Maledetti economisti

Quanti più articoli di economia leggo  (pur avendo giurato mille volte di non leggerne più, ci ricado sempre)  tanto meno capisco che cosa si voglia dire e dove si voglia arrivare. Ho l’impressione che gli economisti plurilaureati e plurisuperaddottorati, provino gusto a prenderci in giro. Si gingillano con i dati statistici, quelli dell’ISTAT, ad esempio, e ne ricavano strane elucubrazioni, giocando sui decimi e sui centesimi, e dicendo prima una cosa e subito dopo l’altra. Non si capisce bene, ad esempio, se siamo in deflazione, in inflazione o in regime di prezzi stabili. La deflazione è un male oggi, l’inflazione è un male domani, se il previsto aumento dei prezzi inciderà negativamente sui consumi. In somma, che cosa è bene e che cosa è male? Ieri si diceva ch’era un male la deflazione, perché indurrebbe a procrastinare gli acquisti, in attesa che i prezzi scendano ancor di più. Sciocchezza estrema, per due motivi. Primo, perché il consumatore non s’è mai accorto di prezzi che scendono, almeno per quanto riguarda i prodotti di largo consumo. Al massimo, ha avuto l’impressione d’una certa stabilità, il che non induce certo a rimandare gli acquisti (tra l’altro, chi ci assicura che i prezzi continuino a calare? Potrebbero ricominciare a crescere). Secondo, perché anche un idiota capisce che, se l’inflazione può andare potenzialmente all’infinito ( si pensi alla Germania al tempo della Repubblica di Weimar), la deflazione a un certo punto deve inevitabilmente fermarsi. I prezzi non arriveranno mai a zero, nessuno può vendere sottocosto o regalare. Possono andare sottozero gli interessi bancari, grazie alle manipolazioni dei banchieri centrali, ma questo è un altro discorso.

