Inni nazionali e suon di pernacchie

Evasore fiscale che celebra evasore fiscale
Evasore fiscale che celebra evasore fiscale

Cari amici, forse perché io sono un cosmopolita, amante dell’umanità e nemico dei ghetti etnici (ho girato il mondo in cerca di donne, senza discriminare né in base all’età, né alla bellezza, né tanto meno al luogo di nascita o di residenza), nutro una vera idiosincrasia per gli inni nazionali. Amo solo due inni, che fortunatamente non sono nati come inni nazionali, né tali potranno mai diventare; anzi non sono nati neppure genericamente come inni, ma come momenti topici di una bella storia, la mia storia, filtrata attraverso la fantasia d’un inarrivabile genio con la complicità d’un suo bel compare di grande talento. Mi riferisco a quello ch’è diventato il motto dipinto in bella evidenza sulla facciata del mio palazzo, “E’ aperto a tutti quanti, viva la libertà!” e a quell’altro che intono sempre come grazioso augurio (al posto dello scipitissimo e plebeo “buon appetito”) all’inizio di ogni banchetto da me offerto a illustri ospiti, quando i suonatori della mia orchestrina sono ancora lì ad accordare gli strumenti per allietare le libagioni con le delizie della musica: “Viva le femmine, viva il buon vino, sostegno e gloria d’umanità!” Questa è poesia, dove per fortuna nessuno si vanta di essere über alles, nessuno incita les enfants de la patrie ad andare a massacrare e a farsi massacrare, nessuno chiede a Dio di salvare il re o la regina (e tutti gli altri chi sono, esseri umani di secondo rango?), nessuno lascia di stucco i fratellini allibiti blaterando di elmi di Scipio da mettere sulla testa non si sa bene di quale schiava. Che ne direste se io imponessi a tutti i visitatori del mio parco, a tutti gli ospiti dei miei banchetti, di scattare sull’attenti e mettersi a intonare i versi dei miei due amati inni? Sarei giustamente preso per matto, tutti declinerebbero i miei inviti. Invece pare che se un essere umano nato per sua disgrazia sotto una sovranità nazionale di cui non vuol saperne (o perché ne desidererebbe un’altra, o perché è anarchico come me) debba essere preso… per matto no, ma – ed è peggio, molto peggio – per delinquente quando, all’udire l’inno della patria cui suo malgrado appartiene, non si alza in piedi con la mano sul cuore per mettersi intonarne i versi. Tra l’altro, il suo atteggiamento potrebbe anche derivare da motivi squisitamente estetici. Sotto questo aspetto, pochi inni nazionali si salvano. Di solito sono brutti; quando hanno qualche valore, di solito sono tratti da composizioni musicali di grandi maestri, scritte per altri contesti, altri intendimenti e altre occasioni. Pensiamo alla triste fine che ha fatto l’Inno alla Gioia d Beethoven (che tra l’altro, all’origine, doveva essere un inno alla Libertà): è diventato l’emblema dell’Unione Europea, malamente strimpellato in tutte le salse da bandacce e orchestracce. Come un bel vestito malamente indossato da un gobbo prende a sua volta la gobba diventando un cencio, così è capitato alle note beethoveniane, quelle che il biancovestito assiso sulla cattedra di Pietro bollò a suo tempo come un passatempo da prìncipi rinascimentali. Un altro motivo di rifiuto potrebbe essere di carattere etico: le parole degli inni, spesso più brutte della musica, e per fortuna non sempre comprensibili, sono nella maggior parte dei casi l’esaltazione d’una presunta superiorità etnica e l’elogio di virtù guerriere da mettere al servizio di un’autoreferenziale missione di civiltà, a danno di altri popoli; e quando vi si parla di libertà è la libertà propria, non quella degli altri; anzi, la libertà del popolo, inteso come sacra Entità, volente senziente e pronto alla morte, non quella degli individui: nulla di libertino! Ora, se uno parla male pubblicamente dei negri, degli ebrei, degli zingari o dei terroni, dichiarandoli esseri intellettualmente e moralmente inferiori, viene coperto di disprezzo (ed è giusto) e magari chiamato a risponderne in sede penale (ed è sbagliato); se istiga alla violenza rischia di finire in gattabuia (ed è ancora sbagliato, perché un conto è la propaganda, un conto l’azione). Ma se è così, perché è invece degno d’encomio intonare canti che inneggiano alla superiorità d’una nazione, impregnati di violenza militaresca? Perché un obiettore di coscienza dovrebbe amare l’elmo di Scipio? Dovrebbe amarlo anche il mite Francesco di Pietro Bernardone fatto suo malgrado post mortem cittadino, anzi addirittura patrono d’Italia, quando a suo tempo era niente più che cittadino d’Assisi? Lui, che andò in Oriente a predicare la fratellanza, mentre gli altri ci andavano con le armi a combattere gli infedeli?
E a proposito dei Grandi che un tempo calcarono l’italo suolo, ditemi un po’:che c’entrano Dante, Boccaccio, Michelangelo, Leonardo, Galileo, Alessandro Scarlatti, Antonio Vivaldi con l’elmo di Scipio? Sono nati e vissuti in un territorio che ancora non costituiva uno Stato-nazione: si chiamava Italia come semplice espressione geografica. Ora appartengono al mondo, non ne ha il monopolio lo Stato-nazione italiano, sbocciato malamente nell’Ottocento da ideali in sé generosi, ma ben presto tralignati e asserviti alla politica di potenza d’una monarchia ciabattona, alla cui corte si parlava piemontese e mal si masticava la lingua dell’altissimo poeta. E, si licet parvis componere magna, che c’entra con l’elmo di Scipio la recente vittoria Gp di Valentino Rossi? Possiamo esserne ben contenti, e ognuno di noi può farla idealmente propria, ma in che senso è una vittoria dell’Italia? Se uno odia il motociclismo e ha la mala ventura d’esser cittadino italiano, non può scrollarsela di dosso? Deve trangugiarla come un’amara medicina? Se poi è vero che Valentino Rossi, durante lo squillo dell’inno nazionale, dopo la vittoria , s’è mostrato distratto e poco composto, io dico che ha fatto bene: la vittoria è sua, non dello Stato-nazione. Qualcuno gli rinfaccia d’essere stato un evasore fiscale? E io dico ancora che ha fatto bene, e dovrebbe farsene una gloria ancor più grande della sua pur gloriosa vittoria.
Per finire, ritornando alla Storia, quella che solitamente nei libri di testo scolastici viene passata sotto silenzio: con quale cuore gli abitanti attuali di Pontelandolfo e Casalduni, i cui bisnonni furono sgozzati dai bersaglieri di Pier Eleonoro Nigro durante l’infame guerra al brigantaggio possono mettersi sull’attenti davanti alla marcetta di Mameli-Novaro? Hanno da da rimanere seduti, col cappello ben calcato in testa; e tutte le volte che vedono alla televisione manifestazioni celebrative in cui soldati vestiti da pappagallo corrono come se gli scappasse la piscia, dovrebbero salutarli a suon di pernacchie…
Quello che farò io, contemplando da qui, dal mio mondo di sogno, le prossime celebrazioni ufficiali del Bel Paese.

Giovanni Tenorio

Giovanni Tenorio

Libertino