Una lettera da Carmen (e la mia risposta)

Sono lieto di render pubblica, con il suo permesso, questa lettera che la mia amica Carmen mi ha spedito in questi giorni.

Carissimo Don Giovanni, finalmente ho rotto gli indugi. Era tanto tempo che volevo scriverti, ma ho sempre rimandato, un po’ per pigrizia, un po’ perché, come tu ben sai, non ho molta dimestichezza -a differenza di te- con la parola scritta. Preferisco esprimermi a voce, senza tanti fronzoli, dicendo pane al pane e vino al vino. Se devo dire a uno che è uno stronzo, glielo dico. Se devo dirgli che mi piace, e voglio fare l’amore con lui, non mi perdo in tante perifrasi, vado subito al sodo. Se devo dirgli che non sento più nulla per lui, glielo spiattello sul muso. Se poi lui piagnucola, lo mando a quel paese. Può anche capitare che quello mi sferri una coltellata, come ha fatto quel deficiente di don Josè, per poi dichiararmi ancora, inginocchiato davanti a me, il suo amore. Ma io, come te, non muoio mai. Noi siamo personaggi eterni, fatti della sostanza di cui sono fatti i sogni. Riprendiamo a vivere tutte le volte che la nostra storia viene riportata sulle scene. Ricordi il finale del bel film di Terry Gilliam, “Le avventure del barone di Münchausen”? Il barone muore, ma subito dopo sentiamo la sua voce che ricomincia a narrare le sue avventure. Proprio così, anche per noi.
Ecco perché mi stizzisco quando, mettendo in scena l’Opera di Bizet che mi ha reso immortale (come l’Opera di Mozart ha reso immortale te) i registi vogliono fare di me un’icona del femminismo becero di oggi, e mi presentano come una vittima del “femminicidio”. Io eleverei una colonna infame a chi ha inventato questo termine. Macché femminicidio: omicidio! Tu, che sei persona colta, sai meglio di me che “omicidio” non vuol dire “uccisione di un maschio”, ma “uccisione di un essere umano”, e -fino a prova contraria- le donne sono esseri umani. Non vedo perché il cosiddetto “femminicidio” meriti un’esecrazione particolare. Perché sono di più le donne a essere uccise dagli uomini (maschi) che gli uomini (maschi) a essere uccisi dalle donne? Anch’io ogni tanto leggo qualche pagina di giornale (libri, pochissimi) e di recente mi è capitato sott’occhio un articolo che afferma il contrario : “femminicidi” e “maschicidi”, come numero, più o meno si equivalgono. E allora? Certo, i “maschicidi” fanno meno notizia.
Io vittima? Vogliamo scherzare? Vittima della gelosia sarà quella patatona di Desdemona, nell'”Otello” di Verdi (la Desdemona di Rossini ha un carattere molto più risoluto). Sono gli uomini, tutti, intesi come maschi, le mie vittime, anche se mi guardo bene dall’ucciderli: mi limito a conquistarli per poi buttarli via come stracci. Li rendo bambini. Li riduco a marionette nelle mie mani. Li ingelosisco, e me ne libero. In questo, tu e io siamo molto diversi. Tu sei uno sciupafemmine, io una sciupamaschi, è vero. Ma le motivazioni che sta dietro al nostro rispettivo agire sono totalmente diverse. Tu sei ossessionato dalle donne per il piacere di far l’amore con loro: è questo in te il vero stimolo all’azione di conquista. Non c’è in te il desiderio di distruggere la persona che, in un certo momento, dici di amare. Rimango convinta che quando prometti a Zerlina di farne la tua sposa e di accoglierla nell’ambiente della nobiltà, strappandola alla rozza vita dei contadini, sei sincero. Poi, naturalmente, consumato il rapporto, tutto cambia. La donna che hai amato perde per te ogni interesse, diventa soltanto un titolo di gloria, un nome destinato a finire nel catalogo di Leporello. E’ vero che delle vecchie fai conquista solo per il piacer di porle in lista; ma, diciamo la verità, quante vecchie hai sedotto? Pochine pochine; e forse anche per un atto di pietà nei loro confronti. Per un attimo si sono sentite amate.
