Sciocchezze della CEI (e pernacchi)

Cari amici, che cosa ne pensereste se io vi dicessi che, poiché le donne per me sono più importanti dell’aria che spiro, la seduzione (più nel senso passivo del lasciarsi conquistare dalla bellezza muliebre che in quello attivo del conquistarla) è un principio irrinunciabile; tutti perciò devono farlo proprio, ed essere obbligati a redigere un catalogo come quello che che Leporello cura per me?

Mi rispondereste che sono pazzo da legare, e avreste ragione. Ognuno ha i suoi principi irrinunciabili. Per coerenza, deve seguirli. Lo stesso vale per tutti quelli che la pensano come lui. I quali hanno tutto il diritto di far proseliti, usando ogni tipo di ragionamento e di artificio retorico. Ma imporli, no e poi no. Sento già qualche obiezione: allora se uno ritene che la condanna dell’omicidio sia un principio irrinunciabile, non deve pretendere di imporlo agli altri? Chi non lo condivide può uccidere impunemente? E se uno ritiene che la schiavitù sia un abominio, non può esigere che venga bandita dalla faccia della terra, perché altri possono pensarla diversamente? Rispondo: questi non sono principi soggettivi, sono principi di civiltà. Ripudiarli significa cadere nella barbarie. Invece, se uno preferisce l’economia pianificata a quella di mercato, dev’essere libero di vivere in una comunità dove vige la pianificazione come sistema economico. Purché non lo imponga a chi non ne vuole sapere. Chi invece preferisce il mercato, dovrà poter vivere in un sistema di mercato, senza volerci trascinare a viva forza chi non ne vuol sapere. I vegani, per coerenza con i loro principi irrinunciabili, fanno bene a evitare ogni forma di sfruttamento degli animali; purché non obblighino con la coercizione a seguirli quelli che vegani non vogliono essere, non accettando di rinunciare al latte, al formaggio, al prosciutto e alle scarpe di pelle con tacco di cuoio.

Ammetto che su altri principi il discorso non è così semplice. Pensiamo all’aborto. E’ omicidio, non è omicidio? Se è omicidio non può essere ammesso; se tale non è, sì. Ma qui le opinioni divergono: in quale momento un embrione comincia ad essere “homo”? Dal concepimento? O più avanti? La soluzione del dilemma non è quella di Ron Paul -che, se non mi sbaglio, qui segue l’ultimo Rothbard, involutivo e contraddittorio- propone di lasciare ai singoli Stati di un sistema federale (lui pensa agli USA) libertà di legiferare in proposito. Io penso piuttosto che se non si può rispondere in modo inconfutabile alla domanda di cui sopra (quando un embrione diventa “homo”?) bisogna lasciare la scelta alla responsabilità individuale. Delle donne, escludendo i maschietti, che non devono poter interferire in una faccenda squisitamente femminile, come giustamente sosteneva il Rothbard delle origini, non ancora tocco dai guasti della senescenza.

La Chiesa Cattolica ha i suoi principi irrinunciabili. Fa bene a proclamarli e a pretendere che i fedeli li rispettino. Anzi, io sono convinto che per essere credibile dovrebbe mostrarsi ancora più intransigente. Per esempio, sul divorzio. Se l’uomo non può dividere ciò che Dio ha unito, non si può fare, per nessuna ragione. Punto e basta. Chi non ci sta, esce dal gregge di Pietro. Detto questo, esigere che anche la legge dello Stato impedisca lo scioglimento del matrimonio è aberrante. Non tutti credono che il matrimonio sia sancito da Dio. Non tutti credono in Dio. E c’è chi crede a un dio diverso da quello predicato dalla Chiesa. Anche fra le confessioni cristiane sullo scioglimento del matrimonio non tutte la pensano allo stesso modo. Lo scisma anglicano è nato proprio da una controversia di questo genere.

