Un rapporto armonico

“Stakeholder” è uno dei tanti mostri ormai entrati stabilmente nella sempre più stuprata lingua che fu di Dante. Credo che, come tante altre analoghe brutture, anche questa sia stata introdotta dagli economisti, quelli che, tra l’altro, ci hanno regalato il Quantitative Easing, la Spending Rewiew, il Rating, il Bail-in e il Bail-out e tutte le altre balle, o meglio Fake News, di cui si riempiono la bocca. Chi parla bene usa l’espressione “partecipanti”, o “parti interessate”. In un rapporto di tipo economico le parti interessate sono sostanzialmente tre: i datori di lavoro, i dipendenti e i clienti.

Un rapporto armonico dovrebbe veder soddisfatte tutt’e tre queste parti: i datori di lavoro perché riescono a lucrare un buon profitto, segno di uso virtuoso delle risorse, i dipendenti perché percepiscono un salario o uno stipendio confacente all’attività prestata, i clienti perché ottengono prodotti o servizi di loro gradimento. Purtroppo non è sempre così. Può capitare che i datori di lavoro, per i più diversi motivi, non riescano a far quadrare i bilanci, finendo in perdita. Molto spesso i dipendenti si lamentano per l’esiguità degli emolumenti percepiti o per le cattive condizioni di lavoro. Anche i clienti non sono sempre soddisfatti: a proposito degli utenti delle compagnie telefoniche se ne leggono di tutti i colori; sui convogli Trenord della linea Milano-Malpensa non sono agibili neppure i cessi, e se a un passeggero scappa, bisogna fermare il treno alla prima stazione (capitava così sulla famosa Napoli-Portici, ma perché lì i cessi sul treno neanche c’erano… E poi qualcuno ha il coraggio di dire che la Lombardia è la Baviera d’Italia… Vero, governatore Maroni?).

Qualcuno di recente si è compiaciuto di vedere che le organizzazioni dei lavoratori, nelle loro rivendicazioni – spesso di protesta, ma non sempre – in questi ultimi tempi sembrano voler coinvolgere anche i clienti, ovverossia la parte che suo malgrado, nella dialettica capitale-lavoro, spesso subisce un danno per un problema di cui non può dirsi responsabile. In un editoriale sul “Corriere della sera” Dario Di Vico cita la vicenda della dipendente Ikea licenziata in un momento di grave disagio e quello dei lavoratori della Melegatti. Nel primo caso la pubblicità data al fatto, specie attraverso la rete, ha mobilitato buona parte dei clienti Ikea a favore della dipendente, con messaggi di disapprovazione indirizzati alla dirigenza della Società e pressioni di vario genere perché la decisione venga revocata. Nel secondo caso, i lavoratori stessi della Melegatti, che versa in gravi difficoltà economiche, hanno invitato i consumatori a comperare, in occasione delle feste, i panettoni da loro prodotti, in modo da salvare l’impresa e, di conseguenza, i loro posti di lavoro. Incredibile davvero: come sono lontani i tempi in cui a Milano si poteva leggere sulle mura di cinta della fabbrica Motta: “Non comperate i panettoni Motta, perché noi ci mettiamo le caccole del naso” (guardate che non è una bufala. Erano i tempi del famoso “autunno caldo” post-sessantottino, quello in cui si voleva ribaltare il bieco capitalismo a suon di scioperi generali, si blaterava di “nuovo modo di fare l’automobile” e altre amenità del genere, mentre il ministro Carlo Donat-Cattin parlava di “salario come variabile indipendente”, forse – lo suggerisce Ricossa – sulle orme di uno Sraffa mal letto e peggio capito…).

Bene, si direbbe, finalmente stiamo diventando tutti più civili. Io però farei una distinzione. Fermo restando che ciascuno dev’essere libero di scegliere i propri consumi come crede, anche in base a criteri morali e umanitari, anziché di convenienza economica; fermo restando anche che i dipendenti di una Società hanno a loro volta tutto il diritto di tentare d’ orientare, con ogni mezzo a disposizione, le scelte dei consumatori (anche di indurli a non comperare i loro prodotti perché ci mettono le caccole del naso), l’azione a favore della dipendente Ikea mi sembra non solo buona, ma anche sacrosanta, mentre quella a favore della Melegatti mi sembra discutibile. La prima non può avere conseguenze economiche indesiderabili. Se anche l’Ikea riassume la sua dipendente, non per questo vedrà andare in crisi i suoi bilanci. Un po’ di umanità non guasta. Gli esseri umani vanno trattati da esseri umani, non sono macchine da buttare, senza troppi ripensamenti, quando si guastano. Si tratta, dopo tutto, di un caso isolato. Fossero decine di dipendenti in un momento di crisi, il discorso sarebbe diverso. La vicenda della Melegatti invece può avere conseguenze assai discutibili. Sono il primo ad augurarmi che l’impresa venda panettoni a centinaia di migliaia, e riesca a rimettersi in sesto: ma se passa l principio che è opportuno comperare i prodotti di un’impresa solo perché è in difficoltà, al fine di salvarla e di salvare i posti di lavoro, si arriva alla conclusione che è giusto premiare l’inefficienza a scapito di chi sa produrre meglio. Se la consuetudine si generalizzasse, avremmo un sistema economico traballante, inefficiente, dove prevalgono i prodotti e i servizi peggiori offerti al prezzo più alto. E’ quello che vogliamo? Non credo. Bel paradosso: da un lato storciamo il naso quando è lo Stato a salvare con il denaro dei contribuenti un’industria in crisi o una banca sull’orlo del fallimento; dall’altro, come consumatori, siamo invitati a fare la stessa cosa. Si dirà: ma nessuno ci obbliga,e i soldi sono i nostri. D’accordo, ma il risultato finale è lo stesso: una distorsione del mercato, che a medio termine danneggia tutti: i bravi imprenditori, i lavoratori onesti e scrupolosi, i consumatori in cerca di ottimi prodotti. A tutti dispiace che i lavoratori della Melegatti rimangano senza lavoro. Ma per risolvere problemi di questo genere bisogna puntare a un mercato veramente libero, non aduggiato da legislazioni oppressive, da imposizioni fiscali predatorie e da un diritto del lavoro che, per tutelare i dipendenti, di fatto ostacola l’occupazione e la mobilità della forza-lavoro (sapete che cosa dissero i tedeschi del governo Schmidt dopo l’approvazione dello Statuto dei Lavoratori, di cui gli esponenti del governo italiano menavano gran vanto?: “Sì, bellissima cosa, però fa andare l’economia kaputt!”). Come sarebbe bello se i dipendenti della Melegatti potessero trovar lavoro senza troppe difficoltà in un’altra impresa, solida, efficiente, con una’ampia e affezionata clientela.