Caro Don Giovanni, non offenderti: tu sei molto più buono di me. Ti hanno dipinto come un pervertito, eppure in qualche occasione hai messo a repentaglio la tua vita per salvare chi era in pericolo, gratuitamente “per amore dell’umanità”. Io non lo farei mai. Io sono perversa. Direi una menzogna se volessi far credere che non provo piacere a far l’amore con un uomo (maschio). Provo piacere, e come, ci mancherebbe altro. Sono una donna sensuale. Ma il sesso non è lo stimolo primario dei miei tentativi -sempre riusciti- di seduzione. Io il maschio lo voglio annientare. E ci riesco sempre. Se quell’idiota di don Josè non mi avesse ucciso, anche Escamillo nel giro di qualche settimana avrebbe fatto la sua fine. Magari mi avrebbe ucciso lui, chissà. Ma dopo essere stato da me ridotto a uno straccio.
Proprio perché siamo così diversi, pur usando la medesima arma della seduzione, siamo grandi amici. Io non tenterò mai di sedurre te, tu non tenterai mai di sedurre me. Amicizia eterna, come eterna è la nostra vita.
Ti ringrazio di avermi più volte difesa. Ti ringrazio di aver esaltato la vita zingaresca, vita anarchica, che si sottrae agli obblighi della società e alle grinfie dello Stato. Noi zingari siamo libertari. Siamo amici dei contrabbandieri e degli evasori fiscali. Quel coglione di Salvini, in Italia, vuole schedarcI? Se lo dimentichi. Io troverò sempre il modo di nascondermi. Mi viene in mente uno dei pochi libri che ho letto:”Barboni a Milano” del grande critico musicale Giulio Confalonieri, non mai abbastanza rimpianto. L’Autore, in una delle ultime pagine, narra in prima persona che, in occasione di non so quale censimento, aiutò le autorità a scovare i barboni di Milano, che ben conosceva; ma alla fine si riservò il gusto di un bello scherzetto. Nascose in un bugigattolo un barbone che gli era particolarmente caro, detto “El cardenzon del trani”, e lo lasciò libero solo dopo che le operazioni di censimento furono terminate. Ecco, anch’io troverò qualcuno che mi aiuterà in questo modo. Poi magari riuscirò a sedurlo, riducendolo a uno straccio. Perché io sono cattiva. E viziosa. Fumo e faccio propaganda pro-tabacco. Per questo qualcuno ha cercato di bandirmi dalle scene, ma ha dovuto rinunciare al suo proposito, a furor di popolo.
A Firenze hanno cambiato il finale della mia Opera: sono io a uccidere don José. Eh no, signori miei, così non va. Io sono cattiva ma non sono un’assassina. Don Josè invece, prima di uccidere me si era già macchiato di omicidio (uccidendo un maschio). Pochi lo sanno perché le parti recitate dell’Opera, di solito, vengono barbaramente tagliate. Si è rifatto una verginità fidanzandosi con Micaela (un’altra patatona, tutta casa chiesa e mamma) e diventando soldato (cioè assassino legalizzato, “con licenza de’ superiori”). Dimmi tu se uno così non meritava di essere ridotto come l’ho ridotto io.
All’Arena di Verona, dove pare che lo spettacolo inaugurale, il capolavoro di Bizet, e le sue repliche, abbiano fatto il tutto esaurito (che a causa della mala gestione dell’Ente non si vedeva più da anni), sono state disposte in platea non so quante rose rosse in omaggio alle donne che, quest’anno in Italia, sono state uccise dai maschi per gelosia. Basta. per carità! Onore a Cecilia Gasdia, che come sovrintendete ha saputo ridare lustro agli spettacoli dell’Arena. Ma io con il femminicidio non voglio avere nulla che fare! Mi dispiace per quelle donne, ma io non sono una di loro. Non sono né Desdemona né Micaela. Io sono cattiva!
Grazie ancora per tutte le volte che mi hai difeso. Spero di rivederti presto (da quanto tempo non ci vediamo? Mi sembrano secoli…)

