Politica e santità

L’uomo è un animale sociale, non c’è dubbio. Perché la società, checché ne abbia detto la Thatcher fra il giubilo dei suoi seguaci, esiste, e come. Negarne l’esistenza, sarebbe come negare che esista una lingua, ammettendo che esistano soltanto parole; o che esista il mercato, limitandosi a riconoscere che esistono soltanto i singoli scambi. Allo stesso modo, dovremmo negare che esista lo Stato, anche se è vero che, in concreto, esistono singoli individui che esercitano azioni coercitive e di rapina nel nome di un presunto interesse superiore. Lo Stato esiste, e come! Ce lo sentiamo sul collo da quando ci svegliamo di mattina a quando ci corichiamo di sera; e magari anche di notte, durante il sonno, come un incubo.

In somma, esistono gli individui, ma esistono anche le strutture. La società è una struttura, la lingua è una struttura, lo Stato è una struttura. Gli individui li vediamo in concreto, le strutture le percepiamo nel loro operare. Quando per una cattiva stagione i raccolti agricoli sono scarsi, i prezzi delle derrate alimentari aumentano. E’ l’effetto del mercato in un regime di scarsità. Poi, è evidente che sono i singoli operatori a chiedere i prezzi , da una parte, o ad accettarli, dall’altra. Ma non per questo possiamo dire che esistono solo loro, e il mercato non c’è. Il mercato è costituito dal loro interagire, i cui effetti sfuggono alle intenzioni dei singoli. In un sistema linguistico si possono costruire frasi in numero infinito. Sarebbe assurdo affermare che esistono solo le frasi effettivamente scritte e pronunciate, mentre la lingua non c’è. La lingua è proprio il sistema di regole che consente di pronunciare non solo le frasi che finora sono state dette o scritte, ma anche quelle che saranno dette e pronunciate in futuro, fino alla fine del modo. E sono regole ancora una volta formatesi grazie all’interazione dei parlanti, sulla base di meccanismi mentali innati.
In somma, l’uomo è un animale sociale perché è portato a interagire con i suoi simili, e quindi la società esiste; è un animale mercatista (con buona pace di Giulio Tremonti che usa il termine, da lui inventato, in un significato deteriore), perché scambia beni e servizi con i suoi simili, e quindi il mercato esiste; è un animale parlante, perché comunica con i suoi simili attraverso la parola in un sistema altamente strutturato, e quindi la lingua esiste.

L’uomo è anche un animale politico? Lo diceva Aristotele. Forse lo intendeva in senso lato, nel significato di “sociale”. Per i Greci del suo tempo la Polis era la quintessenza dell’interagire umano, il risultato più più alto della civiltà. Nella Polis la socialità si svolge al suo grado più alto. E in senso stretto? La politica come arte di governo è un connotato umano, una struttura di cui non si può fare a meno? Bisogna chiarire bene il concetto. Del governo non si può fare a meno. Ognuno deve governare la propria vita, se non vuole soccombere. Una famiglia senza governo sarebbe destinata a perire. Un’impresa economica deve essere governata, se vuol generare ricchezza. Una scuola senza regole e senza direzione diventa un bordello, un po’ come la scuola italiana di oggi in mano ai bulli. Ogni libera associazione deve avere le sue regole: se uno vuole entrarci le deve accettare. Nessuno però può costringerlo a entrarci.
C’è tuttavia un’associazione in cui uno è costretto a entrare, anche suo malgrado. Questa associazione si chiama Stato. Se uno nasce in un certo territorio, da genitori che ne sono cittadini, diventa automaticamente membro di quella comunità. Viene subito iscritto all’anagrafe, gli viene assegnato un codice fiscale, sarà ben presto tenuto a frequentare una scuola pubblica, magari a prestare servizio militare; in caso di guerra, sarà costretto a imbracciare il fucile per sparare contro qualcuno che non gli ha mai torto un capello. Soprattutto, dovrà pagare tasse sopra tasse vita natural durante; e dopo la sua morte, saranno i suoi eredi a dover pagare altre tasse.