Per la Chiesa Cattolica il ripudio della ricchezza materiale può essere un principio irrinunciabile. Non mi sembra un’idea campata per aria. Se la Chiesa dice così, è liberissima di farlo e di imporre il principio ai suoi fedeli. Perché dico che non è un’idea campata per aria? Perché non è fondata sul nulla. Gesù dice al giovane ricco che gli chiede come fare per entrare nel Regno dei Cieli: “Una cosa ti manca. Va’ vendi tutto quello che hai, da’ il ricavato ai poveri; poi vieni e seguimi”. La ricchezza è un male: è più facile per un cammello passare per la cruna di un ago che per un ricco entrare nel Regno dei Cieli. Però pretendere che questo principio, valido per i credenti, debba diventare legge dello Stato e prendere le forme della fiscalità progressiva, quella che toglie ai ricchi per dare ai poveri (almeno in teoria, in pratica le cose vanno diversamente) è un’aberrazione. Prima di tutto perché un conto è donare spontaneamente, un conto obbligare a donare. In secondo luogo perché per qualcuno la fiscalità è un furto e la fiscalità progressiva un furto aggravato. Per un anarchico sono questi i principi irrinunciabili. Ma il vero anarchico è anche panarchico: se uno pensa che pagare le tasse sia bello, le paghi pure, e magari ci aggiunga del suo, come vorrebbero fare Bill Gates e qualcun altro. Vada pure a vivere in un sistema basato su una feroce tassazione (senza essere obbligato a cambiare territorio).

La Conferenza Episcopale Italiana spesso blatera a vanvera. Formato il governo Cinquestelle-Lega, si permette già di sindacare sul suo programma. Bene il reddito di cittadinanza, male, anzi malissimo la cosiddetta Flat Tax. La progressività, dice il cardinale Bassetti, è un principio irrinunciabile. Ma questo sì che è fondato sul nulla! A meno che non si dica che è giusto rubare ai ricchi, indipendentemente dagli effetti che ne sortiscono. E se la Flat Tax, come è successo in molti Paesi dove è stata applicata, stimolasse lo sviluppo economico, anche a beneficio dei meno abbienti? Non sarebbe una cosa buona e giusta? Se loro pensano di no, liberissimi di farlo e di iscrivere la progressività tra i loro principi irrinunciabili. Purché non pretendano che siano irrinunciabili anche per chi non è fuori di testa come loro.

I preti quando parlano di economia spesso dicono sciocchezze. Farebbero bene a stare zitti. Parlino di quello che sanno e non pretendano di imporre il loro magistero anche quando esce dai limiti delle loro competenze. Anche perché quando qualcuno, come Salvini, si permette di fare qualche cenno alla religione, citando la Bibbia,viene subito redarguito: parli di quello che sa! Eh no, cari signori. Se voi pretendete di dir la vostra sulla progressività, ignorando quel che fior di economisti hanno detto riguardo alla sua insostenibilità teorica (basata sulla presunta utilità marginale decrescente del reddito) e ai suoi effetti distorsivi, io libertino impenitente e anarchico radicale mi metto a disquisire sul dogma della Trinità e su quello dell’Unione Ipostatica. E se mi dite che non ne sono degno, vi rispondo con un bel pernacchio napoletano.

Giovanni Tenorio

Giovanni Tenorio

Libertino

6 pensieri riguardo “Sciocchezze della CEI (e pernacchi)

  • 27 Maggio 2018 in 7:40 am
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    In una situazione normale sarei anche io per la non ingerenza, ma la nostra NON è una situazione normale. Il canuto parassita che poggia le chiappe al Quirinale, occupa la dimora rubata ai papi, sia ben chiaro. Le ingerenze clericali le considero la nemesi storica del furto perpetrato ai danni dai pontifici dalla marmaglia risorgimentale. Lo stato pontificio era l’unico esempio al mondo che io conosca di stato nato senza spargimenti di sangue, conquistandosi i galloni sul campo essendo stato abbandonato dall’imperatore al suo destino. Chi rompe le palle al mio nemico è mio amico, non mi interessa molto quel che dice, mi interessa che continui a farlo, fosse anche rastafariano.