Carmen.

Carissima Carmen, non trovo parole per esprimerti tutto il piacere che ho provato al ricevere la tua lettera. Proprio non me l’aspettavo! Sei davvero la mia migliore amica. Devo però rimproverarti un eccesso di modestia, di “understatement”, come dicono gli inglesi. Dici di non aver dimestichezza con la parola scritta, e invece sei bravissima. Dici di aver letto pochissimi libri, ma si vede subito che non è vero. Mi domando quante persone , in Italia, abbiano non dico letto, ma soltanto sentito nominare quel delizioso libricino di Giulio Confalonieri, “Barboni a Milano”, cui tu hai fatto cenno. Anch’io, a suo tempo, me lo son goduto. Che grand’uomo, quel Confalonieri! Che finissimo critico musicale! Quando stroncava, lo faceva senza peli sulla lingua, e sempre a ragion veduta, con motivazioni fortissime. Ricordo che all’esordio di Elena Suliotis nel “Nabucco” di Verdi alla Scala, diretto da Gavazzeni, credo nella stagione 1966-67, fu il solo a criticare la voce della cantante, cui tutti pronosticavano un luminoso avvenire, salutandola come una nuova Callas. No, disse il Nostro: nel suo canto c’è qualcosa che non va, è come se avesse due voci diverse che non si amalgamano fra loro. Il tempo gli diede ragione. La carriera della Suliotis fu men che modesta. E che uomo dalla doppia vita! Compitissimo nelle occasioni ufficali, abile parlatore oltre che elegante scrittore, frequentava in incognito i barboni di Milano. Sotto sotto era un libertario. Una volta salì nel loggione della Scala non come critico, ma come normale spettatore, e con un fischietto manifestò il suo dissenso contro un’Opera di Giancarlo Menotti, se non vado errato. Qualche decennio dopo, in un teatro di provincia, un normale loggionista ripeté inconsapevolmente il gesto dell’illustre critico, contro un ributtante allestimento dell'”Elisir d’amore”. Fu subito circondato da vigili e carabinieri, che minacciarono di denunciarlo. Ma quello non era uno sprovveduto. Osservò:”Ho fischiato col fischietto perché non so fischiare a labbra nude. D’altra parte, nell’Ottocento ci si serviva delle chiavi, che allora erano buche. Ho manifestato il mio dissenso a sipario chiuso, mentre altri applaudivano. Se mi fermate, vi denuncio io per abuso di potere. Ho esercitato un mio diritto”. Capito a che cosa servono vigili e carabinieri? A impedire i fischi a teatro. Pare che anche alla prima del “Pirata” di Bellini, sempre alla Scala, qualche giorno fa, gli spettatori dissenzienti siano stati tenuti d’occhio dalle cosiddette “forze dell’ordine”. Tolleranza zero! Salvini ne gongolerà. Eppure il fischio a teatro vanta una tradizione millenaria. Si usava già nell’antica Grecia. Il verbo greco “syrittein” significa anche ” fischiare a teatro”. Sta’ a vedere che fra poco ci toglieranno anche quest’ultima libertà. Cosa che neppure le peggiori dittature hanno mai osato. I critici di regime, naturalmente, esecrano la “maleducazione” dei dissenzienti. Ipocriti! Chi dispone di una tribuna privilegiata su un giornale può criticare quanto vuole uno spettacolo, in nome della libertà di opinione, consacrata nella costituzione più bella del mondo. Invece uno spettatore comune non può dissentire, nelle forme legittimate da una tradizione che risale ai tempi del mitico Tespi. Sia lode dunque a Confalonieri, che quella sera abbandonò la sua remunerata tribuna e si mischiò al pubblico, pagando il biglietto e fischiando “maleducatamente”.
Carissima amica mia, tu dici di essere cattiva. Non è vero. Anche tu sai essere generosa. Semplicemente segui la tua natura, come io la mia. Noi siamo al di là del bene e del male. Io abbandono le donne dopo averle sedotte e tu riduci i maschietti a bambini piagnucolanti? Siamo fatti così. D’altra parte, che cosa sarebbe il mondo senza persone di dubbia moralità, come noi siamo? Che noia! Chi potrebbe scrivere un’Opera che abbia come protagonista un coglione come Don Ottavio? O una patatona come Micaela? Sarebbero concepibili i “Promessi sposi ” senza Don Rodrigo (un altro personaggio calunniato)? Che ne sarebbe dell'”Otello” senza Jago? I cattivi sono il sale del mondo. Anche i santi, quelli veri (pochini pochini). Il resto è gente mediocre, senza infamia e senza lode. Una palude. Viva gli estremisti.
