Un galantuomo come avversario: Stefano Rodotà

Per quanto mi sia trovato più volte a dissentire dal suo pensiero, non sono mai riuscito a provare antipatia per Stefano Rodotà. Intendiamoci bene. per molti aspetti è sempre stato lontano le mille miglia da un anarchico come me. Io anarchico, lui statalista, anche se non è mai stato un politicante nel senso deteriore del termine. Innanzitutto, è stato un grande esperto e studioso di diritto; aveva una cultura di prim’ordine, non soltanto in campo giuridico: un vero umanista, senza ostentazione, però, com’è proprio delle persone di garbo. Era un gentiluomo; e un nobile di antica prosapia come me non può che apprezzare la nobiltà: quella vera, si intende, che ha che fare con le qualità spirituali, non con il sangue blu. Garbato, il nostro Rodotà, anche nelle polemiche più affilate che costellano la sua militanza. Mai una volta che si sia lasciato andare a una risposta incontrollata, anche davanti a interlocutori di pasta plebea. Vi ricordate le sue critiche aguzze a Cossiga? Criticabili fin che si vuole, ma come sempre fondate su argomentazioni razionali. In compenso, ebbe come risposta parole sprezzanti. Cossiga non era un gentiluomo. Negli ultimi tempi del suo mandato, con le sue continue esternazioni, dava l’impressione che il cervello gli stesse dando di volta. Arrivò a dire che voleva regalare a Rodotà un bel costume tirolese,con appigli sul didietro, per poterlo prendere per il sedere. Nessun Presidente della Repubblica aveva mai usato tono così triviali. Per trovare un esempio simile bisognava aspettare il pontificato di papa Francesco (me ne accorgo ora, Francesco come Cossiga), con i suoi pugni a chi parla male della sua mamma, le sue rampogne a chi fa figli come conigli e le sue esternazioni su Gesù Cristo che fa lo scemo… Anche Grillo, un altro buzzurro, bollò Rodotà come un ferrovecchio o qualcosa di simile, dopo che in pubblico gli esponenti del suo partito avevano scandito a gran voce Ro-do tà, Ro-do-tà, indicandolo come candidato degno più d’ogni altro d’essere eletto alla poltrona di Capo dello Stato.

Uno statalista, certo, non un comunista, però,anche se dopo aver militato tra le file dei Radicali- sempre in posizione di indipendenza- fin dai tempi del “Mondo” di Pannunzio, rifiutò la candidatura offertagli da Pannella per accettare le profferte di Berlinguer e , più tardi, di Occhetto . La sua cultura politica derivava direttamente dall’ideologia del Partito d’Azione, quel nobile partito tutto generali e niente soldati, che dopo aver dato il meglio di sé all’epoca della Resistenza e della Costituente, si dissolse come neve al sole, donando i suoi uomini migliori alla Sinistra non comunista, dai repubblicani, ai radicali ai socialisti roiformisti. Fra i suoi autori di riferimento c’erano Kelsen e Weber: non certo marxisti, anche se, specie il primo, non fanno propriamente parte della biblioteca del cuore d’un libertario. Un uomo che venerava la laicità come un credente venera la sua religione, la Costituzione come un cristiano il Vangelo, un ebreo la Bibbia e un musulmano il Corano, i rituali della democrazia come un cattolico la liturgia di Santa Romana Chiesa. Della Costituzione amava oltre misura anche la prima parte, quella che non solo un anarchico come me, ma anche un liberale classico come Piero Ostellino getterebbe volentieri nella spazzatura; e che perfino un Galli della Loggia – tutt’altro che un polemista anti-sistema – ebbe modo di criticare per la sua marcata connotazione in senso “progressista”. Quella connotazione che invece a Rodotà-e a quelli come lui- piaceva; mentre non può che spiacere a chi conserva un minimo di sentimento liberale. Se si accetta una costituzione “progressista”, inevitabilmente si tende a far passare come diritto costituzionale ogni pretesa che appaia degna d’esser tenuta in considerazione. Così potrebbero finire fra i diritti inviolabili il divorzio, l’aborto, la procreazione assistita, la buona morte, il matrimonio fra omosessuali,…i diritti degli animali, come vorrebbe quell’oca giuliva di Vittoria Brambilla (con il consenso d’un Berlusconi in preda a demenza senile galoppante). Ve l’immaginate? Uno che si volesse battere, su posizioni conservatrici, contro leggi ispirate a tali principi finirebbe per essere annoverato come sovversivo, perché ostile al dettato costituzionale! Una costituzione dovrebbe preoccuparsi di tre soli diritti: la vita, la libertà e la proprietà, in linea con il pensiero di Locke, uno dei padri del liberalismo. Fosse per me, ridurrei tutto a un solo articolo: “La libertà personale è inviolabile”. Il diritto alla vita e alla proprietà ne sono la diretta conseguenza. Tutto il resto è semplice corollario.