Qualche bello spirito esulta perché il rincaro delle materie prime, petrolio in testa, fa aumentare l’inflazione. Confonde cause ed effetti. E’ vero che l’inflazione può essere segno di ripresa, ma non è detto che ogni aumento dei prezzi vada letto in questo senso. In somma, se c’è ripresa c’è aumento dei prezzi, se c’è aumento dei prezzi non è detto che sia dovuto alla ripresa. Bisogna essere superdottori per capirlo? Eppure i banchieri centrali non lo capiscono: quando c’è stagnazione stampano denaro per produrre inflazione, poi rimangono di stucco quando vedono che i prezzi non salgono e l’economia non riprende. E’ l’economia che riprende a produrre inflazione, non l’inflazione a produrre la ripresa. Il fallimento delle cosiddette Abenomics in Giappone, che hanno avuto come sommi sacerdoti il primo ministro Shinzo Abe e il banchiere centrale Haruhiko Kuroda, ne è la dimostrazione. Altra prova  fallimentare è la politica monetaria di Draghi in Europa, giustamente avversata dal tedesco Jens Weidmann, presidente della Bundesbank. A che cosa è servita l’immissione mensile di moneta nel sistema, attraverso l’acquisto di titoli di debito pubblico sul mercato secondario? Non certo a favorire la ripresa, che dove c’è stata (vedi Germania) ha preso avvio da comportamenti virtuosi interni (riforme del lavoro, spesa pubblica oculata, controllo del debito, miglioramento della produttività, competitività sul mercato globale), ma soltanto a impedire un tracollo dell’Italia, mantenendo bassi i tassi d’interesse e contenendo il cosiddetto spread, per evitare  l’esplosione del debito. Senza Draghi anche Monti avrebbe fatto Kaputt.
Visto che esultare per l’aumento dei prezzi delle materie prime è da somari, qualcuno ha pensato bene di calcolare la dinamica dei prezzi escludendo materie prime e fonti energetiche (che ripresa può esserci se queste aumentano? Aumentano anche i costi di produzione delle imprese, e diminuisce la competitività). E il risultato qual è? Che, sia pur di poco, i prezzi risultano in aumento. Ma allora il teorema della deflazione crolla. C’è sempre il cretinetti che dice: “D’ accordo, un po’ di inflazione c’è, ma è troppo poca. Dobbiamo raggiungere il 2% annuo, e allora sì che cominceremo a star bene”. Non ho mai capito perché il 2% e non il 3, o il quattro, o il 5 , o il 20, come ai bei tempi in cui Guido Carli diceva di dover stampare denaro per motivi patriottici; e per strada campeggiavano manifesti con su scritto: “Difendi la tua spesa, telefona al Governo”( peggio dell’ Edictum Diocletiani de pretiis rerum venalium: che almeno aveva come scusante il fatto che, a quei tempi, l’economia come scienza non era ancora nata. Oggi è nata da qualche secolo, ma è cresciuta sbilenca, ammesso e non concesso che scienza sia).
Quel che mi fa più ridere è il dibattito sull’Euro e sulla sua possibile implosione. A suo tempo salutata come la panacea di tutti i mali, la moneta europea è in crisi nera. Di chi è la colpa? Di quei cattivoni di tedeschi, naturalmente. Se ne leggono delle belle. La conversione in Euro delle monete nazionali sarebbe stata calcolata in modo tale da favorire la Germania e danneggiare Paesi come l’Italia, minandone la competitività. Infatti, introdotto l’Euro, nel giro di pochi mesi i prezzi in Italia hanno avuto un balzo formidabile. Allora si parlò di inflazione percepita, non reale, come se la massaia che va a far la spesa e vede svuotarsi il borsellino in un battibaleno avesse le traveggole. Oggi nessuno più ripete una tale fanfaluca:l’aumento c’è stato. Però continuo a non vedere il nesso tra tasso di conversione e successivo aumento dei prezzi. Nessuno poteva a priori macchinare un tasso di conversione che favorisse i tedeschi a scapito di altri: un confronto del rapporto fra prezzi tedeschi e prezzi italici attuali con il medesimo rapporto una volta applicati i relativi tassi  futuri di conversione avrebbe svelato l’inganno. Se in Italia, entrato in vigore l’Euro e convertiti i prezzi al tasso stabilito, dopo qualche tempo s’è avuto un aumento, la causa dev’essere un’altra. Probabilmente una gran quantità di denaro liquido era rimasta quiescente in attesa di vedere quel che sarebbe successo col nuovo regime monetario. Quando tale massa fu rimessa in circolazione, i prezzi inevitabilmente aumentarono. I tedeschi c’entrano come i cavoli a merenda. Tanto più che anche loro per qualche tempo si trovarono in difficoltà. Va dato atto al governo Schroeder di aver introdotto riforme impopolari, ma alla lunga vincenti. Ha perso le elezioni ma salvato il suo Paese, senza rapinare i conti correnti dei sudditi, come fece a suo tempo Amato per salvare -così si dice- l’Italia dalla bancarotta. Non dimentichiamo poi, che i tedeschi, più che volere l’Euro, lo dovettero subire, soprattutto per volontà della Francia, come contropartita per il beneplacito alla riunificazione delle due Germanie. Una Germania unita faceva paura, prima di tutto sotto l’aspetto economico, che si sarebbe potuto tramutare in supremazia politica: poteva essere tollerata solo a patto che rinunciasse alla propria moneta nazionale. Era una sorvegliata speciale, non poteva dettar legge, anche se si continua a ripetere dire che fu lei a pretendere un rigore monetario tutto teutonico (neoliberista, dicono i coglioni).
L’Euro probabilmente finirà male, ma il ritorno alle monete nazionali sarà una iattura. Altro che riconquista della sovranità monetaria, come dicono i Grilli e i Salvini. Quando mai i popoli hanno avuto sovranità sulla moneta? Ai tempi dei Romani erano gli imperatori a controllarla: per pagare i debiti tosavano i nummi o li ritiravano per emetterne di nuovi a più basso contenuto di metallo prezioso. Oggi le banche centrali sono più spicce: stampano carta. Anzi, con l’elettronica non c’è neanche più bisogno di stampare: basta introdurre in memoria nuovi numeri, e il gioco è fatto. La BCE ha avuto almeno il merito di tener bassi i tassi d’interesse, impedendo l’esplosione dei debiti pubblici. Il ritorno alle monete nazionali farebbe ripartire un’inflazione rovinosa, grazie alle cosiddette svalutazioni competitive; i tassi d’interesse andrebbero alle stelle e il debito esploderebbe.
L’Euro è nato male ed è stato applicato peggio. Prima bisognava pretendere  che i candidati diventassero virtuosi, e solo dopo promuoverli. Invece sono stati subito promossi con riserva, dietro promessa che avrebbero messo, dopo, la testa a posto. Così non è stato, almeno per il Bel Paese. Grazie ai tassi d’interesse bassi, che consentivano di tenere a bada il debito, non s’è fatto nulla per cambiare strutturalmente il sistema, tagliando drasticamente la spesa,abbattendo il debito e alleggerendo la pressione fiscale.
Troppo comodo, ora dare la colpa ai tedeschi, e pretendere che la Germania faccia una politica economica espansiva, riducendo il surplus della bilancia dei pagamenti, per rimettere in moto le economi più deboli. Che dovrebbe fare? Aumentare il deficit? Gonfiare il debito? E perché mai? Chi è causa del suo mal pianga se stesso. Faccia riforme lacrime e sangue, e la smetta di mendicare.
Giovanni Tenorio

Giovanni Tenorio

Libertino