In somma: la via dell’inferno è lastricata di buone intenzioni.

Giusto invece quello che Di Vico dice a proposito degli scioperi nei servizi pubblici, molto spesso proclamati a fine settimana o in occasione delle feste, per provocare disagi diffusi e far pressioni in modo ricattatorio sulle Società da cui i lavoratori dipendono. Qui sì le organizzazioni dei lavoratori dovrebbero saper coinvolgere gli utenti, con forme di lotta che colpiscano le Società ma il meno possibile chi deve servirsi, spesso per motivi di lavoro, dei mezzi pubblici. Giusto, ma temo sia solo un pio desiderio, anche perché di solito sono i sindacati “autonomi” e minoritari a proclamare scioperi di tal genere, basati sul ricatto. In questo caso l’impresa dovrebbe poter licenziare, anche se il provvedimento risulta piuttosto difficile quando l’adesione è massiccia. Non sono un ammiratore di Reagan, ma gli do atto di aver avuto coraggio quando fece arrestare i controllori di volo che avevano paralizzato, violando la legge, il traffico aereo.
Che cosa succederebbe in casi del genere in un contesto anarchico? Non lo so. Non esisterebbe uno Statuto dei Lavoratori. Non sarebbe tutelato il diritto di sciopero. Le soluzioni ai problemi delle relazioni industriali sarebbero tutte da inventare. Alla lunga, si consoliderebbe un diritto consuetudinario, sulla base delle sentenze pronunciaste da arbitri indipendenti che farebbero testo. L’anarchia è ordine, diceva Proudhon.

PS. Leporello mi sta raccontando che una volta gli offersero del cioccolato, di cui è molto ghiotto. Sapeva di terra. Gli dissero che l’aveva comperato una vecchia signora in un negozio equo-solidale; non trovandolo di suo gusto, l’aveva regalato al nipote; il quale, trovandolo a suo volta poco appetibile, pensò bene di rifilarlo a Leporello, che non ebbe il coraggio di rifiutarlo e lo trangugiò di malavoglia, sentendoselo gravare sullo stomaco per qualche giorno. Io, che dopo le donne e il Marzemino amo il cioccolato alla follia, l’avrei immediatamente sputato. Per far del bene ai poveretti del terzo Mondo, invece di comperare i loro prodotti scadenti sarebbe bene insegnargli a produrre meglio, e battersi con tutte le forze per l’abbattimento delle barriere doganali che ancora impediscono a molte merci dei Paesi in via di sviluppo di arrivare da noi a prezzi concorrenziali. Altrimenti non faremo altro che inchiodare quella gente, per sempre, alla sua povertà.

Giovanni Tenorio

Giovanni Tenorio

Libertino

2 pensieri riguardo “Un rapporto armonico

  • 22 dicembre 2017 in 10:10 am
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    Mi ricordavo che il salario “variabile indipendente” fosse frase di Luciano Lama. Forse ricordo male, in fondo il Donat Cattin dell’epoca non era ancora alleato di Flaminio Piccoli.

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  • Giovanni Tenorio
    23 dicembre 2017 in 5:34 pm
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    Può darsi che sia stato Luciano Lama il primo a parlare di salario come variabile indipendente. Certo è che Donat Cattin fece propria la bizzarra teoria. Va dato atto però a Lama di aver fatto autocritica, nell’anno 1977, se ben ricordo. Qualcuno obiettò in quell’occasione che la teoria è vera in condizioni di monopolio. Niente affatto, è sempre falsa. In condizioni di monopolio il costo marginale eguaglia il ricavo marginale, come nella concorrenza perfetta, ma non il prezzo d’equilibrio, che si colloca più in alto. Ora, se aumentano i salari aumentano i costi. Si sposterà a sinistra il punto di incontro fra la curva del costo marginale e quella del ricavo marginale; ma si sposterà nello stesso senso anche il punto del prezzo d’equilibrio. Ergo, il salario non è mai una variabile indipendente. Una sua variazione incide su tutti gli altri fattori del processo produttivo.

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