Tu ti vanti di essere amica dei contrabbandieri e degli evasori fiscali. Bravissima! Consideri un titolo d’onore far propaganda al vizio del fumo. Ottimo. Le anime candide ti accusano di essere al soldo delle multinazionali del tabacco. Poveri deficienti! Sarebbe come dire che chi mangia cibo schifoso, e se ne vanta, è al soldo di Mc Donald’s. Tu fumi perché ti piace fumare; se poi sono le multinazionali a produrre tabacco, viva le multinazionali. Il tuo esempio corrompe il prossimo? Ma mi facciano il piacere! Ognuno ha la sua testa ed è -o dovrebbe essere- in grado di ragionare e di fare le sue scelte in modo ponderato.. Mi fanno ridere le scritte sui pacchetti di sigarette:”Il fumo fa male” e altre corbellerie del genere. Certo che il fumo fa male. E allora? Quante cose fanno male! Le proibiamo tutte? Adesso vogliono proibire le scommesse e il gioco d’azzardo. Plausi da tutti i bacchettoni, di destra di centro e di sinistra. I preti gongolano. Se la legge sarà approvata, intoneranno un grande “Te Deum” di ringraziamento (no, non intoneranno un bel niente, perché il latino ormai non lo sanno più). I “progressisti” plaudono alla lotta contro le “ludopatie”. Chi ha inventato questo termine osceno? Un modo come un altro per “medicalizzare”, come si dice barbaramente oggi, un comportamento che è frutto di libera scelta. Ricordo che Thomas Szaz, il compianto paladino dell’antipsichiatria, diceva qualcosa di simile a proposito della “cleptomania”: si inventa un bel nome prendendo in prestito radici greche, e il furto diventa una malattia…
So che a te piace giocare d’azzardo, con le carte. A me no. E ti assicuro che il tuo esempio non mi farà mai cadere in tentazione. Ma mi guarderò bene dal tentare di correggerti. Ognuno dev’essere libero di fare quello che vuole e di vivere come vuole!
Hai visto le polemiche contro il progetto di legge europeo che rafforza la tutela del”copyright”? Wikipedia Italia, in segno di protesta, ha oscurato il suo sito per una giornata. E’ stata criticata, perché-si dice- il testo della proposta esclude dalla nuova normativa le enciclopedie “on line” e altri servizi affini. Sarà anche vero, ma chi mi dice che in futuro tale esclusione non venga cancellata? Gli editori, naturalmente, gongolano. Dicono che l’attuale situazione avvantaggia Google e le altre piattaforme multinazionali! Ancora le multinazionali! Smettiamola, per favore. La proprietà intellettuale è da cassare. E’ un non-senso. Enti come la SIAE andrebbero dati alle fiamme.
Sai che una volta un cartolaio di un paesino del Nord Italia fu minacciato di sanzione pecuniaria da un funzionario SIAE perché nelle ore di lavoro teneva accesa la radio nel suo negozio? Avrebbe dovuto pagare una tassa!
Mi stupii una sera (era molto tardi) in cui, in una strada deserta di una grande città, incontrai un ragazzotto che cantava “Voi che sapete che cos’è amor” a squarciagola. Incredibile, ma vero. Ci sono al giorno d’oggi ragazzi che cantano Mozart? Il mio illustre papà ne sarebbe lusingato; fosse stato presente avrebbe abbracciato quel ragazzotto. Fosse stato presente un funzionario SIAE, lo avrebbe zittito, minacciandolo di sanzione. Canti in pubblico? Paghi una tassa!
Vedo che mi sto dilungando un po’ troppo. Vieni a trovarmi, quando vuoi. Anche Leporello ne avrebbe un gran piacere. E tu sai quanto è eccellente il mio cuoco. Vino Marzemino e un bel fagiano. Alla faccia di vegetariani e vegani (che naturalmente sono liberi di aborrire la carne e i prodotti dello “sfruttamento” animale, purché non pretendano di imporre agli altri la loro religione).