Allora, l’uomo è un animale politico, in questo senso stretto, solo perché è oppresso dallo Stato, non perché la politica, così intesa, rientri nella sua intima natura. Se si potesse fare a meno dello Stato, l’uomo continuerebbe a essere sociale, ma non politico. Il che non significa che cesserebbero i contrasti e le lotte: al contrario. Mancherebbe però un’autorità coercitiva superiore che pretenda di regolarli, in nome del bene comune. I conflitti andrebbero risolti attraverso in libere negoziazioni, magari con l’aiuto di arbitri scelti di comune accordo. Si potrà mai giungere a una società senza Stato? Sarebbe molto bello, ma le difficoltà sono enormi. Per un semplice motivo: la massa preferisce la schiavitù con la pancia piena alla libertà con con tutte le fatiche e le responsabilità che comporta. L’anarchia non è il paradiso terrestre. Offre meno sicurezze della schiavitù statalista. Sicuramente è umana, molto più umana. Si fonda sulla collaborazione spontanea, sulla non violenza. Aborre le guerre. Odia i confini nazionali. Ma l’umanesimo, che si compendia nella massima terenziana “homo sum, humani nihil a me alienum puto” è un sentire aristocratico (nel senso alto del termine, cioè “dei migliori”), non democratico. Il Demos ama avere un capo. Magari Pericle, e va bene. Magari Hitler, e va un po’ meno bene. La democrazia, come diceva Tucidide di quella ateniese, è il governo di uno solo con il consenso della maggioranza. Se non è proprio uno, sarà un gruppo. Questo gruppo, con i suoi servi e i suoi tirapiedi, si chiama Stato.

Detto questo, come si fa ad affermare, alla maniera di monsignor Galantino (ripetendo, se la memoria non mi inganna, quanto in tempi ormai remoti affermò Paolo VI) che la politica, intesa come arte di governare lo Stato, è attività sublime, viatico di santità per un buon cristiano? Io non so nulla di teologia, però ho letto più volte i Vangeli, anche se sono un personaggio di dubbia moralità. Ci ho trovato di tutto: cose bellissime e cose che mi sembrano discutibili (ad esempio la brutta parabola del fattore disonesto, che giustamente Giuliano l’Apostata criticò). Non ci ho trovato affatto la lode della politica. Tutt’al contrario. Quando i Farisei vogliono trarlo in inganno facendolo parlare di politica, Gesù abilmente svicola, come quando gli chiedono se è lecito pagare il tributo a Cesare. “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” non vuol dire che il tributo è lecito. Che cos’è di Cesare? Niente è di Cesare, tutto è di Dio. Tanto più che i Romani si sono insediati in Palestina con atti di forza. I discepoli sono così babbei che fino all’ultimo non hanno capito nulla della predicazione del Maestro. Credono che dopo la Resurrezione finalmente restaurerà il potere politico dell’antico Israele. Ecco la risposta:” Non sta a voi conoscere i tempi e le circostanze che il Padre ha determinato di propria autorità. Ma lo Spirito santo verrà su di voi e riceverete da lui la forza per essermi testimoni in Gerusalemme e in tutta la Giudea e la Samaria fino all’estremità della terra” (Atti degli Apostoli,I,7-8). Questo è un messaggio puramente spirituale, di politico non c’è proprio niente. La restaurazione di Israele può essere soltanto intesa come la diffusione del messaggio di Cristo fra tutti i popoli della terra. Ed è un messaggio fondamentalmente anarchico: “Amatevi come io ho amato voi”. Quando il Cristianesimo è venuto a patti con lo Stato, dopo l’Editto di Milano di Costantino, sappiamo com’è andata a finire. Da perseguitato a persecutore. Nel 415, ad Alessandria, la povera Ipazia, bellissima donna e intelligentissima, studiosa di matematica, viene barbaramente trucidata con il beneplacito del vescovo Cirillo, che poi, non ho mai capito perché, viene fatto santo. Se la santità di cui è viatico la politica è questa, ha ragione monsignor Galantino.

