismo quello dell’epoca manchesteriana, era capitalismo quello sovietico, è capitalismo quello della Cina di oggi. Lo Stato è presente in tutt’e tre questi modelli, sia pur con peso diverso e modalità diverse di intervento. Qual è l’origine della rivoluzione industriale nel mondo anglosassone? La recinzione, ad opera dei privati, per concessione governativa, delle terre su cui da secoli si erano costituiti usi comuni. La violazione di tali diritti acquisiti è un atto di violenza ai danni di una collettività e a vantaggio dei pochi che posseggono i mezzi per mettere a frutto i terreni in questo modo espropriati. Di qui ha origine quella accumulazione capitalistica che sarà alla base del successivo sviluppo industriale, alimentato da una manodopera a buon mercato formatasi grazie all’abbandono delle campagne da parte dei contadini ridotti in miseria proprio per effetto delle recinzioni. In questo caso lo Stato dà l’impulso, poi lascia fare ai privati, intervenendo a sostenerli, con i suoi sbirri, contro le leghe operaie che si battono per il miglioramento dei salari e delle condizioni di lavoro; con i dazi, le barriere doganali, le concessioni di monopoli; con le commesse pubbliche; con la tutela della proprietà intellettuale. Nella Russia sovietica l’accumulazione capitalistica avviene sempre a danno del mondo contadino, in modo molto più brutale, attraverso l’eliminazione dei kulaki. Poi sarà lo Stato a gestire tutta la produzione economica attraverso i piani quinquennali. Il modello cinese, apertosi con successo al commercio mondiale dopo il periodo della rivoluzione maoista, ha anch’esso alla base un robustissimo sostegno pubblico. Nel mondo attuale non esiste un modello capitalistico di puro mercato. Forse è inevitabile, finché lo Stato esiste. Per abbattere lo Stato bisogna incominciare a ridurre questa simbiosi tra governi e sistemi produttivi. Ad esempio, boicottando l’industria bellica, violando brevetti e proprietà intellettuale, esercitando il contrabbando, favorendo il lavoro nero (a patto di non sfruttare i lavoratori), evadendo per quanto possibile il fisco, evitando di investire in titoli di debito pubblico. Ammazzato lo Stato, si avrà il mercato puro. Al macero anche le banche centrali, che stampano moneta falsa con valore legale. Tutto questo, naturalmente, non basta. Ci sarà bisogno anche di molta beneficenza privata, quella che oggi è ridotta al lumicino perché, quando uno si vede sottrarre, in nome del “bene comune”, che poi è il bene di chi comanda, metà del proprio reddito, non ha voglia di sborsare altro denaro. Dovranno essere molte le iniziative senza fine di lucro, finanziate liberamente da chi le vuole sostenere, per esempio a sostegno di attività culturali, biblioteche ,musei, teatri, istituzioni musicali, centri di ricerca, società di mutuo soccorso, ospedali ecc. Si potranno anche fondare comunità ispirate a princìpi collettivistici, purché su base volontaria. Le Chiese staranno in piedi grazie alle donazioni dei fedeli, non attraverso l’otto per mille e altre ruberie del genere. A questo punto la parola “libertà”, nel cui nome finora si sono commessi atroci delitti, potrà cominciare ad avere un senso.

  • 7 Febbraio 2019 in 6:50 pm
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    Massoni i Savoia? Se tali, li considero difendibili. Mafalda non c’entra, io detesto chi ha regnato. Dai conti di Morana a Emanuele III. Non ce l’ho neanche con Umberto II, non è giudicabile come luogotenente del regno dove di fatto prendeva ordini e il suo mese e mezzo successivo non è costellato da azioni alla Bava Beccaris. Non ce l’ho con Vittorio Emanuele IV, anche se l’episodio dell’isola di Cavallo e il contenuto delle sue telefonate intercettate me lo rendono inviso. Non ce l’ho con Emanuele Filiberto anche se mi dicono che canta male. Non ce l’ho con Amedeo d’Aosta, malgrado la rissa con i parenti per successioni dinastiche nel bel mezzo di una cerimonia funebre in onore di un loro congiunto. Dei regnanti, Umberto II escluso, non salvo alcun esponente. Tutti rozzi e prepotenti, il contrario del libero pensiero. Le leggi fasciste contro le logge non le firmò il nano di Arcore ma un altro nano: lo stesso che firmò quelle contro gli ebrei. Sul capitalismo ribadisco la mia posizione semantica. Prendersi le terre altrui e recintarle è come espropriarle. Se avviene per concessione governativa, c’è appunto l’aiuto di stato. Se avviene con la collettivizzazione forzata c’è lo stato che si autoaiuta. Per me capitalismo è creazione di capitale non concentrazione limitata o distribuzione forzata di esso. Libera banca in libera società. Possibile, come giustamente è stato scritto, solo senza lo stato.

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