Giovanni Tenorio

Giovanni Tenorio

Libertino

5 pensieri riguardo “Una lettera da Carmen (e la mia risposta)

  • 5 luglio 2018 in 5:23 am
    Permalink

    Un finale con Carmen che uccide don Josè? E chi ha cantato “mi potete arrestare…”? Vanna Marchi?

  • 8 luglio 2018 in 3:58 pm
    Permalink

    Le due uniche zingare belle le hanno viste solo Hugo e il librettista di Bizet, magari dopo un viaggio con l’assenzio.
    Nella realtà io vedo solo mostri inguardabili (credo frutto dei matrimoni endogamici).

    • Giovanni Tenorio
      13 luglio 2018 in 5:15 pm
      Permalink

      Io ho due papà; Carmen, che è più trasgressiva di me, ne ha tre, genitore 1, genitore 2 e genitore 3: Henri Meilhac e Ludovic Halevy, e naturalmente George Bizet. Non ha mamme perché la sua concezione dell’amore è fortemente sessuale, ma del tutto a-genitale. Questo è il motivo per cui vuol ridurre tutti i suoi amanti a bambocci: in un certo senso per “strangolarli”, quando invece è di solito il bambino a “uccidere” la madre durante il parto. Imprescindibile, per capire meglio la psicologia del personaggio, la lettura del saggio “Carmen adorata” del compianto Franco Fornari. Carmen ha anche un nonno, lo scrittore Prosper Mérimée: da una sua novella è tratto, con molta libertà ( e con l’aggiunta della patatona Micaela), il libretto dell’Opera. Anch’io ho un nonno, Jean Baptiste Poqueline detto Molière; ma la mia prosapia è molto più antica e più illustre. Invidio Carmen perché è più anarchica di me. Quanto alla sua bellezza, certo che è fichissima, come sono fichissimo anch’io, perché tutt’e due siamo della sostanza di cui sono fatti i sogni.

  • 9 luglio 2018 in 8:04 am
    Permalink

    Non condivido, Max, indubbiamente la frequenza dei matrimoni endogamici indebolisce la specie. Ma non tutte sono inguardabili. Mi chiedo invece perché don Rodrigo vada considerato personaggio calunniato. L’ho sempre visto come luogotenente dell’invasore ispanico. Forse non ho tenuto conto di alcuni particolari che don Giovanni ha ravvisato. Quali potrebbero essere?

    • Giovanni Tenorio
      14 luglio 2018 in 6:41 am
      Permalink

      Che Don Rodrigo sia un prepotente non ci sono dubbi. Che rappresenti il peggio della dominazione spagnola in Lombardia è anche vero. Che il suo amore per Lucia sia soltanto un capriccio, reso ancor più acuto dalla scommessa con il cugino conte Attilio, è invece tutto da dimostrare, e non pare rispondere a un’attenta lettura del testo. Don Rodrigo non è come me: non è un conquistatore di donne da esibire in un catalogo. Non crede, come me, che chi a una sola è fedele verso l’altre è crudele. I suoi sgherri non assomigliano nemmeno un po’ al mio Leporello. Il suo cupo palazzotto è tutto l’opposto della mia luminosa villa palladiana, aperta a tutti quanti. Don Rodrigo non è un paladino della libertà. E’ amico di un capomafia come l’Innominato, è pedina di un sistema statale a sua volta mafioso. Ma non è neanche un volgare sciupafemmine. Ama davvero Lucia. Altrimenti, che motivo avrebbe di impedirne il matrimonio? Se il suo scopo fosse solo quello di sfogare su di lei la propria libidine, la farebbe rapire subito senza tanti complimenti e poi la abbandonerebbe al suo destino. Quando, nel suo palazzotto, aspetta che i suoi bravacci, capeggiati dal Griso, ritornino con Lucia rapita, si comporta proprio come un innamorato; trepida, spera che l’amata non si sia spaventata troppo: “Ma il pensiero su cui si fermava di più, perché in esso trovava insieme un acquetamento de’ dubbi, e un pascolo alla passion principale, era il pensiero delle delle lusinghe, delle promesse che adoprerebbe per abbonire Lucia”. Si noti: il sentimento di Don Rodrigo è qualificato come passione, non come capriccio. Renzo è il rivale in amore; Don Rodrigo ne è geloso; se potesse lo ucciderebbe: “Venga, venga quel tanghero, che sarà ben ricevuto”. Se fosse solo un puntiglio, perché pretendere che il matrimonio non sia celebrato “né domani né mai”? Chiaramente Don Rodrigo ha perso la testa, rischiando di fare una brutta fine. La legge parla chiaro, anche se la giustizia è quella che è. Cose che solo gli innamorati cotti fanno. Per approfondire il tema, consiglio vivamente la lettura del poderoso saggio di Aldo Spranzi, “Anticritica dei Promessi Sposi”.

I commenti sono chiusi