Giovanni Tenorio

Giovanni Tenorio

Libertino

4 pensieri riguardo “Politica e santità

  • Leporello
    15 maggio 2018 in 4:16 pm
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    Caro padrone, Don Giovanni, quando ho letto “c’è un’associazione in cui uno è costretto a entrare, anche suo malgrado. Questa associazione si chiama Stato” mi sono ricordato che dei miei recenti tentativi di uscirne, esterovestito, si intende. Non ho mai provato la stessa empatia per gli sfortunati che tentavano di fuggire dall’Europa dell’Est scavalcando il muro di Berlino: troverò il tempo di scrivere un articolo dedicato alle mie disavventure, spero prossimamente.

  • 16 maggio 2018 in 4:59 am
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    Condivido in pieno la prima parte, la Thatcher era molto provocatoria.

    La seconda parte è troppo luterana per i miei gusti, ovvero se si spera di trovare risposta ad ogni quesito nei Testi Sacri, si rischia di far dire a questi testi ciò che si vuole o si crede, anche in buonafede. Proprio per questo esistono (o dovrebbero esistere) il Papa e il Magistero della Chiesa quale inevitabile supporto ai dubbi dei credenti. E finchè il Papa o il MdC non dicono un qualcosa in palese e certa contraddizione con i TS, ciò che affermano è pienamente lecito, giusto e impegnativo quanto i TS, benchè possa essere non infallibile (se non espresso ex cathedra) e possa mutare nel tempo.

    Infine ci vorrebbe poi un mondo dove ogni comunità facesse innanzitutto una seria revisione autocritica dei propri comportamenti passati, prima di stigmatizzare quelli degli altri. Insomma se di Ipazia se ne occupassero i cattolici, di Serveto i riformati, di Lavoisier gli attuali eredi della fratellanza (massonica?) forse avremmo un mondo migliore.

    (En passant, credo che Ipazia sia stata soppressa da un gruppo di esagitati ignoranti in quanto donna emancipata, cosa molto pericolosa e scomoda in quei tempi, a prescindere dal culto del momento).

    • Giovanni Tenorio
      16 maggio 2018 in 12:44 pm
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      Io luterano? Lutero mi è cordialmente antipatico. Lo preferisco a Calvino perché almeno, a differenza di quello, amava la musica. Senza di lui non avremmo le Passioni di Bach, che è quanto di più sublime sia mai stato composto. Che il liberalismo moderno derivi dalla Riforma protestante mi sembra una gran bufala. Che il Capitalismo sia figlio dell’etica calvinista mi sembra un’altra sciocchezza, con buona pace di Max Weber. Il pensiero economico della cattolica Scuola di Salamanca è di una sorprendente modernità. I bavaresi, cattolici, sono molto più simpatici dei cupi tedeschi protestanti. Piacevano anche a Rothbard.I cattolici sono più furbi. Kennedy, cattolico, si prese come amante Marilyn Monroe. Clinton, protestate, quello sgorbio di Monica Lewiski. Se bisogna andare all’Inferno, deve valerne la pena! Parola di Don Giovanni Tenorio. Vi assicuro che in compagnia dei papi simonaci e puttanieri si sta benissimo. Io non vorrei stare in Paradiso con Girolamo Savonarola, il frate repellente che assomiglia tanto ai futuri luterani e calvinisti. Ha fatto bene Alessandro VI Borgia a mandarlo sul rogo. Avesse fatto proseliti, il Rinascimento sarebbe finito prima di cominciare.

  • 16 maggio 2018 in 2:21 pm
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    Ma Savonarola speriamo sia all’inferno visto che prima fu lui ad aver mandato al rogo tanta gente.

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