Paradossi della democrazia liberale

Mi rendo conto di essere un privilegiato, e non me ne vergogno. Privilegiato in che senso? Perché sono un aristocratico, e nelle mie vene scorre sangue blu per antico lignaggio? No! Perché, come tutti i grandi personaggi partoriti dalla fantasia di un Genio io sono immortale, e non invecchio mai! Compiango gli uomini (e le donne!) di grande ingegno che invecchiano. Tutti, con poche eccezioni, perdono colpi. Non mi verrete a dire che “Destra e sinistra”, una delle ultime opere di Norberto Bobbio, è una gran cosa. E “Cattiva maestra televisione” di Karl Popper, in cui si arriva addirittura a suggerire la censura a salvaguardia dei più deboli contro gli effetti nefasti del piccolo schermo? Un liberale favorevole alla censura? Inaudito!

In questi giorni abbiamo ricevuto la triste notizia della morte di Giovanni Sartori. Ne provo, sinceramente, un vivo dispiacere, perché Sartori – d’accordo col suo pensiero – ha scritto opere fondamentali, dalle quali non si può prescindere, magari per confutarle. E come scriveva bene! Pochi gli stavano a paro, uno fra questi Indro Montanelli. Però, però, negli ultimi anni era diventato un monomaniaco, un po’come tutti i vecchi, che quando si fissano su qualche cosa, continuano a pararne, fino allo sfinimento dei malcapitati ascoltatori. Ricordate Carlo Cassola? Scrittore di prim’ordine, a dispetto degli ingenerosi sberleffi degli indigesti avanguardisti di “Gruppo 63”; ma anche lui, negli ultimi anni della sua vita si impuntò sull’idea del disarmo unilaterale (un tema rispettabilissimo su cui potremo tornare), e parlava soltanto di quello. Sartori invece si incaponì sui problemi ecologici e demografici, abbracciando anche la teoria del riscaldamento globale di origine antropica. Per almeno cinque anni, e forse più, nel mese di agosto sul “Corriere della sera” compariva un suo editoriale apocalittico, dove se la prendeva con chi fa figli come conigli, per dirla con il papa regnante, con i dissesti provocati dall’industrialismo selvaggio e infine con il cosiddetto “global warming” dovuto all’anidride carbonica diffusa nell’atmosfera dalle attività umane. Contro chi si permetteva di dissentire, rispondeva con l’insulto. Non esitò a dare del cretino a chi leggeva con diletto, condividendone magari solo in parte le tesi, il romanzo di successo “Stato di paura” di Michael Crichton. Un atteggiamento che di certo non faceva onore a chi, giustamente, si era sempre battuto per le argomentazioni razionali e la pacatezza nei dibattiti. Chi dà del cretino, senza altre spiegazioni, corre il rischio di sentirsi rispondere: “Il cretino sarai tu”. Ecco quel che risponde Franco Battaglia, che è uno scienziato, alle prese di posizioni dogmatiche di papa Bergoglio nell’enciclica “Laudato si'”: “Quella del riscaldamento globale è la più grande menzogna del secolo scorso”. Seguono fior di argomentazioni, che non è qui il caso di riportare (*). Vien voglia di dire, come in quella vecchia canzone di Enzo Jannacci: “Ah, saria mì el pistola? El pistola te set tì!” (dove pistola è uno dei tanti corrispettivi meneghini di cretino).
Ma è inutile infierire. Se dovessimo giudicare i Grandi che hanno la fortuna di vivere a lungo dalle ultime loro opere, si salverebbero in pochi (che tristezza gli ultimi film di Chaplin! E anche l’ultimo Hitchock delude). Mi capitò di leggere, parecchi anni fa, che in base a un’analisi condotta secondo i principi della “teoria delle catastrofi” gli ultimi capolavori del mio papà Mozart rivelerebbero già i segni di un imminente declino. La ritengo un’enorme bufala, per non dire di peggio, ma se fosse vera (e vera non è, parola di figlio devoto!), ci sarebbe da ringraziare Iddio che il paparino, sia morto così giovane, come tutti coloro che sono cari al cielo. Dicono anche che dopo i quarant’anni nessun matematico, per quanto geniale, ha mai scoperto niente di nuovo: le grandi scoperte della Scienza più vicina alla mente di Dio sono sempre state frutto di menti giovani. Torniamo dunque al Sartori che rimarrà, quello che, nel pieno del suo vigore intellettuale, ha scritto pagine mirabili sul concetto di “democrazia”, mettendo in evidenza come questo termine tanto abusato abbisogni di specificazioni:un conto sono le democrazie popolari e un conto le democrazie liberali, un conto è la democrazia diretta e un conto quella rappresentativa. Sartori opta per la democrazia liberale, che ha celebrato con successo il connubio fra eguaglianza e libertà, e mette in evidenza anche come la cosiddetta “volontà del popolo” risponda a un criterio di legittimazione governativa e decisionale razionalmente costruito, senza alcuna implicazione metafisica. Tutto bene, anche perché non si sottacciono le più recenti degenerazioni del sistema, dovute in gran parte all’abnorme crescita della burocrazia e della spesa pubblica-spesso incontrollata- indotta dall’assistenzialismo generalizzato, il cosiddetto welfare State introdotto da Beveridge e perfezionato dai governi socialdemocratici.

