Trump, il nuovo eroe degli indipendentisti veneti

Qualche tempo fa un illustre studioso della galassia libertaria – per il quale, sia detto senza ironia, ho sempre nutrito rispetto e simpatia – pubblicava un opuscolo (parte di una collana i cui singoli numeri stanno ancora uscendo in allegato a un quotidiano nazionale), dove si tesse la lode dei movimenti “indipendentisti”, considerati come veicolo non del tutto consapevole di una rivoluzione che, nel suo stadio finale, potrebbe avere come esito la dissoluzione dello Stato. Il titolo dell’opuscolo (nel corso dell’argomentazione il concetto è assai più sfumato, e tutto sommato secondario) prefigura addirittura la rinascita della Serenissima come possibile ed auspicabile conseguenza di un processo scissionistico che si concluda con la fondazione di una nuova Repubblica delle Venezie.

Mi permetto di avanzare qualche perplessità. Venezia – e nel dirlo mi piange il cuore: è una città che ho amato; fra le 640 donne italiane che mi hanno sedotto le veneziane erano le più deliziose – è diventata purtroppo una sorta di Disneyland, violentata da un turismo spesso ciabattone; al punto che i suoi abitanti, un tempo garbati e gentilissimi con tutti i forestieri, si mostrano a volte astiosi, con qualche buona ragione, verso certe orde di barbari: come quelli che, qualche anno fa, pensarono bene di organizzare in città una gara di “orienteering” proprio nei giorni in cui era sommersa dall’alta marea. In tanto trambusto un negoziante, inviperito, getta una secchiata d’acqua gelida in testa a uno dei malcapitati – e maleducati – partecipanti, che si busca una bella diarrea e durante la notte, per dirla col grande Teofilo Folengo sibi cagat adossum. Ben gli sta!

