Lavoro intellettuale o lavoro manuale? Che stupida domanda.

Un professore, molto popolare tra gli indipendentisti, sostiene che non classificare le professioni basate sulla produzione intellettuale come “lavoro” è “da comunisti”.

Vero.

Io preferisco non distinguere tra lavoro intellettuale e lavoro manuale (non esiste un lavoro solamente manuale e non esiste un lavoro esclusivamente intellettuale): uso un altro criterio per riconoscere lavoro e “non lavoro”.

Il lavoro viene prodotto in un contesto competitivo, dove precarietà e selettività, espresse dai “clienti”, sono una “proof of work” onerosa ma necessaria a garantire che il processo che chiamiamo “lavoro” non sia una formale liturgia, ma produzione di valore (uso questa espressione inglese rubandola al mondo delle cryptomonete: la logica è identica). L’ambiente competitivo (o per meglio dire: libero e precario) non produce valore di per sé, ma garantisce che il valore sia stato prodotto.

Quando il lavoro avviene nel contesto dell’impiego statale, questa garanzia non c’è: non significa nulla nel breve periodo, ma cambia tutto nel tempo di una vita o di una carriera universitaria.