C’è però una battaglia che Rodotà ha sempre combattuto con coerenza, e mi ha sempre visto al suo fianco: quella contro l’eccesso di poteri concessi alle forze di polizia e alla magistratura inquirente, motivate dalla lotta alla criminalità e dalla repressione del terrorismo. Non so quanti di voi ricordino, all’inizio degli anni Settanta dello scorso secolo, le polemiche contro la famigerata “Legge Reale”, che ampliava pericolosamente la facoltà delle forze di polizia di usare le armi e di ricorrere ad altri mezzi repressivi. Chi si dichiarava contrario era bollato come comunista, perché il PCI di allora si opponeva al provvedimento (salvo cambiare radicalmente idea qualche anno dopo, in piena emergenza terroristica). Invece era una posizione liberale, che i Radicali sostennero sempre con coerenza, e Rodotà non esitò a far propria: come si sarebbe opposto a tutta la normativa successiva in materia di contrasto al terrorismo; per non parlare della legislazione premiale (le leggi sui “pentiti”) che avrà anche consentito di smantellare le centrali del terrorismo brigatista, ma ebbe come amaro effetto collaterale il vergognoso caso Tortora (il galantuomo che i liberali di Zanone abbandonarono al suo destino, e trovò solo nei Radicali di Pannella un sincero sostegno).

Vi pare contraddittorio che uno statalista come Rodotà sia stato così garantista nella difesa della libertà individuale? A me pare invece che sia stato molto coerente:lo statalista accetta il monopolio pubblico della violenza. Se crede, oltre che nei valori della libertà sostanziale, squisitamente socialisti, anche in quelli della libertà formale, tipicamente liberali, non può che esigere una rete di garanzie che proteggano il cittadino da eventuali abusi degli apparati repressivi. Storicamente, almeno in area anglosassone-che del liberalismo è la patria-sono sempre stati i liberali a guardare con sospetto all’aumento dei contingenti di polizia e all’estensione dei loro poteri, nel timore che possano degenerare in atteggiamenti liberticidi. “Chi è pronto a dar via le proprie libertà fondamentali -diceva Benjamin Franklin- per comprarsi briciole di temporanea sicurezza non merita né la libertà né la sicurezza”.
Naturalmente, per la stessa ragione (la legittimità del monopolio pubblico della violenza) Rodotà non poteva vedere di buon occhio la revisione della normativa vigente in tema di legittima difesa. Paradossalmente, difendeva il dettato del codice Rocco, di chiara impronta fascista. Paradossalmente, ma non troppo. Il Fascismo è una forma di statalismo. Non può ammettere che il cittadino si difenda da sé. E’ un compito che solo lo Stato può arrogarsi. Che avrebbe detto Rodotà della mia idea che la legittima difesa in ogni caso si presuma, e siano l’aggressore o i suoi parenti o chi ne abbia in qualche modo interesse a provare che la reazione è stata illegittima? Certo disapproverebbe. Ma io no potrei che riconoscere la sua coerenza e la bontà delle sue argomentazioni, una volta accettati certi principi (che io non accetto).

Per finire, mi piace ricordare un esempio abbastanza recente dell’onestà intellettuale e della signorilità del grande giurista. Durante la campagna referendaria contro la riforma costituzionale Renzi-Boschi, qualcuno, malignamente, fece osservare a Rodotà – da sempre acerrimo nemico di Berlusconi e dei suoi accoliti – che il suo appello per il NO coincideva con la posizione di Brunetta. “Il fatto che Brunetta la pensi come me non può che farmi piacere” fu più o meno la risposta.
La nobiltà ha nel volto dipinta l’onestà. Rendo l’onore delle armi a Stefano Rodotà. Anch’io verso qualche lacrimuccia per la sua scomparsa.

Giovanni Tenorio

Giovanni Tenorio

Libertino