Però, però… Sartori si guarda bene dal ritenere che il principio di maggioranza, cardine della democrazia, sia un semplice espediente pratico per rendere il più possibile indolori le decisioni collettive sulle quali non si è quasi mai in grado di raggiungere l’unanimità (meglio contarsi, per dirla in modo grosso, che prendersi a pugni). Sarebbe troppo riduttivo, dice, snaturerebbe il carattere della democrazia come manifestazione della volontà popolare. Ecco che allora il mito metafisico, scacciato dalla porta, rientra dalla finestra. Se tutto quello che il popolo esprime è intoccabile, in quanto atto sovrano di volontà, le conseguenze possono essere raccapriccianti. E’ vero che i principi liberali, spesso solennemente sanciti dalle costituzioni, pongono limiti anche rigorosi alla tirannia delle maggioranze, ma rimane vero che, grazie a procedure più o meno complesse fondate su maggioranze più o meno qualificate, quei paletti possono saltare. Hitler e Mussolini insegnano; e anche le vicende delle cosiddette “primavere arabe” sono eloquenti. Dove il fondamentalismo è radicato, si esprime come volontà popolare attraverso le urne.
Ecco perché, in una delle sue ultime interviste, Sartori sbaglia a dire che l’immigrazione islamica è difficilmente integrabile in quanto ideologicamente avversa al principio della sovranità popolare. E’ proprio tutt’al contrario! E’ avversa, semmai, ai principi della libertà individuale, che implica anche la libertà di professare qualsiasi credo religioso, senza pretendere di imporlo agli altri. Se gli immigrati islamici, mantenendo fede ai propri principi, ottenessero la cittadinanza nei Paesi liberaldemocratici e riuscissero a ottenere la maggioranza per un loro partito fondamentalista, dimostrerebbero di aver accettato in pieno il principio della sovranità popolare: che nella mitologia accettata da Sartori e da tutti i politologi che sono in sintonia col suo pensiero coincide con la maggioranza numerica, comunque raggiunta. Si abbia il coraggio di dire, allora, che per difendere la libertà individuale bisogna spazzar via il tabù democratico.
Altrimenti, amici miei, si finisce nel paradosso. Sapete che ha detto di recente un altro gran vecchio che ,a quanto pare, sta perdendo anche lui qualche colpo? Parlo di Antonio Martino, una persona intelligente, colta, arguta, che mi è sempre stata simpatica di là dalle idee professate, troppo poco anarchiche per i miei gusti. Ha detto che si compiace della vittoria di Trump, perché è un trionfo della democrazia. A parte il fatto che, se il sistema elettorale degli USA fosse diversamente congegnato, Trump sarebbe stato sconfitto, in quanto la maggioranza effettiva dei votanti era per la Clinton, l’elezione di Trump dimostra ancora una volta che la democrazia può essere pericolosa; e la sua vittoria, vera o presunta, si risolve talora in una vittoria dell’illibertà. Liberali, svegliatevi!!! Fa specie che un Martino esulti per un protezionista che costruisce muri contro l’immigrazione e pretende di negare accoglienza in base ai Paesi di provenienza. Capovolgendo un famoso detto di Bastiat, dove non passano le merci (e aggiungerei: le idee e gli esseri umani) prima o poi passano i cannoni. Si comincia con le guerre commerciali e si finisce con le bombe. Trump, che durante la campagna elettorale recitava la parte dell’isolazionista, sta già mostrando i muscoli. Mi vengono i brividi…

