“Se l’hanno arrestato, vuol dire che è colpevole”

L – Bene, bene, molto bene!
DG – Leporello mio, donde ti viene tanta esultanza? Non dirmi che sei riuscito ancora a sgraffignare al mio cuoco un bel pezzo di fagiano,come quella volta! Era destinato a una cenetta con i miei compagni di bagordi, e tante deliziose fanciulle…
L – Che dite mai, signor mio? Da tempo sono diventato vegetariano, anzi vegano!
DG – Non ci crederei neppure se ti vedessi con i miei occhi mentre ti abbuffi con quelle schifezze di soia. Non prendermi in giro. Perché tanta esultanza?
L – Pertché finalmente leggo una bella notizia…
DG – Il referendum svizzero per l’abolizione della risrerva frazionaria? Sarà un interessante fallimento. Così per decenni non se ne parlerà più, e si continuerà con il solito sistema truffaldino.
L – Macchè riserva frazionaria, che manco so che cosa sia. Leggete invece qua: negli Stati uniti il popolo destituisce un giudice che ha inflitto una pena troppo lieve per un caso di stupro.
DG – Troppo lieve? Sulla base di che cosa? Chi può stabilirlo?
L – Il popolo!
DG – Immagino che sia un caso di recall. Negli Stati degli USA i giudici sono elettivi, e il loro mandato può essere revocato prima della scadenza quando si ravvisino tratti censurabili nel loro comportamento e nelle loro decisioni.
L – Proprio così. Nel nostro caso, come si può tollerare che un giudice assegni a uno stupratore una pena di soli sei mesi, di cui poi soltanto tre vengono effettivamente scontati? Ha fatto bene il popolo a cacciare quel giudice.
DG – Il popolo? Con tutto il rispetto per la costituzione degli Stai Uniti, io continuo a pensare che il giudice debba rispondere solo davanti alla legge, non davanti al popolo. Se viola la legge, sarà un organo superiore, dotato delle necessarie competenze, a intervenire sul piano disciplinare, con provvedimenti ad hoc. Il popolo è notoriamente forcaiolo. gli piacciono le manette, le ghigliottine e i patiboli. Gli piace la gogna. Ricordi che cosa capitò al povero Dominique Strauss Kahn, mio amico? Prima ancora che si celebrasse il processo, a poche ore dall’arresto, fu fatto sfilare in manette davanti alla folla berciante e sputacchiante. Se questa è civiltà, viva gli Unni di Attila.
L – Ma quel signore poi fu riconosciuto colpevole.
DG – Continuo a credere che sia caduto in un tranello preparato dai suoi nemici per troncargli una carriera politica che con tutta probabilità l’avrebbe portato all’Eliseo. Comunque sia, la presunzione d’innocenza deve valere fino al giudizio definitivo. E anche dopo la condanna, il colpevole non deve essere sottoposto agli scherni della folla, il “popolo”, come lo chiami tu.
L – Eh, padrone mio, perdonatemi, voglio dirvi una cosa; ma prima giuratemi di non andare in collera…
DG – Lo giuro sul mio onore, purché non parli del Commendatore..
L – Quand’è così, caro signor padrone, la vita che menate è da briccone. Per questo giustificate chi assolve gli stupratori come voi.
DG – Temerario, in tal guisa!
L – E il giuramento?
DG – Non so di giuramenti. Io non ho mai stuprato nessuno. Lo sai benissimo che il racconto di Donn’Anna a quel coglione di don Ottavio è tutta una menzogna (ci stava, e come) e Zerlina, che a Masetto avrebbe dato solo il cuore, a me avrebbe dato un certo balsamo che portava addosso, ma che non faceva tac tac… Basta, andiamo avanti. Abbasso i populismi e i giustizialismi.
L – Che piacciono tanto al presidente del Consiglio Conte, come ha detto co chiarezza nel suo discorso programmatico.
DG – Io al suo posto mi vergognerei di essere a capo di una masnada di spendaccioni e di forcaioli. E la smetta di esibire quel fazzolettino che spunta dal taschino. Un po’ di sprezzatura, che diamine! Dimmi come ti vesti e ti dirò chi sei. Non parliamo poi di Salvini, con quella giacca rimasta in naftalina dai tempi del suo primo matrimonio, e ripescata per l’occasione. A proposito di giustizialismo. Una volta ebbi una discussione con un vecchio conoscente, non un ignorantello qualsiasi, ma un laureato in fisica. Parlando del più e del meno mi disse che a suo parere è meglio un innocente dentro che un delinquente fuori. Rimasi di stucco.
L – io preferisco il contrario: meglio un delinquente fuori che un innocente dentro.
DG – Giusto. Il guaio è che si può avere e un delinquente fuori e un innocente dentro. Barabba e Gesù. Per volontà di chi? Di quello che tu chiami “popolo”, queil’accozzaglia di scalmanati che reclamarono la liberazione di Barabba e il supplizio dell’uomo più mite che sia mai esistito su questa terra.
L – Comincia a girarmi la testa. Ma tornando al nostro discorso: una pena così mite per uno stupro.
DG – Fammi leggere… La condanna, mite quanto si voglia, c’è stata. Quindi la colpevolezza è stata riconosciuta. Si sono applicate alcune attenuanti ( la giovane età dell’imputato, l’assenza di precedenti penali, il fatto che lui e la sua vittima fossero entrambi ubriachi).
