L’invenzione dei popoli

Una massima che viene spesso ripetuta in ambiente giornalistico è quella secondo cui un cane che morde un uomo non fa notizia, mentre un uomo che morde un cane sì. In linea di principio, è vero. Ma tante volte capita di leggere notizie che sono di disarmante ovvietà. Sono passati pochi giorni da quando tutta la stampa ha dato grande risalto a quella ricerca che avrebbe dimostrato l’inesistenza di un popolo italiano sotto l’aspetto genetico. C’è da rimanere basiti: era proprio il caso di spendere tanto denaro (fornito da chi?) per dimostrare quello che già tutti sapevano ed è ampiamente documentato? Come può esistere un’uniformità genetica nella penisola italica, che fin dalla preistoria è stata terra di approdo delle genti più multiformi? In Italia sono arrivati proprio tutti, da Nord da Sud da Est e da Ovest. Nessun popolo è autoctono, in Italia (e forse da nessun’altra parte del mondo: gli uomini, per loro fortuna, non hanno radici come le piante; si possono muovere per cercare una patria là dove si sta bene). Neanche gli Etruschi, come un tempo qualcuno pensava. I Romani unificarono l’Italia e poi gran parte dell’Europa e tutto il bacino del Mediterraneo, ma nel territorio italico si fusero con altre etnie e accolsero gente che veniva da ogni parte. Anche gli imperatori potevano arrivare dalla Spagna o dall’Africa o dall’Asia. Caduto l’impero, arrivarono i cosiddetti barbari. Goti, Longobardi, Franchi. Più avanti i Normanni. E poi Francesi, Spagnoli, e via di seguito. Come si può parlare di uniformità genetica?

Gli indipendentisti, che hanno accolto la pseudo-notizia con esultanza, hanno poco da rallegrarsi. Se non esiste un popolo italico, geneticamente inteso, non esiste neanche un popolo veneto, lombardo, piemontese, men che meno padano. Parlo sotto l’aspetto genetico. Sotto l’aspetto culturale il discorso è diverso. Ma vale tanto per veneti, piemontesi, lombardi (molto meno per i “padani”) da un lato quanto per gli italiani dall’altro. Esiste una lingua italiana? Non c’è dubbio, anche se fin dal tempo di Dante si è cercato di capire qual è l’idioma italiano verace, e anche oggi qualcuno non è d’accordo sul toscano, preferendo il…milanese (non il bellissimo dialetto che nessuno più parla, ma il brutto italiano che si parla a Milano). Esiste una religione dominante in Italia? Sicuramente, il Cattolicesimo, anche se i credenti sono sempre meno e i praticanti una sparuta minoranza (con buona pace delle gerarchie ecclesiastiche, con i loro “principi non negoziabili” che vorrebbero imporre all’agenda politica). Esiste una letteratura italiana? Sicuramente. Dante, Petrarca e Boccaccio si sentivano italiani e consideravano italiani anche i poeti della Scuola Siciliana che li avevano preceduti, al tempo di Federico II di Svevia. Il quale si sentiva italiano, nativo di Jesi, benché figlio di un tedesco e di una normanna. Voleva costituire un regno italico. I preti non glielo permisero. L’avesse fatto, forse oggi si starebbe meglio. Invece purtroppo l’hanno fatto i Savoia.