A questi difensori liberali della sovranità popolare preferisco un marxista intelligente come Luciano Canfora. Il quale sceglie l’ altra democrazia, quella che etimologicamente implicherebbe la piena eguaglianza, anche economica; e, sulle orme della definizione aristotelica, sarebbe legittima anche qualora i nullatenenti fossero minoranza. Canfora nega che la democrazia del tempo di Pericle sia stata di questo tipo, assimilandola piuttosto alle liberaldemocrazie d’oggi (fatte, com’è ovvio, le debite differenze, che sono molteplici e profonde). Ammette che una tale democrazia non s’è mai data, neppure nei sistemi del comunismo storicamente attuato. Ma in un futuro, non si sa quanto lontano, potrebbe finalmente costituirsi.
Sia ben chiaro: io spero che quel futuro non arrivi mai. Cesserei di essere un immortale. Per tipi come me sarebbe la morte civile…

(*) Chi volesse leggere l’intera disquisizione, veda FRANCO BATTAGLIA, L’ecologia che inquina l’economia – Contro il fondamentalismo ambientalista, Milano 2016 pagg.31-36

Giovanni Tenorio

Giovanni Tenorio

Libertino

2 pensieri riguardo “Paradossi della democrazia liberale

  • 27 aprile 2017 in 6:07 am
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    Quando lessi quella frase di Popper sull’assegnare la patente a chi possedeva televisioni, rimasi molto male. Ho cercato di darmi una spiegazione. Un sacerdote, anche lui potenziale imbonitore di masse, deve laurearsi in teologia ed essere riconosciuto pastore dalla sua organizzazione. Ma è appunto la sua, non quella degli altri. Se uno si improvvisa predicatore può non essere riconosciuto tale dall’organizzazione di cui sopra ma nessuno può impedirgli di predicare in pubblico. Al massimo si può diffidarlo di parlare a nome di un gruppo che non lo riconosce “abilitato all’esercizio della professione”. Ma l’imprenditore radiotelevisivo è come un editore. Ci mancherebbe pure l’ordine professionale degli editori, addio libertà di parola. La frase era alla fine di un libro – intervista di Dario Antiseri, quest’ultimo cattoliberale incompiuto in quanto sostenitore della tesi che considera illiberale il libertarismo. Ho pensato a una forzatura nella traduzione, a un battuta finale sulla scarsa qualità editoriale di molti prodotti. Non era un pensiero sviluppato in materia ma rimane comunque contraddittorio su tutto quanto scritto precedentemente dal pensatore austriaco. Credo che dopo quell’intervista non abbia scritto né pubblicamente pronunciato altro. D’Alema divenne improvvisamente popperiano attaccandosi a quella frase, come se il suo progetto politico ultradirigista fosse una sorta di società aperta! Forse, approfondendo il concetto, Popper avrebbe ripensato la frase e corretto il tiro. Non c’è stato tempo. Non conosco i sostenitori del presunto declino di Mozart nelle sue ultime opere. Qualche ultima battuta del Requiem opera 626? Discutibile, comunque scritto con la febbre ed incompiuto. Il Flauto Magico non “declina” niente, forse non piace all’astrisfiammata Rosy Bindi perché Schikaneder rifiuta di fornire gli elenchi degli iscritti alla loggia di Sarastro. Mi permetto di dissentire un po’ sulle ultime pellicole chapliniane. In teatro mi ritrovo più esigente, evidentemente nel cinema sono più di bocca buona. Mi sono piaciuti anche “Un Re a New York” e “La contessa di Hong Kong”. Anche se ritengo che le frasi pronunciate da Marlon Brando ambasciatore, rivolte (in vestaglia!) ai giornalisti, avrebbero meritato un maggior rigore in sede di sceneggiatura.

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  • Giovanni Tenorio
    27 aprile 2017 in 3:31 pm
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    D’accordo su “Un re a New York”, un po’ meno sulla “Contessa di Hong Kong”, che, pur vantando grandi interpreti, mi pare un’opera sostanzialmente mancata: ma posso sbagliare. Credo che il grande Chaplin sia quello del cinema muto. Il parlato distrugge inevitabilmente la maschera di Charlot, che si esprime compiutamente, senza bisogno d’altro, col gesto e con la mimica facciale. Infatti una volta introdotta la colonna sonora, Charlot muore. Ma forse sarebbe meglio dire: una volta introdotto il dialogo. “Tempi moderni” ha una colonna sonora, ma non i dialoghi. E’ l’ultimo film di Chaplin in cui è presente la figura di Charlot. L’ebreo del “Grande dittatore” è già un altro personaggio. Tra i film dialogati di Chaplin, senza dimenticare lo struggente “Luci della ribalta”, darei la palma a “Monsieur Verdoux”. Raccapricciante, ma vero, quello che dice il protagonista alla fine:” Guerre, conflitti, tutti affari. Un omicidio è delinquenza, un milione è eroismo. Il numero legalizza”. Quante strade e piazze dedicate a omicidi-eroi!

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