Vorrei proprio capire come sia possibile un ritorno ai tempi gloriosi. Il lento, dorato crepuscolo della Serenissima cominciò abbastanza presto, con la scoperta del nuovo Mondo, allorché il Mediterraneo andò gradualmente perdendo la sua funzione di “ponte” fra le civiltà e via privilegiata per gli scambi commerciali fra Oriente ed Occidente, a tutto vantaggio dell’Oceano Atlantico, in direzione delle Americhe. Certo, ancora per quasi tutto il Settecento Venezia fu città fascinosa, ricca di cultura e di arte, patria di musicisti come Vivaldi e Marcello, di letterati e commediografi come Goldoni e i Gozzi, luogo d’attrazione per i più famosi pittori e architetti, ma verso la fine del secolo era già in pieno sfacelo. Napoleone Bonaparte, col trattato di Campoformio del 1797, ebbe buon gioco a cederla all’Austria, dopo la campagna d’Italia, come compenso per la sovranità riconosciutagli dal trattato di Leoben sulle altre terre italiche sottratte militarmente agli agli Asburgo. Napoleone sarà anche stato un traditore, venendo meno alle promesse, come denuncia Ugo Foscolo per bocca del suo Jacopo Ortis, ma non è che in quell’occasione i maggiorenti della città lagunare abbiano fatto una gran bella figura. Il frutto era marcio e doveva cadere. Sotto gli Asburgo, insieme con Trieste, Venezia ebbe ancora un suo briciolo di prestigio come sbocco dell’Impero sull’Adriatico. Dopo l’Unità d’Italia, fu il tonfo. Il polo industriale nato e sviluppatosi nell’immediato entroterra ha sferrato il colpo di grazia. La vicenda del Mose, la faraonica quanto inutile, per non dire dannosa, opera di contrasto alle maree è la ciliegina sulla torta. Purtroppo indietro non si può tornare. Le glorie del passato rimangono confinate nei libri di storia. Le stupefacenti vestigia dei tempi d’oro risplendono nei monumenti e nelle opere d’arte che ancora si possono ammirare fra calli e canali, nelle chiese e nei musei. Orde barbariche permettendo. Ma quel ch’è morto non può uscire dalla sua tomba.
D’accordo, si dirà, l’Impero marittimo con le sue glorie non può tornare, ma con l’indipendenza tutto il territorio delle Venezie può rifiorire, svincolandosi dall’oppressione del governo d Roma, impiegando a proprio beneficio le risorse fiscali raccolte in loco. Può darsi, ma continuo a credere che i libertari prendano un pericoloso abbaglio pensando che il processo secessionistico possa essere l’avvio dell’auspicata estinzione di ogni struttura pubblica, o, per meglio dire, statuale. Per non ampliare troppo il discorso, rimaniamo fermi all’ideologia dei secessionisti veneti. Se la prendono contro la patria Italia, bruciano il tricolore, vedono il governo e la burocrazia di Roma come terribili sanguisughe, ma poi ripropongono, in piccolo, la stessa retorica che tanto li indispone quando viene applicata alla celebrazione dello Stato-nazione di cui, loro malgrado, fanno ancora parte. Invece del tricolore il gonfalone di San Marco, invece della marcetta di Mameli un’altra marcetta, invece delle tasse pagate a Roma tasse pagate a Venezia. Non si pagherà più per mantenere i terroni, ma anche le Venezie hanno le loro zone sottosviluppate che dreneranno risorse da quelle più ricche. Ci saranno anche lì tartassati e parassiti, come dappertutto, per conseguenza inevitabile della politica in quanto arte del comando. E per la moneta, come la mettiamo? Una banchetta centrale? Con un Draghino piccolino che stampa soldi, in nome della “sovranità monetaria del Popolo Veneto”? E il sistema bancario? Sempre fondato sulla riserva frazionaria? E se un territorio vuol separarsi dalle Venezie, se ad esempio Belluno vuol fare da sé, gli sarà concesso? E se uno vuol bruciare il gonfalone di San Marco, finirà sotto processo, e magari in gattabuia per lesa patria? E con i confini, come la mettiamo? Ci vorrà il passaporto per il transito delle persone fra territorio veneto e territorio lombardo o romagnolo? E le merci in entrata? Sottoposte a dazi? Conosco già l’obiezione: un territorio di limitata estensione non può chiudersi nel protezionismo perché per le proprie necessità economiche deve necessariamente rifornirsi in gran parte dall’estero. Sarà. Ma ricordo i tempi in cui nell’osannata Svizzera, se entravi con un bel salamino italico pagavi fior di dazio. Capita ancora, ai valichi fra Confederazione Elvetica e Austria che un viaggiatore si senta chiedere da un poliziotto svizzero: “Porta vino?” Magari il viaggiatore è un italiano in vacanza. Chi è quell’italiano così scemo da andare a comperare in Austria vino veneto, a un prezzo esorbitante, quando può comperarselo in Italia a prezzo ragionevole? Piccole patrie, piccolo cervello; e poliziotti più somari delle italiche polizie locali.

C’è un’argomentazione, sostenuta purtroppo anche dai libertari, che mi fa saltare la mosca al naso. Dicono: d’accordo, la democrazia è da rifiutare, perché di fatto è una dittatura della maggioranza, magari di una maggioranza risicata. Però se si vuole arrivare alla secessione – che in ogni caso è un bene – il referendum è uno strumento valido e sacrosanto. Eh no, signori miei. O è sempre una dittatura o non lo è mai. Oppure ci sono dittature buone e dittature cattive? Come ai tempi di Baffone: in nome del proletariato tutto era lecito. Mettiamo che in un referendum per decidere della secessione un 50% + 1 dei votanti si esprima per il sì, il resto per il no. Si potrà dire, in base alle regole del gioco, che il “popolo” vuole la secessione. E di tutti gli altri che non la vogliono, che facciamo? Li costringiamo ad accettarla? Gli diciamo: “Se non vi piace, andatevene”? Addirittura si auspica un referendum senza quorum: una minoranza della popolazione potrebbe imporre la propria volontà a una maggioranza! Nella democrazia antica, secondo Aristotele, anche se i poveri fossero stati una minoranza avrebbero avuto la facoltà di comandare: così nella democrazia moderna anche se i secessionisti sono meno di chi preferisce lo status quo devono avere la meglio. Poi non venitemi a dire che i plebisciti proposti dai Savoia erano una truffa. Certo che lo erano, come tutti i plebisciti; ma allora cerchiamo di non proporre qualcosa di simile o di peggio.