In somma: è un po’ come per la società,di cui qualcuno nega l’esistenza, anche se in realtà esiste. I popoli sono grandi agglomerati sociali. Si sono formati attraverso una lunga serie di vicissitudini storiche, e in gran parte sono stati forgiati dalla politica. E’ stato l’indottrinamento di chi comanda, attraverso il lavoro pedagogico di chi è al suo servizio, a formare le mitologie che cementano l’unità nazionale. Ogni Stato nazionale ha la sua mitologia. La Francia ha la sua grande Rivoluzione, e, andando più indietro, Giovanna d’Arco; andando più indietro ancora, I Galli che, pur sconfitti, diedero filo da torcere a Cesare. L’Inghilterra ha la sua monarchia, con i fasti imperiali del suo glorioso passato. I tedeschi vedono in Arminio, quello che nella selva di Teutoburgo inflisse ai Romani di Quintilio Varo una terribile sconfitta, un grande eroe nazionale; e in Federico Barbarossa un glorioso imperatore, venerato quasi come un santo. In italia lo stesso Barbarossa è stato spesso esecrato: basta leggere la “Storia di Milano” di Pietro Verri, che lo bolla come un barbaro crudele. Nell’Ottocento è diventato l’emblema dell’oppressione straniera; e la lotta dei comuni lombardi contro di lui una prefigurazione del Risorgimento. “Viva Italia, sacro un patto/ tutti unisce i figli tuoi” canta il coro d’apertura della “Battaglia di Legnano” di Verdi. Niente di più antistorico. I lombardi di allora non pensavano certo all’Italia, ma a sé stessi. E molti di loro preferivano stare col Barbarossa. Anche Dante, ripensando alle vicende dell’imperatore, sta dalla sua parte: “Sotto l’imperio del buon Barbarossa/per cui dolente ancor Melan ragiona”. E’ paradossale che per “inventare” il popolo lombardo la Lega Nord di Bossi (quella odierna di Salvini che stende un contratto di governo con un terrone è tutt’altra cosa) si sia servito della medesima mitologia di Pontida e di Legnano in chiave anti-italiana e in spregio ai terroni.

I popoli, quindi, esistono, anche se sono in buona parte stati inventati. Esistono anche le finzioni. Tutte le opere d’arte sono finzioni. Dobbiamo dire allora che non esistono?

Anche il popolo ebraico è un’invenzione. Non lo dico io, lo dice un ebreo, Shlomo Sand, in un suo libro che, alla pubblicazione, fece molto scalpore. Eppure anche lui dice una cosa che mi pare ovvia: dietro l’identità ebraica c’è, come in tutti gli altri casi, una mitologia. La Bibbia è considerata un testo sacro, ma quel che ci dice delle origini del popolo ebraico va considerato alla stregua di ogni altra fonte storica del passato. Su personaggi come Mosè e Abramo si possono nutrire dubbi. Anche i regni gloriosi di Davide e Salomone sono in gran parte leggendari. Quanto poi alla “diaspora” che ha fatto seguito alla distruzione di Gerusalemme per opera dei Romani, sarebbe erroneo ritenere che tutti gli ebrei dispersi per il mondo siano figli di quei profughi e abbiano una medesima identità genetica. Molti sono figli di comunità originariamente non ebraiche, che si sono convertite grazie all’opera di proselitismo degli ebrei che sono arrivati nelle loro terre e hanno avuto rapporti con loro. Esiste quindi una cultura ebraica, che si manifesta soprattutto nella religione e ha il suo fondamento nella Bibbia (Antico Testamento) e in tante altre tradizioni, anche linguistiche (si pensi all’ Yddish o al recente recupero della lingua ebraica antica come lingua nazionale dello Stato d’Israele). Ma un popolo ebraico sotto l’aspetto genetico non esiste. Il popolo ebraico è stato forgiato anch’esso dalla politica: in passato per scaricare su di lui la colpa del deicidio, e bandirlo dal consorzio civile relegando i suoi membri in luoghi appartati; in epoca più recente per giustificare il Sionismo e il ritorno alla “terra dei padri”.

