La guerra, un prodotto dello Stato

Carlo Cassola nella sua vita di scrittore fu avversato in diversi momenti e per motivi diversi. Non piaceva alle sinistre per la sua rappresentazione antiretorica e problematica della Resistenza. Fu oggetto di dileggio da parte degli intellettuali di “Gruppo 63”, che lo bollarono come novella Liala per il suo stile piano e dimesso, nonché per la sua poetica lontanissima dagli indigesti sperimentalismi dell’ avanguardia. Infine, quando verso il declinare degli anni Settanta dello scorso secolo si votò a un pacifismo intransigente, gli fu concesso di argomentare a lungo le sue buone ragioni dalle pagine culturali del “Corriere della sera”, senza però degnarlo di alcun contraddittorio. Ai matti non si replica. Il pacifismo allora dominante, quello che riempiva le piazze di folle urlanti, era strabico: tutto il male veniva dall’America. L’URSS aveva puntato i suoi missili SS20 contro l’Europa, ma la protesta era indirizzata contro gli Stati Uniti, che volevano rispondere puntando a loro volta contro l’URSS batterie di missili Cruise e Pershing. La posizione di Cassola era molto più onesta, richiamandosi per alcuni aspetti al pacifismo di Russell ed Einstein negli anni Cinquanta. La sua proposta era quella di un disarmo unilaterale. Se qualche Stato avesse avuto il coraggio di fare il primo passo, il suo esempio sarebbe potuto diventare contagioso, innescando un processo che alla fine avrebbe portato a un disarmo generalizzato. Questa idea generosa però conteneva un grave errore, che ne inficiava la credibilità. Cassola parlava di Stati sovrani armati, quasi che gli armamenti fossero un semplice accessorio, senza di cui quegli stessi Stati avrebbero potuto perpetuare pacificamente la loro esistenza, continuando a esercitare la loro sovranità territoriale entro confini ben definiti. Ma lo Stato, in quanto monopolio della violenza esercitato su un popolo entro un determinato ambito territoriale, ha nelle forze armate il suo baluardo e nella guerra la sua origine e la sia ragion d’essere. È Carl Schmitt a insegnarci che la sovranità statale nasce dalla dialettica amico-nemico. Un territorio delimitato da confini dev’essere presidiato da un esercito. Di là dai confini potrebbe esserci qualcuno che chiede di essere accolto come “hospes”, ospite, ma anche porsi come “hostis”, nemico. Non è un caso che i due termini latini abbiano la medesima etimologia. Nel mondo antico l’ospite era sacro e doveva essere trattato con tutti i riguardi proprio per evitare che si trasformasse in nemico.

Il problema quindi non è lo Stato armato, ma lo Stato in sé. Solo un cosmopolitismo anarchico, in cui tutti sono considerati ospiti e nessuno nemico, può scongiurare i pericoli che l’umanità corre per la corsa agli armamenti, la quale non si è affatto fermata con la fine della Guerra Fredda.

Purtroppo però nel mondo in questo momento tira un vento del tutto contrario all’ideale anarchico del cosmopolitismo disarmato. Da una parte Trump mostra i muscoli inalberando il vessillo dell’ “America first”, dall’altra Macron incanta la Francia e il mondo intero con una grande manifestazione militare agli Champs Elysees. E l’ Italietta che fa? Nel suo piccolo, non può certo essere da meno. Da tempo le associazioni dei militari in congedo, Alpini e Bersaglieri primi fra tutti, sostenevano l’ opportunità di reintrodurre il servizio di leva per educare i giovani ai doveri dell’amor patrio. Ora gonfiano le gote, strombazzano ai quattro venti la loro turpe proposta, e tutti i partiti politici, diconsi tutti, nessuno escluso, sembrano disposti ad assecondarla.A sinistra piace affiancarla all’alternativa del servizio civile. Le motivazioni sono le solite: insegnare il dovere civico, formare cittadini dotati di senso della socialità e della solidarietà, rafforzare il sentimento identitario. Uno si chiede:non bastano dieci e più anni di scuola pubblica a instillare nelle giovani menti questi presunti valori? È proprio necessario rubare ai sudditi altri mesi di vita? Non è forse vero che un esercito moderno ha bisogno di assassini legalizzati supertecnologici, non di marmittoni di leva? Che cosa si può imparare in pochi mesi? O vogliamo una leva a rate annuali, come nel paradiso svizzero? E le femminucce? Se non vogliamo discriminarle, dovranno essere accolte anche fra i reparti combattenti, nelle prime file. Io non ci andrei a letto neppure se me la danno gratis. Quanto al servizio civile, farà odiare tutte le più nobili virtù allo stesso modo in cui la scuola sa far odiare Dante per tutta la vita a legioni di studenti. Tutto ciò che è obbligatorio viene in uggia.
Lo Stato è un furto, la guerra un delitto, il servizio militare una schiavitù, diceva Rothbard. Tre concetti inscindibili: simul stabunt, simul cadent. Se ex-alpini, ex-bersaglieri ed ex-fantaccini sono così contenti di essere stati a suo tempo resi schiavi dallo Stato, mandino a fare il militare i loro figli e le loro figlie, senza pretendere di obbligare per legge anche gli altri giovani al servizio di leva.

A patto che figli e figlie siano d’ accordo. Il mio augurio è che rispondano all’invito con una sonora pernacchia.

Giovanni Tenorio

Giovanni Tenorio

Libertino