Guerra di manifesti

Guerra di manifesti: da una parte, affissioni con l’immagine di un Francesco dal volto truce, sovrastante a una scritta in romanesco in cui ci si chiede “addo’sta la misericordia” di chi ha decapitato l’Ordine di Malta e i Francescani dell’Immacolata, nonché ignorato i cardinali. Grande scandalo dei bigottoni. Raccapriccio degli atei devoti. Malcelato compiacimento, anche nelle alte sfere curiali, di quelli che proprio non sopportano il papa venuto dalla Pampa. Ha ragione chi esulta per il ritorno -era ora!- di Pasquino e di Marforio. A Roma i potenti sono sempre stati bersaglio della satira popolare, e anche i papi hanno fornito ghiotte occasioni di dileggio alle lingue mordaci, non ultimo Alessandro VI Borgia. Sento già le obiezioni di qualche spirito pio:”Alessandro VI era un’anima nera, non si può neppur lontanamente paragonare a un alter Christus come il papa che porta il nome del Poverello d’Assisi”. Sarà. Alessandro VI era un puttaniere e un delinquente, nessuno più di me lo crede, però mi risulta che anche lui sia stato scelto per suggerimento dello Spirito Santo, forse addirittura con una votazione formalmente più corretta di quella che ha eletto il papa argentino: o in quel momento la Terza Persona era un po’ distratta? Fu lui a mandar sul rogo Girolamo Savonarola. Non lo giustifico, anzi lo aborro, ma lasciatemi dire che Savonarola, con il suo pauperismo e i suoi falò delle vanità – un Calvino ante litteram che voleva istituire il Paradiso in terra – mi è più antipatico di Alessandro VI, e in un certo senso la morte sul rogo se l’è cercata. Pace all’anima sua. Se lo tenga, il suo Paradiso. In ogni caso, sapete che vi dico?. Se dietro gli sberleffi dei manifesti romani c’è una sorda lotta fra clero progressista e clero reazionario, Cosa Loro. Non me ne può fregà de meno. L’ho detto e lo ripeto: Cristo – che non volle mai né roghi, né falò delle vanità, né mai giustificò i pugni sferrati a chi parla male della mamma altrui, né mai si sognò di dire che l’imposizione fiscale è una forma di carità– risorgerà quando la Chiesa petrina sarà finita nell’abisso. Al baratro si sta avvicinando, a grandi passi. Un papa che non sa il latino n’è un tristo segnale.
Dall’altra parte, affissioni (credo, a norma di legge) del “Südtiroler Heimatbund” in cui si proclama, a caratteri cubitali, che il Sudtirolo non è Italia. Sul piano storico, hanno perfettamente ragione. Il Sudtirolo era parte integrante dell’Austria, non aveva nulla che fare col Lombardo Veneto. Di qua e di là dal Brennero si parlava (e si parla) la medesima lingua. Gli odierni italofoni sono in gran numero figli di migranti da altre terre del Bel Paese. La toponomastica sudtirolese è stata italianizzata al tempo del Fascismo ad opera di Ettore Tolomei. Lo stesso nome “Alto Adige” è stato inventato di sana pianta, e grottescamente tedeschizzato in “Hohe Etch”, un toponimo che non è mai esistito (qualcosa di simile alla “Padania” e all'”Insubria”) e che i nativi tedescofoni si sono sempre guardati – ben a ragione- dall’adottare. Per raccattare qualche voto in più nel referendum da cui sarebbe uscito con le ossa rotte Renzi promise alle autorità della Provincia Autonoma di Bolzano di abrogare il bilinguismo toponomastico. Non gli è servito a nulla; in compenso ha sollevato un bel vespaio. Probabilmente il bilinguismo resterà, con grande gioia di chi ama la bandiera dai tre colori, ch’è sempre stata la più bella.