L’odierno Stato d’Israele, a ben pensarci, è figlio della stessa ideologia risorgimentale che ha segnato il secolo XIX e ha portato alla formazione di Stati nazionali come l’Italia o la Germania. Nasce dall’idea di nazione come comunità “una d’arme di lingua d’altare di memorie di sangue di cor”, secondo quanto dice Manzoni in “Marzo 1821”. Dove c’è molto di vero ma anche molto di falso. D’accordo per l’altare. Per nulla d’accordo sul sangue. Quanto alle memorie, sicuramente ogni popolo ha una storia che in qualche modo si porta dentro, ma molto spesso -come s’è detto- queste memorie sono trasformate in miti: da chi, in buona fede, vuole dare anche unità politica a una comunità culturale; e da chi esercita il potere politico, per rendere appetibili ai sudditi scelte talvolta sciagurate. Il cor poi… Pensiamo alle guerre civili. Il cor dei Nordisti, nella guerra di Secessione era un po’ diverso da quello dei Sudisti. Durante la Rivoluzione Francese, il cor dei vandeani era un po’ diverso da quello dei sanculotti. E nel Sud conquistato dai Savoia il cor dei briganti e dei loro numerosi seguaci legittimisti non coincideva con quello dei bersaglieri che ne incendiavano i villaggi.

Stessa matrice, quindi, quella del Sionismo e dei movimenti risorgimentali, ma con una grande differenza. Gli altri movimenti risorgimentali nascevano in territori che volevano liberarsi da una potenza straniera per governarsi da sé. Il Sionismo nasce come riconquista di una terra perduta, la terra dei padri. Qui cominciano i guai. Quella terra era occupata da qualcuno; e allora era sotto il dominio dell’ormai fatiscente Impero Turco. Durante la Prima Guerra Mondiale gli inglesi combinarono un gran pasticcio. Con la Dichiarazione Balfour promisero agli ebrei di riservare loro, nelle terre liberate dal dominio turco, un “focolare nazionale”. Però promisero anche alle popolazioni che già abitavano in quelle terre di garantire la loro emancipazione politica. Gli ebrei che, provenienti da ogni parte d’Europa, cominciavano a colonizzare la Palestina, si trovarono di fronte non a una landa disabitata, ma a un territorio dove era radicata da secoli un’altra popolazione. Questo non poteva che generare attriti nel momento in cui il “focolare” ebraico pretendeva di diventare un vero e proprio Stato nazionale, fondato sulla mitologia della terra dei padri discendenti di Abramo, donata da Dio al suo popolo eletto e sottratta con atti di violenza, legittimata dal comando divino, ai suoi illegittimi abitatori. Bel mito, senz’altro; ma ad analizzarlo bene un po’ raccapricciante. Troppo comodo dire che si è indiscutibili padroni di un territorio per volontà di Dio. Storicamente, gli Ebrei di Giosuè conquistarono la Palestina con la forza delle armi, cacciando e sottomettendo una popolazione preesistente. Nella Bibbia si leggono episodi di crudeltà davvero atroci nei confronti dei vinti. Certo, l’hanno fatto tutti i popoli, e tutti hanno sempre cercato una giustificazione. Ma questo significa soltanto che l’ideologia del popolo eletto non si regge in piedi; e che l’attuale Stato d’Israele si fonda, come tutti gli altri Stati, su una mitologia.
Ho già detto che se c’è una bandiera che accetterei di sventolare è quella di Israele. Ho anche detto che, se tutti gli Stati, come da anarchico mi auguro, dovessero crollare, desidererei che Israele crollasse per ultimo. Ammiro Israele perché è l’unica democrazia liberale immersa in un contesto di regimi autoritari. Solo in Israele è consentito di parlare contro il governo senza pericolo di finire sotto processo; solo in Israele è possibile pubblicare libri di storiografia revisionista che denunciano gli aspetti meno nobili della nascita dello Stato e delle vicende successive (si pensi agli scritti di Benny Morris, Tom Segev e Ilan Pappe); solo in Israele un docente universitario come Shlomo Sand può impunemente sostenere che lo Stato di cui fa parte come cittadino è fondato su una mitologia menzognera.

