Brutalismo paleolibertario

A proposito della sentenza del TAR che ha bocciato la nomina di personalità straniere alla guida di musei e istituzioni culturali, qualcuno ha detto che il merito, in Italia, non viene tenuto in alcun conto. Qualcun altro, in area libertaria, ha controbattuto che il merito è un’opinione soggettiva; quel che conta è il valore, determinato dal mercato e incorporato nel prezzo: un prezzo che qualcuno è disposto volontariamente a pagare per avere un determinato bene o servizio. Ma visto che i direttori di musei e istituzioni culturali sono pagati con denaro pubblico, cioè sottratto ai cittadini attraverso il sistema del latrocinio fiscale, nessuno in questo caso cede volontariamente una somma in cambio di un servizio desiderato. Ergo, i direttori di musei e istituzioni non hanno nessun valore. Sono solo parassiti, come tutti i dipendenti pubblici.

Il ragionamento è capzioso. Vediamo perché.
Negli anni Trenta dello scorso secolo il Metropolitan Opera House di New York – che viveva, e vive ancor oggi, di finanziamenti privati e incassi al botteghino, con un contributo pubblico risibile – era sull’orlo del fallimento. Si salvò perché i mecenati che lo sostenevano (quelli che i balordi chiamano “sponsor”) posero una condizione ben precisa alla dirigenza del Teatro: grandi interpreti (quelli che i balordi chiamano “star”) e conti in ordine. Detto e fatto. Arrivò, tra le altre stelle, la grande interprete wagneriana Kirsten Flagstad, arrivarono direttori d’orchestra di prima grandezza. La sala registrò una catena di “tutto esaurito”che in breve risollevò le sorti dell’istituzione. Il merito, opinabile perché soggettivo, ma condiviso da dirigenti, finanziatori e pubblico, di quei grandi interpreti si tradusse in valore monetario che da un lato andò a compensare le prestazioni degli artisti, con altissimi onorari, dall’altro ridiede solidità finanziaria al glorioso tempio della lirica. Se al posto dei mecenati privati un ente pubblico avesse fatto lo stesso ragionamento, imponendo a sua volta grandi interpreti e conti in ordine, potremmo dire che Kirsten Flagstad non valeva niente perché pagata con denaro rubato anche a chi di Wagner non importava un fico secco? Il pubblico che andava ad ascoltarla non era forse ben contento di sborsare laute cifre per avere un biglietto? I bagarini non incassavano cifre stratosferiche? In termini economici, nessun valore?

Pare che alcune istituzioni culturali italiane rette da direttori di vaglia – non importa se indigeni o stranieri – in questi ultimi tempi abbiano dato risultati eccellenti. Meglio di tutti, il Museo Egizio di Torino, il secondo nel mondo per importanza dopo quello del Cairo. Il merito (mi si consenta di usare l’esecrata parola, che anch’io in altro articolo sottoposi a critica) va riconosciuto al giovane direttore Christian Greco, studioso egregio, che ha saputo attirare un pubblico numeroso ed entusiasta, ben contento di pagare il biglietto in cambio delle meraviglie che il Museo offre, accompagnate da attività culturali di altissimo livello. Anche Greco, in termini bassamente economici, non vale niente?
Mettiamo che sia un mecenate privato a dover scegliere il direttore del Museo Egizio. Anche lui bandirebbe un concorso, anche lui esaminerebbe il curriculum dei partecipanti, anche lui terrebbe in considerazione i loro contributi scientifici, sulla base dei libri e dei saggi pubblicati. Alla fine sceglierebbe quello che, a suo parere, merita di più. Un parere soggettivo, ma pur sempre fondato su dati di fatto. Saranno poi i risultati a mostrare se la scelta è stata oculata oppure no. Risultati che si tradurranno anche in valore monetario. Anche un mecenate privato, con tutta probabilità, per il Museo Egizio avrebbe scelto Christian Greco (che è italiano, di Vicenza, ma questo non vuol dire niente: è bravo, punto e basta).

E allora? Certo che è una stupidità respingere un candidato solo perché straniero (pare che la colpa non sia tanto del TAR quanto della legge: i giudici non hanno fatto altro che applicarla). Certo che bisogna guardare al merito: chi preferisce andare a puttane, sbronzarsi, farsi di cocaina -tutte attività lecite, o che tali dovrebbero essere, sia be chiaro- piuttosto che vistare il Museo Egizio, non avrà stima alcuna per Christian Greco e considererà l'”Aida” di Verdi, che il giovane studioso adora, una noia mortale. Ma il merito di un aspirante direttore a un Museo Egizio va valutato sulla base -inoppugnabile- della sua precedente carriera, della sua dottrina, dei suoi studi, delle sue pubblicazioni, delle sue capacità organizzative, del suo magistero didattico. Non vogliamo chiamarlo “merito”? Chiamiamolo come vogliamo, ma non cambierebbe d’una virgola nel passaggio da una società statalista a una comunità anarchica. Caduto lo Stato, che attualmente lo paga, Greco dovrebbe rimanere lì dov’è, pagato dal mecenatismo privato. I parassiti che dovrebbero subito far fagotto, perché nessuno li pagherebbe, sono altri.
Hanno ragione i “left libertarian” a dire che certe posizioni paleolibertarie peccano di “brutalismo”. Avete presente certe architetture d’oggi, con cemento armato a vista e nervature strutturali ben in evidenza? Brutte quant’altre mai. Ecco, qualcosa di simile…

Giovanni Tenorio

Giovanni Tenorio

Libertino

Un pensiero riguardo “Brutalismo paleolibertario

  • 7 giugno 2017 in 5:37 am
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    Se un mecenate volesse finanziare un ente lirico italiano in cambio della promessa di allestire Il Ratto dal Serraglio, l’ente rinuncerebbe al finanziamento perché “non si può rappresentare un lavoro politicamente scorretto”.

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