Guardate i blog dei secessionisti veneti, in questi giorni. Sono tutti un panegirico di Trump. Che cosa piace in quel miscuglio di Berlusconi e Bossi (il peggio dell’uno e il peggio dell’altro)? Piacciono l'”America first”, il “comprate americano”, le barriere doganali sui prodotti cinesi, il contrasto alle delocalizzazioni, il “padroni a casa nostra”, la politica muscolosa contro l’immigrazione, il maschilismo becero. Piace anche la proposta di dichiarare per legge reato bruciare la bandiera americana? Che male fa al suo prossimo chi brucia uno straccio multicolore? “Finalmente è il popolo a comandare!” proclama il miliardario smargiasso. Lo faceva già credere , venticinque secoli fa, ad Atene, un certo signore. Le assemblee votavano, credendo di determinare le scelte politiche, ma il bandolo della matassa l’aveva in mano lui. “Di nome era democrazia, ma in realtà era il governo di uno solo con il consenso del popolo”, afferma in proposito lo storico Tucidide (che della democrazia non era molto amico). Un’autocrazia, potremmo dire. Piccola differenza: quel signore si chiamava Pericle. Uomo di grande cultura, amante ed estimatore delle donne (la splendida Aspasia!) come me. Amico di Fidia, l’artefice, con Ictino e Callicrate, del Partenone, con Michelangelo il più grande scultore di tutti i tempi. Basta questo per perdonare a Pericle di essere stato, come tutti i capipopolo, un manigoldo.

Giovanni Tenorio

Giovanni Tenorio

Libertino

5 pensieri riguardo “Trump, il nuovo eroe degli indipendentisti veneti

  • 26 gennaio 2017 in 10:21 am
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    E’ che dobbiamo accontentarci del male minore. Meglio Pericle di Laura Boldrini ma anche di Norberto Bobbio. E meglio un territorio piccolo che uno grande a parità di interventismo. Più che altro, le secessioni dovrebbero costituire un primo passo per raggiungere una società senza stato. Certo, i secessionisti dovrebbero essere coerenti e limitarsi allo stato minimo nella fase transitoria. Non creare la Banca Centrale Veneta o il reato di vilipendio del Gonfalone. E rispettare gli altri eventuali secessionismi al loro interno. Al contrario dell’Eritrea che dopo essersi staccata dall’Etiopia, non vuole la secessione abissina. Le persone che non vogliono secedere dovrebbero essere libere di continuare a pagare tributi e a ricevere scadenti servizi dalla repubblica italiana,
    indipendentemente dal fatto di essere maggioranza o minoranza. Il secessionista ha diritto a secedere anche se in minoranza, un referendum non può essere vincolante per tutti e due gli schieramenti. Se si usa l’arma referendaria in alternativa alla guerra civile, in fondo si sceglie Pericle in luogo di Bertinotti o di Rosy Bindi. Il problema del referendum truccato non starebbe tanto in casa secessionista ma in casa unitaria. Sono gli unionisti a tutti i costi, sabaudi o meno, che in genere truccano le carte. Certo, non si può escludere anche il contrario ma finora il dato statistico propende per gli altri. La migliore delle secessioni sarebbe la disobbedienza fiscale. La bestia affamata, al di là delle dimensioni del territorio che controlla, non ha più la forza fisica per aggredire. Ma credo che tra troppi potenziali obiettori tributari ci sia chi, oltre la paura, abbia qualche problema familare. Del tipo ” e mio figlio scemo come lo sistemo senza che mandi a rotoli l’azienda di famiglia? Meglio ottenere per lui un incarico nella pubblica amministrazione. Che senza tasse non funziona. E poi, perché entri nel comparto pubblico ha bisogno dell’appoggio del politico che quindi va votato, supportato, finanziato. E che una volta eletto sistema lo scemo di famiglia nella Commissione per la Progettazione e lo Sviluppo del Mose in collaborazione con La Fenice che lo scambia per il “tuo stellato soglio”. Con il sindaco di Venezia pronto a dire: “Vedete? Anche Rossini era favorevole al Mose!”. Tutta questione di accenti tonici.