Viva Israele, quindi. Ma questo non mi impedisce di deplorare quanto sta capitando in questi giorni. La decisione di Trump di trasferire l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme farà anche seguito a una decisione del Congresso risalente al 1995, l’epoca di Clinton, ma è una decisione sciagurata. Ha riattizzato il conflitto con i palestinesi, proprio nel momento in cuoi gli israeliani celebrano i 70 dalla fondazione dello Stato d’Israele e i palestinesi ricordano piangendo la “Nakba”, cioè quella che per loro è stata una “catastrofe”, l’esodo cui furono costretti durante il primo conflitto arabo-israeliano, nel 1948,quando alla sua nascita il nuovo Stato ebraico venne attaccato da Egitto, Giordania, Siria, libano,Iraq. Un conflitto nel quale nessuno può dirsi innocente. Non gli israeliani, che commisero ingiustificate atrocità (si pensi al massacro di Deir Yassim). Non quelli che dicevano di combattere in difesa delle popolazioni palestinesi, ma alla fine del conflitto occuparono proprio quei territori che, secondo la Risoluzione 181 dell’ONU, dovevano appartenere a uno Stato palestinese indipendente, destinato a svilupparsi pacificamente accanto allo Stato ebraico. Fu così che i palestinesi rimasero senza terra. Quella dei due Stati era e rimane l’unica soluzione ragionevole per risolvere il conflitto tra le due etnie. Ma fin che i rappresentanti dei palestinesi, senza nessuna eccezione, non si decideranno a proclamare chiaro e forte il diritto di Israele a esistere, e fin che in Israele resterà forte l’idea (cui molti si oppongono, ma molti altri danno il loro assenso) di estendere la propria sovranità su tutto il territorio che nei gloriosi tempi biblici era sotto il dominio degli Ebrei per volontà di Dio, sarà difficile arrivare a una soluzione.
Il territorialismo è una brutta bestia. Provoca guasti quando bene o male il territorio c’è per tutti, e ognuno cerca di difendere il suo. Diventa terribile quando due popoli diversi rivendicano un medesimo territorio, escludendo di poter vivere assieme entro i medesimi confini, perché altrimenti si contaminerebbe la purezza etnica, o verrebbero sconvolte usanze e tradizioni. Pensate un po’: se davvero i discendenti dei profughi palestinesi del 1948 potessero tornare a risiedere nei luoghi che hanno dovuto abbandonare, la ragione stessa per cui fu fondato lo Stato d’Israele, dare un “focolare nazionale” a un popolo barbaramente perseguitato nel corso dei secoli, verrebbe meno. Diventerebbe uno Stato plurietnico, non sarebbe più lo Stato degli ebrei. Non sarebbe più il terrritorio che Dio ha assegnato al suo popolo eletto. Tantum religio potuit suadere malorum.

Giovanni Tenorio

Giovanni Tenorio

Libertino

Un pensiero riguardo “L’invenzione dei popoli

  • 22 maggio 2018 in 8:14 pm
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    Sono sostanzialmente d’acccordo; aggiungo un paio di curiosità e riflessioni.

    Fu Lutero a riabilitare la figura di Arminio; prima ii tedeschi se ne vergognavano; nessun bambino tedesco quando giocava voleva fare Arminio. Forse Lutero che tradì la Roma papale vide in Arminio traditore della Roma imperiale un suo alter ego; dopo Lutero nel paese fu tutto un fiorire di nomi Hermann (Arminio). Il fratello di Arminio rimase invece fedele ufficiale romano e il suocero avvisò Varo del tradimento del genero, ma fu inascoltato.

    Pietro Verri non so cosa dica, ma la storia di Milano e dei vari comuni la ricordo piuttosto complessa, un misto di invidie e tradimenti. Se non sbaglio (a grandi linee) Milano tiranneggiava i comuni vicini e proprio questi chiesero aiuto al Barbarossa. In seguito il crucco esagerò, il papa si schierò con la lega lombarda e il Barbarossa fu scacciato.
    Però quando il trucido Barbarossa rase al suolo Milano, prima fece uscire gli abitanti e poi distrusse la città. Possiamo dire altrettanto dei moderni e civili distruttori di Coventry, Londra, Dresda, Hiroshima, Nagasaki… (elenco lunghetto)?

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