Viva i terroni

In una lettera, scritta intorno all’anno 1790, allo scienziato catanese Giuseppe Gioeni (1747-1822), naturalista e vulcanologo di chiara fama, il conte Alessandro Anastasio Volta di Como, futuro inventore della pila elettrica, indirizzava al collega parole di elogio, affermando che sarebbero bastati i suoi studi e i suoi scritti a smentire il luogo comune calunnioso degli “ultramontani”, secondo cui gli italiani sarebbero inclini alla pigrizia. Due cose colpiscono in questa dichiarazione: innanzitutto, che il comense Volta, nato a due passi dal confine svizzero, considerasse, senza il minimo dubbio, italiano come lui il catanese Gioeni, nato in territorio assai più vicino a Tripoli che a Como; in secondo luogo, che tutti gli abitanti del Bel Paese, dovunque ubicati, dall’Alpe a Sicilia, fossero valutati dagli europei del Nord allo stesso modo, senza distinzione alcuna: amanti del bel vivere e poco inclini alla fatica. Tutto questo si presta ad alcune considerazioni.
Oggi si parla tanto di “identità nazionale”. Ne parlano i fautori dell’integrità territoriale dello Stato (si tratti della la Spagna, o dell’Italia, o di qualsiasi altro Paese, poco importa), ne parlano gli irredentisti che lottano per la secessione (della Catalogna, del Veneto, o di qualsiasi altra regione, anche qui poco importa). Cambia l’oggetto – da una parte lo Stato attuale, dall’altra lo staterello che si vorrebbe costruire – ma l’ideologia è la medesima, la patria “una d’arme di lingua d’altare”, cementata da una Storia comune, da un eroico passato, da tradizioni radicate nell’anima del popolo. Il Romanticismo non è finito, a dispetto della modernità. Si ripropongono pari pari i miti ottocenteschi, magari capovolgendone il significato. Così, ad esempio, la Battaglia di Legnano, anziché essere, come nel Risorgimento, immagine della lotta per l’Unità d’Italia, diventa simbolo della secessione da Roma ladrona. Ma alla fin fine l’obiettivo è il medesimo: la costruzione di un’entità politica che abbia il suo fondamento nel principio identitario.

Così intesa, l’identità è una bufala. Formata l’Italia politica sotto i Savoia, scoppiò addirittura una guerra civile nel Sud contro i piemontesi oppressori, che portavano tasse, servizio militare obbligatorio e altri gravami. E’ passata alla Storia con il nome infamante di “Brigantaggio”. Se avesse trionfato, con l’aiuto di Francia Austria e Stato Pontificio, riportando sul trono di Napoli i Borboni, se ne parlerebbe come di una pagina gloriosa, dimenticandone le nefandezze (come oggi si dimentica il massacro di Pontelandolfo e Casalduni, di cui sono responsabili, tra gli altri Pier Eleonoro Negri ed Enrico Cialdini, delinquenti alla pari dei briganti contro cui combattevano). Per lungo tempo un bergamasco e un palermitano -tanto per fare un esempio, ma si potrebbero scegliere altri rappresentanti delle due Italie- si sarebbero sentiti come abitanti di pianeti diversi. Fa orrore vedere che qualcuno esalta la Prima Guerra Mondiale per aver finalmente affratellato i popoli d’Italia, costringendone i figli alla infame vita di trincea, uomini del Nord, del Centro, del Sud a contatto di gomito fra le pulci e gli escrementi, con alle spalle l’ufficiale o il carabiniere che, pistola alla schiena, li mandava a massacrarsi fradici di grappa. Recentemente in un’intervista il Capo di Stato Maggiore della Difesa Claudio Graziano ha detto, con compiacimento, che i fanti italiani seppero riscattare la sconfitta di Caporetto, portando la Patria alla Vittoria, perché finalmente avevano imparato a odiare il nemico. Queste sì sono parole raccapriccianti. Altro che scandalizzarsi perché in un test di medicina si parla di culattoni! Ecco come si costruisce l’identità nazionale: dicendo per esempio a un napoletano che lì a pochi passi c’è un nemico, cui non ha mai torto un capello ma che ora gli sparerà contro, perché anche a lui hanno fatto credere di aver di fronte qualcuno che lo odia. Se c’era bisogno di dimostrare che cosa abominevole è lo Stato nazionale, fondato sul principio AMICO-NEMICO tanto caro a Carl Schmitt, eccoci serviti.