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  • Giovanni Tenorio
    28 gennaio 2017 in 1:36 pm
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    Le osservazioni dell’amico Alessandro Colla sono, come sempre, garbate, intelligenti e argute. Le accolgo -e le sollecito- con grande piacere. Sono un invito a riflettere e -perché no- a correggere, se del caso, anche le opinioni in apparenza più inoppugnabili. Il discorso sulla secessione è complesso e delicato; lo stesso si dica a proposito del referendum. Concordo sulla precisazione che, solitamente, a truccare le carte, nei plebisciti, sono gli unionisti, non i secessionisti. Il”Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa, e il mirabile film che Luchino Visconti ne ha tratto, insegnano. “Io ho votato no -dice don Ciccio Tumeo al principe di Salina in un colloquio confidenziale durante una battuta di caccia-e quei porci in Municipio si inghiottono la mia opinione, la masticano e poi la cacano via trasformata come vogliono loro”. Rimane vero che il referendum, se privo di quorum come i secessionisti di solito pretendono, nasconde già in se stesso un machiavello capace di trasformare una minoranza di fatto in una maggioranza di diritto. Conosco l’obiezione: chi non vota delega a chi vota il diritto di rappresentarlo. No, chi non vota semplicemente non vota. Non posso sapere quali sono le sue ragioni e le sue intenzioni. Può essere per indifferenza, può essere perché non accetta il principio tirannico della maggioranza, può essere per mille altre ragioni (malattia, momentanea assenza, confusione mentale…). La delega deve essere esplicita e messa per iscritto (come si richiede, ad esempio, nelle assemblee di condominio). Non ci sono, tecnicamente, deleghe tacite o implicite: allo stesso modo in cui non può esistere un “contratto sociale” alla base di uno Stato, perché, tecnicamente, il contratto è un’altra cosa; né può esistere, come purtroppo avviene in ogni sistema bancario di oggi, a riserva frazionaria, un “deposito” del cui oggetto il depositario possa disporre liberamente, perché, tecnicamente il depositario deve limitarsi a custodire quanto riceve in deposito, altrimenti incorre nel reato di appropriazione indebita. Sarebbe bene che almeno i libertari non manipolassero concetti giuridicamente ben definiti, piegandoli a significati non pertinenti. Quanto all’idea della secessione come primo passo verso la graduale soppressione dello Stato, è un sogno, un wishful thinking, per usare un termine chic, dei libertari. Non ho mai sentito un secessionista duro e puro parlarne. Altro che soppressione dello Stato: un altro Stato, più piccolo, con il suo territorio, la sua bandiera e il suo esercito, magari il suo servizio militare obbligatorio, le sue tasse, la sua polizia, i suoi tribunali. Uno Stato-Nazione, magari nazione veneta, lombarda, piemontese, padana, nordica, a piacimento: perché l’idea di nazione, un’invenzione della Rivoluzione Francese, con i suoi enfants de la Patrie, fatta propria dal Romanticismo e dal liberalismo ottocentesco, è assai dura a morire. Però, come in Francia ci furono i vandeani, in Italia ci furono i briganti, e in qualsiasi staterello nato da una secessione potrebbe formarsi una fronda più o meno violenta. Finché non ci si libererà da concetti ormai vetusti come territorialismo, nazionalità, sovranità ed altri cimeli del genere non si caverà un ragno dal buco. Anzi, si correrà il rischio di portare acqua al mulino altrui, rimanendo con un palmo di naso. Ultima osservazione: siamo proprio sicuri che le decisioni prese da un governo piccolo siano sempre meno oppressive di quelle prese da un governo grande? Non credo che l’ultimo Rothbard abbia ragione quando critica la Corte Suprema Usa per non aver concesso ai singoli Stati di legiferare contro l’aborto. Se un potere più grande concede una libertà che un potere più piccolo rifiuta, perché schierarsi pregiudizialmente a favore del più piccolo? Solo perché è più piccolo? In una legislazione pro aborto, nessuno costringe nessuno ad abortire! Le disposizioni, molto sensate, che l’imperatore Traiano diede a Plinio il Giovane, governatore della Bitinia, a proposito dei provvedimenti giudiziari contro i Cristiani valevano presumibilmente per tutti i governatori di tutte le province. Se Traiano avesse detto: “Tu Plinio -visto che mi hai sottoposto la questione- non infierire contro i Cristiani, se non ricevi denunce firmate volta la testa dall’altra parte, ma gli altri -visto che non mi hanno interpellato- facciano come vogliono, accoppino pure i Cristiani in base a semplici denunce anonime, se a loro sta bene”, dubito fortemente che potremmo considerare Traiano un Optimus princeps.

