Draghi, bolle e tulipani

Finalmente qualcuno gliele ha cantate schiette. Non ho capito bene che cosa sia andato a fare in Olanda Mario Draghi. A illustrare le sue prodezze ai rappresentanti del popolo dei mulini a vento? Lo hanno invitato loro? Non so, né voglio saperlo. Quel che mi manda i solluchero è vederlo finalmente fatto segno a colpi di fionda ben assestati. Finora ne avevamo sentito soltanto caldi elogi, a parte qualche garbato mugugno dei soliti tedeschi e qualche velata rampogna del collega (sempre tedesco) Jens Weidmann, governatore della Bundesbank. In Italia, poi, è sempre stato considerato un titolo di gloria nazionale averlo come sommo nume della BCE, paladino dell’Euro, salvatore dei bilanci pubblici in bancarotta e di un sistema bancario a pezzi, sostenitore della (fantomatica) ripresa economica sulle ali di un’inflazione tenacemente perseguita. Forse si aspettava anche nei Paesi Bassi piogge di fiori; invece pare che l’unico omaggio floreale recapitatogli sia un bel tulipano artificiale, dotato di lampadina elettrica, forse a memoria della prima grande bolla speculativa della Storia, scoppiata proprio in quei Paesi. Correva l’anno 1636. I bulbi di tulipano erano diventati il maggior prodotto di esportazione, accanto al formaggio, alle aringhe e al gin. Per qualche tempo fu un lucroso investimento, che attirava sempre nuovi adepti, finché arrivò il crollo, che fu disastroso, contagiando non solo l’economia olandese, ma anche quella di altri Paesi.

Leggo che a porgere il malizioso dono sarebbe stato il figlio di Wim Duisenberg, il primo governatore della Banca Centrale Europea, morto nel 2005. Ve lo ricordate? A suo tempo mi faceva un po’ ridere, con quella chioma bianca sempre al vento; ora quasi quasi lo rimpiango (ammesso e non concesso che si possano rimpiangere esponenti del mondo politico e banchieri centrali). Tutto sommato, svolse abbastanza bene il suo lavoro, rimanendo ligio alle direttive su cui si fondava, per statuto, il governo della moneta unica: la quale era stata accettata dai tedeschi, il cui D-Mark. dopo l’unificazione, faceva paura a tutti, su sollecitazione della Francia; ma a patto che fosse strutturata secondo i criteri della Bundesbank. Questo spiega perché non dispiacque a un economista libertario della Scuola Austriaca come Jesus Huerta de Soto, che vedeva in una moneta unica rigorosamente controllata un sia pur imperfetto e perfettibile succedaneo del vecchio gold standard. Niente di simile, per la BCE, allo statuto della FED statunitense, cui è riconosciuto per legge anche il compito di intervenire a supporto dell’economia e della piena occupazione, attraverso manovre espansive. La BCE avrebbe dovuto soltanto garantire la stabilità della moneta, lasciando alle politiche dei singoli Stati la responsabilità dei provvedimenti economici di loro competenza. Purtroppo l’Euro nasceva con un grave difetto: era la moneta di una federazione inesistente: nessun governo centrale, nessun bilancio comune, nessuna politica fiscale unitaria, nessuna politica del lavoro uniforme. Si sono visti spesso Stati con circolazione di più monete; non s’è mai vista una moneta comune a più Stati, che almeno sia durata più d’una breve stagione. Inoltre fu concesso di entrare a far parte dell’Eurozona anche a Paesi che non ne avevano i requisiti, a causa, soprattutto, di un debito pubblico esorbitante. E’ il caso, ad esempio, dell’Italia, che fu fatta entrare grazie a un pasticciaccio concordato con il governo Prodi: un bel salasso fiscale (che poi si finse di restituire) per rimettere momentaneamente in ordine i conti, con la speranza che poi ci si mettesse in riga, riducendo deficit e debito (s’è visto com’è andata). Quando, finito il mandato di Duisenberg e poi del suo successore Jean Claude Trichet, che ne aveva mantenuto la linea, arrivò sull’alto seggio Mario Draghi, fu salutato da tutti con cordiali felicitazioni. Ben presto si ebbe la crisi del governo Berlusconi, con il debito pubblico in pericolo di bancarotta per il vertiginoso crescere del cosiddetto spread, una parolaccia che sta ad indicare il differenziale di rendimento dei titoli di debito pubblico rispetto a quelli tedeschi, che fanno da parametro. Fu chiamato a salvare la patria il lugubre bocconiano Mario Monti, che però con le sue stangate impositive non avrebbe cavato un ragno dal buco se non gli fosse venuto in soccorso l’altro Mario, il Draghino insediato alla BCE, con la sua politica di moneta facile che, agendo sui rendimenti, ne deprimeva il valore, dando sollievo al gravame del debito pubblico. Da quel momento, contraddicendo il proprio statuto pur nel rispetto formale delle direttive, la BCE di fatto si comportava come la FED, assumendosi il compito di salvare gli Stati dalla bancarotta e di stimolare l’economia dell’area europea, in difficoltà dal tempo del tracollo delle banche statunitensi per la crisi dei prodotti finanziari derivati. Con un espediente precipuo: l’inflazione. Inondare di moneta il sistema bancario per favorire i prestiti alle imprese e far ripartire il sistema produttivo. L’inflazione, però, intesa impropriamente come aumento generalizzato dei prezzi, ha stentato a manifestarsi; mentre ad approfittare della moneta facile sono state le banche (che hanno acquistato a man bassa titoli di debito pubblico) e la speculazione finanziaria.

