S’io fossi quello che d’amor fu degno

Il Cavalier Berlusconi è più arzillo che mai. Danaroso com’è, riesce a stare in piedi, a muoversi, a discutere, a copulare grazie a raffinati interventi chirurgici e a un sistema di protesi d’alta tecnologia. Auspica che la vita media possa arrivare ai 130 anni. Dimentica che finora nessun intervento chirurgico e nessuna protesi sono riusciti a fermare il deterioramento della materia cerebrale. Anche lui n’è vittima, quando propone una doppia circolazione monetaria, da una parte l’Euro e dall’altra qualcosa di simile alle Am-lire, o, peggio, agli Assegnati della Rivoluzione Francese.

Per mostrarsi colto e in possesso di una memoria di ferro, davanti a un gruppo di giovani che, in un sala dove tiene comizio, si rifiutano di applaudirlo dicendosi impegnati in un lavoro sui sonetti di Dante, dei quali – insinuano- forse lui neppure conosce l’esistenza, si esibisce nella recita del famoso “Guido, io vorrei che tu e Lapo ed io”: quello in cui il sommo poeta invita l’amico Cavalcanti, insieme a un altro compagnone, a una gita in barca con le più belle donne di Firenze. I giovani rimangono basiti, il Cavaliere si accomiata facendo il gesto dell’ombrello.
Ignoranti l’uno e gli altri. Tutti coloro che hanno fatto un minimo di studi superiori conoscono il sonetto di Dante. Tutti i vecchi professori lo facevano studiare a memoria, e la memoria a lungo termine è quella che resiste di più, fin sul letto di morte. Il Cavaliere però forse crede davvero che Dante parlasse di donne concrete, da palpeggiare e da fottere, come fa lui con le sue puttanelle. Che Dante fosse un dongiovannino piccolino piccolino piccolino. Che con Beatrice se la facesse, cornificando la povera moglie Gemma Donati, che per quieto vivere se ne stava silenziosa. Ma mi faccia il piacere! Erano tutte figure allegoriche. Dante con lui non ha nulla che fare. Men che meno con me.
Ignorantelli anche i giovani oppositori, però: invece di rimaner basiti gli avrebbero potuto contrapporre la risposta al sonetto di Dante del Cavalcanti (che invece nessuno mai legge a scuola e nessun vecchio professore ha mai fatto studiare a memoria):

S’io fossi quello che d’amor fu degno
del qual non trovo sol che rimembranza
e la donna tenesse altra sembianza
assai mi piaceria siffatto legno.

Se la donna tenesse altra sembianza, cioè se la tua setta fosse diversa da com’ è in realtà, mi piacerebbe siffatto legno, la barca su cui mi inviti, cioè accetterei di condividere ancora le tue idee e i tuoi programmi. Perfettamente adattabile a Berlusconi: se la tua Donna, il tuo partito, fosse ancora quel crogiolo di liberismo che proclamava di voler essere, sarei ancora con te. Ma dopo che ne hai mostrato la vera sembianza, sei tu a meritarti il gesto dell’ombrello. Gioco troppo raffinato per la rozzezza della politica italica, dove uno che aspira a diventare Presidente del Consiglio fatica a governare perfino i congiuntivi.

Giovanni Tenorio

Giovanni Tenorio

Libertino

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