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  • 30 gennaio 2017 in 7:29 am
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    Più che altro, il territorio piccolo può consentire un più agevole controllo dei governati sui governanti. Ovviamente se il territorio piccolo mantiene una sua banca centrale o una legislazione proibizionista e fiscalista, siamo punto e da capo. Le secessioni (non è detto, ovviamente, il metodo non sempre coincide con il contenuto e con gli obiettivi finali) potrebbero costituire un approccio nei confronti degli attuali sudditi per dimostrare che non è ineluttabile l’appartenenza forzata ad un territorio. E questo diritto può estendersi fino all’inverosimile, compresa la possibilità di arrivare a dimensioni territoriali simili a quella governata da Berlusgoglio (che non è, convengo, un bell’esempio di identità libertaria). I passaggi successivi potrebbero essere (il condizionale è d’obbligo) quelli relativi alla delegiferazione, all’abolizione dei proibizionismi e alla possibile deterritorializzazione. Soprattutto alla creazione di società basate sul solo vincolo contrattualistico. Anche se c’è un tale che sul sito del Movimento Libertario insiste a sostenere che i contratti avvantaggino solo i furbi perché gli altri che li sottoscrivono sarebbero tutti deficienti. E’ lo stesso individuo che nega l’esistenza del giusnaturalismo, purtroppo supportato da certi contradditori scritti di Norberto Bobbio. Un filosofo che non ho mai sopportato, non tanto per il suo giuramento di fedeltà al fascismo (anch’io non sono un eroe, non so cosa farei in caso di bisogno) ma per il suo insensato e forzato sincretismo. Se un referendum è privo di quorum ritengo giusto invalidarlo. Dovrebbe però essere garantito il diritto di chi vuole secedere a non essere più suddito della maggioranza. E questo dovrebbe valere anche nel caso della vittoria dei “no”. Soprattutto dovrebbero essere vietate le annessioni forzate che ricordano tanto l’Austria del 1938. La mia “scelta tecnica” per una transizione secessionistica non è dettata da manie gradualistiche ma dall’accettazione di un sistema inevitabilmente graduale per raggiungere tutt’altri obiettivi. Non è detto che sia la strada migliore, se ce ne sono altre e più rapide ben vengano. Se per sanare il deficit del Costanzi fosse necessaria una temporanea gestione Mediaset di dodici mesi, accetterei il sacrificio di veder cantare Apicella nella parte di Tristano o di Otello o di Rodolfo (tanto, al do di petto de “la speranza” non ci arriva quindi la reazione dei loggionisti dovrebbe essere assicurata. E poi, dopo aver visto certe “regìe”…). In ogni caso preferisco anch’io una grande comunità antiproibizionista ad una piccola che si riveli malata di divieti. Per Rosina è meglio la contea di Almaviva che le restirizioni di una piccola baronia bartoliana. Anche se don Bartolo esercitava una professione borghese. Ma in fondo, suo “padre” Beaumarchais ha voluto pure lui un titolo nobiliare. Ereditare una bottega di orologiaio doveva essere troppo poco. Mi sono dilungato un po’ ma l’argomento è tra i più appassionanti. Altro che le “primarie di coalizione” che piacciono tanto ai docenti della LUISS.

