Un fallimento dell’ingegneria di Stato

“Le opere di Riccardo Morandi sembrano raggelate un minuto prima del crollo”
(Bruno Zevi)

Non cercate il problema nella manutenzione, ma nell’origine.

Parlano di “mancanza di manutenzione” i parassiti, per mettere le mani avanti e chiedere più spesa (oppure più “sovranità” come quell’idiota di Matteo Salvini). Il ponte è crollato perché, fin dall’inzio, è stato concepito in un contesto di arroganza economica e tecnica: gli anni Sessanta. Il mio professore di strutture, uno di quelli che non fanno carriera parallela al Ministero e che non firmano opere pubbliche, diceva che la materia riflette indirettamente le intenzioni di chi la manipola.

Il titolo cita la definizione che l’ingegner Antonio Brencich ha dato dello schema struttruale del ponte.


Una chiosa di Don Giovanni:

Oro colato quello che Leporello ha scritto su queste pagine a proposito del luttuoso evento che ha avuto come tristo protagonista il famigerato “Ponte Morandi”  di Genova, il viadotto sul torrente Polcevera che, terminato nel 1967 dopo quattro anni di lavoro, fu inaugurato con grandi festeggiamenti, come un’opera destinata a durare nei secoli e a testimoniare la gloria di un Paese risorto, grazie al cosiddetto “miracolo economico”, dalle macerie della guerra ed entrato trionfalmente a far parte delle società  più floride per ricchezza e più avanzate per tecnologia. Era l’epoca in cui si aveva una fiducia cieca nel cemento armato. La tecnica  del “cavalletto bilanciato”, che si sostituiva alle tradizionali arcate, sembrava una trovata avveniristica: peccato che il progettista non disponesse di una preparazione matematica pari all’estro creativo  di cui era indubbiamente dotato. Pare abbia mal calcolato quella che tecnicamente viene chiamata “deformazione viscosa”, ovverossia il deterioramento delle strutture nel corso del tempo. Grave pecca in un ingegnere. Un architetto (oggigiorno, perché un tempo non era così: Andrea Palladio i calcoli li sapeva fare!) può ignorare la matematica e concedersi tutti i voli fantastici più impensati: alla fine sarà un ingegnere a fare i calcoli, e a stabilire se l’opera  starà in piedi oppure no. Sulla base del suo giudizio si provvederà a modificare il progetto, o a lasciarlo sulla carta, per poterlo magari  contemplare alla stregua di un bel quadro o di un bel disegno, come tante architetture futuriste di Antonio Sant’Elia, che per nostra fortuna sulla carta sono rimaste. Ci fossero rimasti anche i progetti di Morandi! Oggi potremmo magari ammirarli in una bella mostra, compiacendoci della genialità del loro creatore; e sul Polcevera resisterebbe alle ingiurie del tempo un ponte più modesto, ma anche più solido. Senz’altro meno avveniristico, più simile a quei ponti romani che stanno ancora in piedi dopo due millenni e più, anche grazie alle arcate che scaricano il peso lateralmente, anziché verticalmente. Sia lode agli Etruschi, che insegnarono ai Romani l’arte muraria e in particolare la costruzione dell’arco e della volta…

Non vorrei aver detto qualche sciocchezza, data la mia scarsissima conoscenza in materia. Se è così, me ne scuso con i lettori, e sarà Leporello, per una volta tanto, a rimbrottarmi e a correggermi. Mi limito ad aggiungere che, a quanto pare, il crollo non è dovuto a scarsa manutenzione: al contrario, specie negli ultimi decenni, il ponte è stato tenuto costantemente sotto controllo. Si era addirittura deciso di metterlo in sicurezza alleggerendo il traffico che sopportava (divenuto nel frattempo molto più intenso e più pesante che all’epoca in cui l’opera fu progettata e costruita) grazie alla costruzione di una”gronda piccola”, cioè di un altro ponte di dimensioni più ridotte che lo affiancasse collocandosi a un livello più basso, o di una “gronda grande”, cioè di un vero e proprio percorso alternativo. Chi a suo tempo si oppose a queste ragionevoli soluzioni? I soliti comitati civici, che ebbero il sostegno del Movimento 5 Stelle, secondo i cui esponenti quella della pericolosità del ponte era soltanto una favoletta. Ora, dagli scranni del governo di cui sono la punta di diamante, i pentastellati fanno fuoco e fiamme, denunciando -a torto- quale causa del disastro una scarsa manutenzione e invocando, all’unisono con i compari della Lega di Salvini, punizioni esemplari per i responsabili. I primi responsabili sono proprio loro, che hanno a suo tempo avversato gli unici provvedimenti sensati, grazie ai quali si sarebbe potuta evitare la tragedia su cui ora versano lacrime di coccodrillo. Sono loro a dover finire in galera.

Crollano i ponti, come nel Medio Evo gli acquedotti,  la scuola licenzia somari, i migliori cervelli fuggono all’estero, gli studiosi di vaglia vengono calunniati, la scienza viene irrisa e calpestata, come ai tempi di Ipazia (la nuova Ipazia si chiama Ilaria Capua), tornano a diffondersi infezioni che da tempo sembravano debellate, l’economia, dopo un tenue barlume di ripresa, si accartoccia, la disoccupazione cresce, i braccianti nel Sud (e non solo), in gran parte extra-comunitari e spesso clandestini, lavorano in condizioni disumane. Siamo in procinto di ricadere nei secoli bui. I barbari? Non c’è bisogno di aspettare un nuovo Odoacre. Sono già al governo. Come il re degli Eruli spedì in Oriente le insegne imperiali, ponendo fine all’Impero di Occidente, così i pentastellati e i leghisti, pungolati dai Savona, dai Borghi e dai Bagnai, rispediranno fra poco a Bruxelles le insegne dell’Unione Europea.  Sovranismo e autarchia. E i sudditi con le pezze nel culo. La chiamano “decrescita felice”.
 