L – A mio parere sono attenuanti che non attenuano un bel nulla.
DG – Può darsi. E ti dirò che non mi piace affatto quel che ha detto il padre del ragazzo: non si può rovinare una vita per un fatto di venti minuti. Ragionamento da deficiente. A uccidere una persona con un colpo di pistola si impiegano pochi secondi.
L – Ma allora, quel giudice…
DG – Non è il popolo che lo deve giudicare. Può aver sbagliato. Qualcuno, come leggo, ha detto che se l’imputato, invece di essere un bianco di famiglia benestante, fosse stato un immigrato o un uomo di colore, la sentenza sarebbe stata molto più dura. Sulla base di che cosa si può gettare una simile infamia sun giudice? Non mi risulta che abbia pronunciato altri giudizi su casi simili infliggendo pene più severe. Non ci sono termini di confronto. Ripeto: la gente è forcaiola. Un tempo si andava ad assistere alle impiccagioni o agli squartamenti dei condannati per godersi lo spettacolo, come si andrebbe a teatro. Ricordi le “tricoteuses” al tempo della Rivoluzione Francese?
L – E quelli che oggi vanno ad assistere ai processi per omicidio, come se si andasse al cinema a vedere un film poliziesco? Addirittura si mettono in coda, aspettando che vengano distribuiti gratuitamente i biglietti d’accesso.
DG – io le considero persone abiette. Non hanno nulla di meglio da fare nella vita? I tribunali sono luoghi tristissimi. Come gli ospedali e le scuole.
L – Ohibò, non vorrete venirmi a fare la lode dell’ignoranza!
DG -Ma l’ignoranza è proprio quella che si impara a scuola. Se un laureato in fisica viene a farmi quel discorso che ti dicevo, mi domando: che formaziine umana ha ricevuto in tanti anni di scuola pubblica? Conoscerà alla perfezione la Relatività e la Teoria delle Stringhe, ma è un pover’uomo.
L – Stiamo divagando. Se il popolo non è un buon giudice dei giudici, come la mettiamo con il problema della giustizia giusta?
DG – Anarchia, anarchia! Niente giudici di Stato. Niente Procuratori e Sostituti Procuratori. Niente Di Pietri e Davighi. Agenzie giudiziarie privaste in concorrenza tra loro. Nessun denuncia d’ufficio, ma soltanto querele di parte, come nell’attuale processo civile. Attore e convenuto sceglieranno di comune accordo l’agenzia che ritengono più affidabile. In questo modo le agenzie meno accreditate, da cui tutti rifuggono, dovranno riqualificarsi davanti all’opinione pubblica, mutando atteggiamento, altrimenti saranno costrette a chiudere. In un caso come quello di cui stiamo discutendo, il padre della ragazza stuprate, o la ragazza stessa, potranno querelare il presunto stupratore. Le parti, assistite dai loro avvocati, sceglieranno l’agenzia giudiziaria che riterranno più affidabile.
L – E se non riescono a mettersi d’accordo?
DG – Gli avvocati ci sono per questo. Troveranno lor una soluzione. In caso di persistente dissenso, si possono studiare meccanismi condivisi per giungere a una decisione.
L – Magari tirando una monetina. Testa o croce?
DG – Tu ridi. Ma io preferisco tirare una monetina che affidarmi al popolo sovrano giustizialista e forcaiolo. Fu proprio la pressione popolare a indurre i giudici a condannare quei due poveri cristi, Giangiacomo Mora e Guglielmo Piazza, come untori, al tempo della peste che flagellò Milano nel Seicento. Vatti a leggere la “Storia della colonna infame ” di Manzoni. Quella che, se la memoria non mi inganna, Enzo Tortora rilesse quando era in carcere.
L – Anche allora il “popolo” che lo aveva osannato quando era sulla cresta dell’onda, cambiò bandiera: “Se l’hanno arrestato, vuol dire che è colpevole”.
DG – Vedo che cominci a ragionare. Sempre quel fisico forcaiolo mi diceva: “Se uno non ha niente da rimproverarsi, non deve aver paura di leggi poco garantiste, approvate per sconfiggere la criminalità e il terrorismo”. Anche al tempo di Hitler chi non aveva nulla da rimproverarsi poteva star tranquillo. Purché non dovesse rimproverarsi di essere ebreo, o zingaro, o magari culattone.

Giovanni Tenorio

Giovanni Tenorio

Libertino

Un pensiero riguardo ““Se l’hanno arrestato, vuol dire che è colpevole”

  • 12 Giugno 2018 in 9:19 am
    Permalink

    In Giappone vige invece una mentalità un po’ diversa.
    Non mi risulta vi siano atteggiamenti da ultras del giustizialismo, ma
    Se una persona è arrestata per la gente comune i casi sono due:
    o è colpevole e quindi è da biasimare oppure è stupida perchè non ha saputo tenere un basso profilo e si è fatta incastrare dal tritacarne giudiziario e quindi è da biasimare ugualmente.
    Una forma mentis che In fondo non fa una grinza, limitatamente a stati garantisti o pseudo tali. Un omaggio orientale al lathe biosas epicureo.

I commenti sono chiusi