    • Giovanni Tenorio
      28 Maggio 2018 in 2:32 pm
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      La Donazione di Costantino, su cui la Chiesa fondava il suo diritto a un dominio territoriale, è un falso escogitato probabilmente nel sec IX, che aveva già destato qualche sospetto nel tardo Medioevo, e che Lorenzo Valla, in epoca umanistica, dimostrò, sulla base di un’accurata analisi linguistica del testo. La dotta dissertazione è del 1440, ma venne pubblicata soltanto nel 1517, in terra tedesca, evidentemente perché svelava una clamorosa menzogna. Dante, d’altra parte, aveva già attaccato il documento sotto l’aspetto giuridico, sostenendo che l’Imperatore non aveva alcun potere di donare a chicchessia territori dell’ Impero, in quanto non ne era proprietario, bensì soltanto amministratore. Questo nel “De Monarchia”. Nella Commedia dice: Ahi Costantin, di quanto mal fu matre /non la tua conversion, ma quella dote/ che da te ebbe il primo ricco Patre!” (Inf.XIX, 115-117). Come dargli torto? Se poi fu, storicamente, Liutprando, con la Donazione di Sutri del 728, e non Costantino, a dar inizio al dominio territoriale dei papi, la sostanza non cambia. Vittorio Alfieri conclude un suo (bruttissimo) epigramma con i versi: “Il papa è papa e re/dessi aborrir per tre.” Versi bruttissimi, lo ribadisco; ma come dargli torto?

    • 29 Maggio 2018 in 2:31 am
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      La Donazione di Costantino la considero un divertissement di alcuni monaci burloni che volevano fare i furbi, un argomento buono per gli zappatori dell’Uaar.
      Quella di Sutri ha già un suo peso, ma i galloni la CC se li è conquistati sul campo ancora prima; se un vecchietto coraggioso non avesse fermato un energumeno, oggi pareremmo tutti ungherese.

    • Giovanni Tenorio
      29 Maggio 2018 in 12:36 pm
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      Sarà anche vero che la Donazione di Costantino fu uno scherzo di monaci burloni, ma ricordiamoci che papa Alessandro VI, in un’epoca in cuoi Lorenzo Valla ne aveva già dimostrato la falsità, fondò su di essa la liceità delle conquiste coloniali, intervenendo nella disputa tra Spagna e Portogallo che si contendevano il dominio del Nuovo Mondo. Visto che Costantino aveva donato a papa Silvestro tutte le isole dell’Atlantico, il Nuovo Mondo vi rimaneva incluso, e il papato aveva il diritto di esercitare anche lì la sua giurisdizione. Davvero un bello scherzo da preti! “Ahi Costantin, di quanto mal fu matre…”
      A me non dispiacerebbe parlare ungherese. Le lingue agglutinanti mi hanno sempre affascinato. Ho l’impressione che Attila sia stato demonizzato per motivi religiosi e patriottici, un po’ come Barbarossa. Non doveva essere peggio di tanti altri. E’ paradossale che le figure di Attila e Barbarossa, rispettivamente nell'”Attila” e nella “Battaglia di Legnano” , due opere “risorgimentali” di Verdi, risultino nel complesso abbastanza simpatiche. L’inconscio deve aver giocato qualche scherzetto al Cigno di Busseto. Ottimo! Le due partiture rimangono così meno legate alle contingenze politiche che ne determinarono la nascita. Provare per credere. La “Battaglia” è attualmente in scena al Maggio Musicale Fiorentino. “Attila” aprirà la prossima stagione della Scala (speriamo in bene:che non ci ammanniscano qualche sconcia regia, come quella della “Giovanna d’Arco” di tre anni fa).

  • 28 Maggio 2018 in 6:20 am
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    Il guaio è che molti prelati, di economia se ne intendono ma sono in mala fede. Sanno bene che la tassazione progressiva è una frode e a rimetterci per primi sono proprio i poveri. Ma siccome vogliono “i poveri sempre con loro”, temono fortemente la possibile scomparsa della povertà.

    • Leporello
      29 Maggio 2018 in 12:41 pm
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      Considero la tassazione progressiva come un metodo subdolo per imporre un tetto ai guadagni. Quale migliore strumento per realizzare la “povertà” (relativa), secondo loro portatrice di virtù morale (come fosse una conseguenza), senza fare la fatica di parlare alle coscienze individuali, imponendola con l’aiuto del potere politico?

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