Sul piano giuridico, i sudtirolesi hanno torto. Piaccia o non piaccia, il territorio dove sono nati e vivono fa parte della Repubblica Italiana: quindi anche loro sono italiani: come sono italiani i veneti indipendentisti, pur non volendo esser tali, o i napoletani filoborbonici che vorrebbero tornare ai fasti di Franceschiello. Se un giorno potranno fare la secessione e unirsi all’Austria diventeranno giuridicamente austriaci, così come i veneti diventeranno serenissimi, i padani padanissimi e i napoletani terronissimi (absit iniuria verbo: amo Napoli, vado matto per la sua parlata, e in quanto iberico sono terrone anch’io). Per ora non è così. Cosa Loro. Mir ist es Scheißegal.
Due piccoli appunti. Primo. Ammesso e non concesso che il governo italico conceda al Sudtirolo di separarsi, ho fieri dubbi che il governo austriaco sia felice di accogliere fra le sue braccia i fratelli transalpini. Va bene Andreas Hofer, l’eroe della lotta antinapoleonica, fedele alla Casa d’Asburgo, va bene la comunanza di lingua, d’altare, di memorie di sangue e di cor, ma chi rimpiazza il bel fiume di denaro che annualmente dall’aborrita Roma sale nelle valli sudtirolesi, a carico di tutti gli italici, terroni compresi? Chi glielo va a dire agli austriaci degli altri Länder che devono aprire il borsellino per sostenere l’agricoltura montana del “maso chiuso” (chiedo scusa: geschlossener Hof), altrimenti destinata al tracollo? Temo che i sudtirolesi dovranno accontentarsi di formare un loro staterello, una Svizzerina piccolina piccolina. Tanti auguri.
Secondo. I responsabili del “Südtiroler Heimatbund” deplorano -giustamente- che i loro manifesti siano stati imbrattati di vernice nera: cosicché, cancellato il NON, la scritta si legge IL SUDTIROLO E’ ITALIA. Chi l’ha fatto merita ogni riprovazione. E’ un atto di violenza, esercitata non sulle persone, per fortuna, ma sulle cose. Sono il primo ad augurarmi che, se acciuffati, i colpevoli vengano puniti a dovere. Però, però… Immagino che tra gli eroi dell’immaginario collettivo sudtirolese, di cui l’Heitmatbund vuol essere emblema, ci sia non solo il fiero Andreas Hofer, finito -poveretto- sulla forche napoleoniche a Mantova, ma anche Herr Georg Klotz, il “martellatore della Val Passiria”, esponente di spicco dell’organizzazione terroristica “Befreiungsaufsschuss Südtirol, il quale non si macchiò di omicidi, ma fece saltare in aria con la dinamite un bel po’ di tralicci dell’alta tensione, negli ormai lontani anni Sessanta dello scorso secolo. Violenza per violenza -sia pur contro le cose, e non contro le persone- credo sia più grave far saltare un traliccio che imbrattare un manifesto.
Per il resto, che l’Italia si tenga stretta il Sudtirolo, o che prima o poi i suoi governanti consentano alla secessione, sapete che vi dico? Cosa Loro. Non me ne frega un cazzo.

PS. A scanso di equivoci, come amo i napoletani così amo gli austriaci.Il mio papà Mozart era austriaco. E anche lui amava Napoli. Avete presente “Così fan tutte?” Si svolge a Napoli, e comincia con un ritmo di tarantella: La mia Dorabella capace non è/fedel quanto bella il cielo la fè… In questo avvilente rigurgito di nazionalismi, fra tante acclamazioni ai muri di Trump, io grido a squarciagola: viva il cosmopolitismo settecentesco, l’epoca in cui il mio papà Mozart veniva accolto a Milano non come un crucco, ma come un fratello. A riproporre le sue Opere nella città meneghina, dove non erano molto amate, portandole al trionfo, ha provveduto un altro terrone DOC: Riccardo Muti (pare che gli orchestrali della Scala sussurrassero:”Proprio a noi doveva toccare un napoletano che ha voglia di lavorare…”). Se i napoletani non esistessero, dovremmo inventarli.

Giovanni Tenorio

Giovanni Tenorio

Libertino