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  • Giovanni Tenorio
    31 gennaio 2017 in 2:42 pm
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    L’argomentazione dell’amico Alessandro Colla è così consequenziale sul piano logico e così accattivante su quello stilistico che mi sento quasi come il re Agrippa dopo l’autodifesa di San Paolo:” Ancora un poco e mi persuadi a farmi cristiano”. Io potrei dire: Quasi quasi, caro amico Lei mi persuade a farmi farmi secessionista”. Mi si perdoni se mi permetto di scherzare su un argomento tutt’altro che frivolo, ma quid vetat ridendo dicere verum?. Ripensandoci, mi sentirei di opporre qualche garbata obiezione. In linea teorica, il ragionamento di Alessandro Colla non fa una grinza: in un piccolo Stato i governanti sono più controllabili, il potere è, di solito, meno oppressivo; il referendum, se attuato in modo onesto, non si risolve necessariamente nella dittatura di una minoranza; in un ragionevole lasso di tempo il principio secessionistico potrebbe portare a comunità minuscole autogovernantesi; alla fine del processo si potrebbe addirittura giungere a uina deterritorializzazione che segnerebbe la fine di ogni potere politico propriamente detto. Questo nel mondo platonico delle Idee. Guardiamo però alla realtà effettuale di Machiavelli. L’indipendentismo di oggi non è governato dai movimenti libertari; è nelle mani di attivisti che riprendono i miti della Nazione come vennero elaborati dopo la Rivoluzione Francese, confluendo nei movimenti risorgimentali e degenerando nei nazionalismi che avrebbero portato ai disastri delle due Guerre Mondiali. C’è poca differenza tra Dutschland über alles, America first , Elmo di Scipio e inni al Leone di San Marco. Si ripropone il mito del territorio come proprietà del Popolo, con i suoi confini da difendere, magari grazie a un servizio militare obbligatorio (sarebbe davvero un bel paradosso che la tanto vituperata repubblica italica avesse abrogato il servizio di leva, e dopo un’eventuale secessione il giovane -e la giovane, per non discriminare!- veneto o lombardo o padano si trovasse a dover regalare al suo staterello di appartenenza qualche mese della propria esistenza per addestrarsi ad accoppare quello che a suo tempo gli verrà additato come il nemico. Gli Svizzeri sono un popolo libero, si dice, e accettano un servizio militare per alcune settimane all’anno, fino a un’età stabilita, per difendere la patria! Grazie alle armi che, terminato il loro compito annuale, si portano a casa, sapranno opporsi a eventuali tentativi di conquista violenta del potere. Sarà. Io continuo a credere che il servizio militare, insieme alla scuola di Stato, sia un potente strumento ideologico per indurre i sudditi all’obbedienza, attraverso indottrinamenti e rituali di vario genere. E allora? Servirsi dell’ideologia indipendentista, così bacata all’origine, per piegarla a fini libertari? Cerchiamo di non fare come quei liberali che, in perfetta buona fede, credettero di potersi servire del Fascismo ai suoi albori per combattere l’eversione rossa, e poi incanalarlo nell’alveo costituzionale. Sappiamo come andò a finire.

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  • 2 febbraio 2017 in 7:09 am
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    La visione di pensiero è la stessa. La verità è tutta nella frase “l’indipendentismo di oggi non è governato dai movimenti libertari”. Mi permetto di aggiungere “né da loro governabile”. E’ una questione di persone? Sì, ma non intendendo la questione stessa sul piano delle capacità personali. O meglio: è una questione di capacità personali ma viste soltto l’ottica di comprendere che la voglia di indipendenza territoriale se non è accompagnata da autentica voglia di libertà personale, finisce per essere inutile e contraddittoria; e finanche pericolosa come ci ricorda il giusto accostamento di chi credeva di potersi servire del fascismo. In sé la cosa sarebbe anche possibile ma attualmente non ne vedo le condizioni. Per essere meno eufemistico, Salvini non capisce. E chi non capisce non può venire incanalato nella logica. Tra l’altro il suo movimento ha anche abbandonato l’ipotesi secessionistica, quindi non è più credibile neanche sotto quell’aspetto. Ma in fondo, credo non esista un’ideologia indipendentista e continuo a considerare l’indipendentismo come eventuale mezzo e non come mero fine. Il ruolo di Salvini è quello di un involontario Dulcamara senza neanche avere le doti di quest’ultimo. Almeno Bossi aveva creato un sia pure inutile Elisir del Nord. Leggo che l’ex presidente dell’Associazione Nazionale Partigiani Italiani non ravviserebbe in Salvini tratti mussoliniani perché il fascismo è morto da tre quarti si secolo. E allora? Se ne accusano tanti di bonapartismo o di cesarismo. Non c’è qualche secolo in più dietro? Ecco l’indottrinamento, tipico proprio delle scuole di stato. Gli insegnanti utilizzano le stesse frasette fatte, prive di senso logico e di senso storico. Sono già loro dei sudditi pronti all’obbedienza. Solo che dal 1968 si spacciano come rivoluzionari, presunti anticonformisti e sindacalisti d’assalto. Senza vergogna alcuna ma con molta gogna nei confronti ci chi non si allinea.

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