L’identità è un sentimento puramente individuale. Nessuno la può imporre dall’alto. Chi è nato in uno stesso territorio tenderà a sentirsi affratellato ai suoi compaesani, senza che nessuno glielo imponga. Potrà anche non sopportarli, come Leopardi non sopportava i recanatesi e Verdi i bussetani, ma non per questo bisognerà fargliene una colpa. Volta e Gioeni, nati e vissuti a più di mille chilometri di distanza, si sentivano fratelli. Erano entrambi scienziati, scrivevano entrambi in un bellissimo italiano, si riconoscevano entrambi in una cultura che aveva come suo centro territoriale un’Italia politicamente inesistente, “espressione geografica”, eppur fervida di ingegni. Sarebbe arrivata la politica, più di mezzo secolo dopo, a inventare i terroni e i polentoni. Prima dello Stato unitario tutti gli abitanti dello stivale, compresi i montanari a ridosso delle Alpi, erano terroni. La lettera di Volta a Gioeni è una piena conferma di quanto stiamo dicendo.
Ma attenzione: per il resto dell’Europa è ancora così. Al di qua delle Alpi, tutti terroni. Lo dimostra l’attuale vicenda della sede EMA, negata a Milano. D’accordo, il meccanismo per la scelta è demenziale, è ridicolo che l’assegnazione sia stata affidata alla fin fine a un “testa o croce”. Però Madrid, che fa parte dei terroni, non ha votato per Milano, ha preferito votare per il Nord, scegliendo il piano nobile invece del seminterrato. La Germania, in crisi per la difficoltà a formare un governo di coalizione dopo le elezioni, s’è vista sgraffignare l’EBA da Parigi; ma i francesi non sono terroni, anche se sono cugini degli italiani, e hanno visto riconosciuta la loro eccellenza. In compenso, la Germania, che pur dell’italia si dice amica, s’è ben guardata dal dimostrarle benevolenza, puntando invece su Amsterdam. In somma, il Nord da una parte e il Sud dall’altra, con la complicità di qualche rinnegato (si sa che i più accaniti denigratori dei terroni sono i terroni diventati nordici; ce n’erano anche nella Lega di Bossi).

Dispiace, povera Milano, forse aveva davvero buoni requisiti per ospitare l’EMA, che dopo la BREXIT deve sloggiare da Londra. Ma s’era un pochino montata la testa. Dopo l’EXPO era più che mai fiera di sé. Si sentiva parte integrante del Nord europeo. E invece si ritrova terrona. Sicuramente fra Milano e Napoli c’è un abisso. Ma c’è un abisso anche fra Milano e Monaco di Baviera. Non so ora, dopo le ultime vicende terroristiche, ma a Monaco fino a quattro anni fa in piena notte si poteva passare davanti alla Stazione Centrale sentendo parlare tutte le lingue del mondo fuorché il tedesco, senza provare la minima paura. Pochissimi poliziotti in giro, qualche vigile che faceva la multa per divieto di sosta, in una città operosa e tranquilla che dimostrava una gran gioia di vivere. Per entrare alla Staatsoper in occasione dello splendido “Ring” wagneriano diretto da Kent Nagano con una compagnia di canto eccezionale, non c’era bisogno di passare attraverso schieramenti di arcigni sbirri armati, esibendo il biglietto. Altro mondo, altra vita.

I milanesi erano orgogliosi di poter offrire il loro Pirellone, gioiello architettonico di Giò Ponti, a suo tempo il più alto grattacielo d’Europa, come sede dell’EMA. Ma, a ben pensarci, la storia del Pirellone è una storia un po’ triste. Sorse negli anni del cosiddetto “boom economico” e sembrò il simbolo di un capitalismo italico capace di entrare nell’agone economico internazionale a testa alta, con progetti audaci e innovativi, anche attraverso fusioni, accordi e sinergie con colossi stranieri. Erano gli anni dell’accordo Pirelli-Dunlop, una vera sfida nel mercato globale degli pneumatici, davanti a colossi come Michelin, Firestone, Goodyear. Il progetto non ebbe buon esito. Intanto l’Italia cominciava a perdere colpi. L’incidente aereo, di natura dolosa, in cui trovava la morte Enrico Mattei dell’ENI, segnava la fine di un progetto spregiudicato ma intelligente nel campo dell’industria petrolifera, a tutto vantaggio delle “Sette Sorelle”. L’industria nucleare veniva colpita a morte dallo scandalo Ippolito, una delle pagine più avvilenti della magistratura italiana (sarebbe stata poi sepolta dal referendum antinucleare del 1987). L’Olivetti di Ivrea, all’avanguardia nell’elettronica, cedeva il passo alla IBM e ai colossi americani. A un certo punto la Pirelli dovette sbarazzarsi del suo troppo costoso gioiello architettonico. Lo vendette alla Regione Lombardia, che ne fece la sua sede. Uffici per politicanti e grigi burocrati. Che tristezza! Con l’EMA sarebbero arrivati tanti bei quattrini, ma anche altri burocrati, ugualmente grigi. Forse, tutto sommato, è bene che se ne vadano ad Amsterdam. Meno quattrini, ma anche meno traffico e meno confusione. Ce n’è già abbastanza. E meno sbirri. Quelli che già ci sono potranno essere impiegati per bonificare le periferie, anziché per impedire ai nonni di entrare in Piazza Scala a prendere i nipotini (http://libertino.is/?p=1447). Ma sì, viva i terroni!

Giovanni Tenorio

Giovanni Tenorio

Libertino

Un pensiero riguardo “Viva i terroni

  • 24 novembre 2017 in 6:56 am
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    Anche a Torino c’era un più modesto (ma bellissimo) grattacielo, quello della Lancia, che ha fatto una ingloriosa fine. Venduto dalla Fiat a una società dopo il 2000, gli è stata tolta la gioiosa scritta blu (lancia) che campeggiava sulla cima pechè nessuno voleva più pagare la tassa pubblicitaria. Ora è un anonimo e grigio edificio e nulla più.

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