Neanche per il piacere di porle in lista

Cari amici, io passo per un gran manigoldo, ma non ho mai né torto un capello a nessuno – a meno che non mi sia trovato nella necessità di difendermi, magari da quel rimbambito di commendatore o da quel rozzone di Masetto – né truffato i miei creditori né spacciato monete false. Ho avuto solo il torto di amare le donne fino alla follia, e di goderne le grazie, quando me le concedevano, cioè sempre… La cattiva fama di cui godo è tutta invidia! Sono sempre stato così onesto nei miei corteggiamenti amorosi che non ho mai esitato a far conquista anche delle vecchie decrepite; “per il piacer di porle in lista”, dice maliziosamente il mio servitore Leporello, ma non è del tutto vero: l’ho fatto anche e soprattutto per generosità! Perché dar soddisfazioni solo alle giovani e belle? E’ vero, la mia passione predominante è sempre stata la giovin principiante; ma i miei ozi letterari mi son serviti anche a imparare che in una certa commedia di Aristofane le donne, divenute arbitre del parlamento, decidono di approvare una legge che impone al maschietto di inforcarne una vecchia prima di concedere i propri servigi a una giovane. Una legge del genere, proprio perché impositiva, sarebbe un abominio; ma se uno lo fa per liberalità, come ho sempre fatto io, mi sta benissimo: inforcare una vecchiona prima di concedermi a una principiante… perché no? Ma non divaghiamo. Io non ho mai spacciato denaro falso! Un giorno, durante le mie scorribande, mi capitò di incontrare un povero contadino che si lamentava  perché gli esattori delle imposte gli avevano estorto una somma considerevole, riducendolo sul lastrico. Lo invitai a maledire il governo (non date ascolto a quel calunniatore di Molière, secondo cui l’avrei invitato a bestemmiare Dio! E perché mai? Io non ho niente contro Dio, semmai contro quelle canaglie dei suoi ministri). Quello sulle prime si rifiutò, perché a scuola i maestri e al catechismo i preti gli avevano insegnato che lo Stato è il rappresentante di Dio in terra negli affari temporali, un po’ come il papa in quelli spirituali o presunti tali; che anche San Paolo nella lettera ai Romani esorta i buoni cristiani a obbedire alle autorità, a pagare le tasse… Mi sedetti vicino a lui e gli feci capire che il bel risultato ottenuto da San Paolo, con tutto il suo lealismo all’impero di Roma, fu di vedersi spiccare la testa con un colpo di spada, solo per aver predicato che Cristo è il figlio di Dio e bisogna adorare solo lui, non l’imperatore; sì, proprio con con un colpo di  quella spada che nella sua lettera aveva indicato come segno di somma giustizia. Tutto quel che gli fu graziosamente concesso fu di non finire sulla croce, come il suo confratello Pietro, giusto perché aveva la cittadinanza romana… Ecco le belle prodezze dello Stato, che ci succhia i soldi e ci manda sulla forca solo perché ci rifiutiamo di adorarlo, o magari diciamo qualcosa che non gli garba: che le tasse sono un furto, che la guerra è un delitto, che il servizio militare è una schiavitù, che la scuola pubblica è indottrinamento, che la costituzione andrebbe ridotta in brandelli! Fu a questo punto che il povero contadino, convinto dalla mia perorazione, si mise a inveire contro i pubblici poteri con tutto il fiato che aveva in gola. E io, in segno di gratitudine, gli regalai una ponderosa moneta d’oro zecchino, “per amore dell’umanità”, gli dissi; e lui con quel mio dono poté rimediare alle perdite subite, comperare un nuovo campicello, rifarsi una vita, almeno fino al momento in cui ricomparvero i loschi figuri dell’agenzia delle entrate… Ora capite perché io, che regalavo monete sonanti, sono preso da un’insopprimibile stizza quando vedo che tutta la stampa di regime, vera peste dei tempi d’oggi, plaude unanimemente ai grandi falsari in guanti bianchi, confondendo la mente degli allocchi con espressioni barbariche come ” quantitative easing” o con formule esoteriche tipo TLTRO, OMT e altre sigle del genere! Ma vogliamo scherzare? Quelli immettono nel circuito monetario carta straccia, anzi neppure carta straccia, semplici numeri che volano da un supporto elettronico a un altro, e ci vogliono far credere che così rimetteranno in moto l’economia, ridotta al lumicino dalla pirateria fiscale? Baronate da commendatore, era lui che faceva qualcosa di simile, in omaggio al suo re e ai suoi amici banchieri. Il gioco è fin troppo scoperto: inflazionare la moneta, far correre i prezzi (“La deflazione, la deflazione, che guaio! “-strillano i pappagalli, come se prezzi in calo non fossero un beneficio per tutti, altro che gli 80 euro in busta paga!) e così ridurre truffaldinamente il debito pubblico in termini reali, anche se nominalmente rimane quello di prima… Sono come il gatto e la volpe nella favola di Pinocchio, che vogliono far credere al malcapitato burattino di poter moltiplicare le sue poche monete sotterrandole in una buca e annaffiandole. Forse anche il gatto e la volpe avevano studiato ad Harvard o al MIT di Boston, e avevano fatto carriera come advisors della Goldman Sachs. Non si può credere che una simile filosofia sia dettata dall’ignoranza, come quella d’una mia povera zia vecchia bacucca, che si domandava come mai il commendatore non stampasse una valanga di soldi da dare ai poveri, così sarebbero diventati tutti ricchi! In realtà il commendatore li stampava, ma li regalava ai suoi amici banchieri per comperare titoli di debito pubblico; dei poveri se ne faceva un baffo. Ora leggo che un pensionato è stato denunciato per aver fatto la spesa con denaro falso. Perché i banchieri centrali sono elogiati, e lui invece, poveretto, rischia la galera? Non fanno la stessa operazione? Anzi, molto meglio il pensionato, che almeno dà un po’ di ossigeno ai consumi, non ai bilanci delle banche o alle bolle speculative della Borsa…
Mi dispiace che al vertice di questa colossale truffa su scala mondiale ci siano non soltanto maschietti come Dragula, proveniente dal Bel Paese che Appennin parte e il mar circonda e l’Alpe, ma anche alcune gentili donzelle piuttosto attempate, le quali, a dire il vero, portano piuttosto maluccio il carico dei loro anni. Ecco, di tali gentili donzelle, le Giannette e le Cristine, io non saprei proprio che farmene; mi guarderei bene dal farne conquista anche per il sol piacere di porle in lista: e non perché siano vecchie e malandate, ma perché io con i truffatori (e le truffatrici) non voglio aver niente che fare.

Giovanni Tenorio

Giovanni Tenorio

Libertino