4 pensieri riguardo “Un fallimento dell’ingegneria di Stato

  • 15 agosto 2018 in 4:29 pm
    Permalink

    Sono convinto che l’unione di cemento e tondini – se fatta a regola d’arte e con materiale di prima qualità – sia validissima. Ricordiamoci come la diga del VaJont abbia retto benissimo all’onda d’urto provocata dalla frana.

    Con un po’ di attenta manutenzione le strutture in c.a. potrebbero benissimo arrivare a qualche secolo (il vero problema è che siano state viziate all’origine da materale scadente, sabbia di mare, impasti deboli, etc. cosa tutt’altro che rara, putroppo…)

    • Leporello
      16 agosto 2018 in 9:05 am
      Permalink

      In realtà (rispondo anche alla chiosa di Don Giovanni, troppo gentile nella sua valutazione delle cose che ho scritto al volo), non penso che ci fossero limiti o errori nei calcoli dell’ingegner Morandi, per un motivo molto semplice: il cavaletto bilanciato è una struttura semplicissima da calcolare! Basterebbero un foglio di carta e la matita di uno studente di Scienza delle Costruzioni.

      L’errore è “culturale” (per questo ho scritto “arroganza”): lo schema strutturale scelto, concettualmente più semplice e facile da calcolare, era contemporaneamente la soluzione più complessa (e costosa) da realizzare. L’illustre Morandi ha delegato agli esecutori dell’opera (non solo il cantiere, ma anche le officine, visto che tutta la parte precompressa non è realizzabile “in opera”, ma deve essere trasportata una volta costruita in ambiente protetto) le più grandi responsabilità e difficoltà.

      Non è molto diverso da quello che avveniva (in parte ancora oggi, ma negli anni Sessanta e Settanta in modo sistematico e diffuso): delegare al geometra di cantiere le responsabilità e la parte più critica del lavoro.

      Inoltre: la struttura del ponte Morandi non è metastabile. In caso di cedimento di un componente (trave) del gruppo pilone, tutto il gruppo collassa. Non ci sono configurazioni di equilibrio intermedie, magari non compatibili con la funzionalità per cui la struttura sarebbe in ogni caso da demolire, ma che possano ridurre il numero delle vittime in caso di disastro.

      Anche questo è una manifestazione di eccessiva fiducia e di arroganza: un ingegnere non si limita a “immaginare” una struttura ideale, ma tiene conto delle condizioni “reali” di realizzazione e utilizzo, spesso molto lontane dalla teoria. La gestione del “disastro” deve essere parte della progettazione.

      (A questo proposito di veda il destino di uno dei gemelli del ponte crollato: https://it.wikipedia.org/wiki/Ponte_General_Rafael_Urdaneta)

      Paradossalmente strutture più antiche e realizzate con tecnologia meno avanzata (Don Giovanni cita Palladio, ma vale anche per la “magia” di Brunelleschi oppure, in tempi più recenti, per i progettisti di ponti William Tierney Clark e Adam Clark) erano più complesse da calcolare, ma venero realizzate con la dovuta attenzione (anche personale del progettista) alla realizzazione e al cantiere (pensiamo alla “presenza” di Brunelleschi o al “trucco” di Adam Clark durante la Seconda Guerra Mondiale).

      In somma: il ponte è crollato per motivi “culturali”, rappresenta la sintesi dello stupido entusiasmo delle opere pubbliche degli anni Sessanta.

  • 17 agosto 2018 in 7:13 pm
    Permalink

    Condivido ogni singolo rigo di questo articolo. Ma è incredibile come nei giorni scorsi, si sia letteralmente scatenata questa rabbia cieca verso tutto e tutti, aizzata da questi pagliacci pericolosissimi, peggiori persino di quei mafiosi e ladri amici dei monopolisti, che abbiamo avuto al governo sino a poco tempo fà. Cosa voleva fare Di Maio, un processo in stile Lubrano o Rita Dalla Chiesa, con le persone ridotte a brandelli ancora sotto le macerie?? Incompetente e stupido, per sua e nostra fortuna corretto dal sempre scaltro Salvini: “prima paghino e ricostruiscano, poi vediamo il resto”. Per carità ci sono le responsabilità dei monopolisti amici degli amici importanti ed anche piuttosto serie, ma qui era un voler speculare su una tragedia, come tal blogger m5s col nome da detersivo, secondo cui “la carenza di valuta”, l’impossibilità di crearsela in casa porta a queste tragedie che sono figlie dell’austerità imposta da Bruxelles; come se tutti quei bilioni di euro stampati per acquistare titoli di stato del nostro debito fossero chiacchiere. Chissà un domani come la prenderanno gli operai manutentori, delle “nazionalizzate” Alitalia, Autostrade ecc quando si vedranno pagati in carta da cesso…. No ha perfettamente ragione Don Giovanni, siamo alla fine dei tempi, è stato un segnale premonitore di una catastrofe imminente ancora più profonda e duratura in arrivo su questo paese, del resto… vivendo in una zona turistica in giro si vede solo arroganza crescente, tanti tatuaggi, tanto botox e pochi neuroni, il tutto da mostrare ben depilati nei party in spiaggia a Gallipoli o Lignano, ovviamente con il reddito di cittadinanza.
    che tristezza!!

I commenti sono chiusi