Il pericolo di una prossima bolla non è quindi l’incubo di menti malate, ma un timore razionale. Quando Draghi ha sostenuto che la ripresa è in atto, ma è ancora debole, perché l’inflazione rimane bassa, e quindi non è il caso di porre fine alla politica monetaria espansiva, giustamente i parlamentari olandesi gli hanno dato la baia. Stampando moneta non si ottiene niente? Continuiamo a stampare, stampiamone di più! Come i medici dell’Ottocento, che quando i malati, dopo i salassi, non si riprendevano, li salassavano ancor di più, portandoli alla morte. E smettiamola con questa inflazione matrice di sviluppo! Nell’Italia del cosiddetto “boom economico” l’anno 1959 si ebbe un considerevole aumento del PIL in presenza addirittura di un calo dei prezzi! Stando alla vulgata keynesiana si sarebbe dovuta avere una contrazione dei consumi e degli investimenti; invece due anni dopo, nel 1961 il PIL arrivò a superare l’8%! Il 30 ottobre di quell’anno moriva Luigi Einaudi, che dello sviluppo economico del dopoguerra era stato uno degli artefici. Parafrasando Flaiano, si potrebbe dire: cominciava la repubblica dei padreterni keynesiani (pronubo La Malfa padre). Lentamente, ci si avviò allo sconquasso.

Tra le altre fanfaluche, Draghi ha detto che la sua politica monetaria avrebbe prodotto 4,5 milioni di posti di lavoro. Questa è proprio grossa. Come ha fatto i calcoli? Ce li mostri! Purché non tiri fuori uno dei soliti algoritmi con cui gli economisti d’oggi si dilettano di confondere le menti degli allocchi. Le quattro operazioni, per favore, e nulla di più! Sono numeri sparati a caso, come quelli dei tecnici che, ogni, anno, pretendono di quantificare con cifre precise, fino all’ultimo decimale, il risparmio energetico dovuto all’ora legale. Ma chi volete prendere in giro?
A chi gli obietta che il calo artificioso dei tassi d’interesse ha danneggiato i fondi pensione, deprimendone i rendimenti, Draghi ha risposto che una recessione li avrebbe danneggiati di più. Tutto da dimostrare! Di fatto, la politica della BCE li ha danneggiati, Quanto alla recessione, nessuno può sapere come sarebbero andate le cose con una politica monetaria più”tedesca”. Nessuno può tornare indietro e rifare la Storia in modo diverso da come è andata. Le argomentazioni di Draghi sono argomentazioni del piffero. Come quella di un ubriacone che rispondesse a chi lo rimprovera: “Sì, mi sono ubriacato, ma se non l’avessi fatto sarei morto di sete”.

Ultima perla: pensare che l’Italia possa uscire dall’Eurozona è un’ipotesi irrealistica. A domande del genere, il Nostro non vuol neanche rispondere. Ricordo che una mia cara amica salisburghese, cui sono particolarmente affezionato perché concittadina di uno dei miei papà, pochi mesi prima dell’unificazione tedesca mi riferì l’opinione di alcuni suoi illustri conoscenti, esperti di politica internazionale, secondo cui le due Germanie si sarebbero, forse, riunite, ma dopo parecchi lustri. Pensare che l’evento fosse imminente era da ingenui. Ecco che fine fanno le ipotesi realistiche.
Nonostante tutto, dovremmo pregare che Draghi, alla scadenza del suo mandato, venga riconfermato (ipotesi, questa sì,irrealistica). Vi ricordate la storia di quella vecchietta che pregava gli dèi di conservare a lungo in vita Dionigi di Siracusa? “Perché?” le chiese il tiranno, che sapeva d’essere odiato. “Perché tu sei peggiore di quello di prima, e temo che dopo di te ne arrivi un altro ancora peggiore”.

Giovanni Tenorio

Giovanni Tenorio

Libertino

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