La commedia è finita

Non c’è che dire: i politologi sono molto sagaci. Grazie alla loro finezza intellettuale, che si nutre di alta dottrina in campo storico, sociale, politico, snocciolano analisi delle dinamiche sottese ai momenti di crisi che hanno la cristallina eleganza d’un teorema matematico. La matematica però è una costruzione della mente: può servire – e serve egregiamente – per capire la realtà del mondo fisico (molto meno la realtà di quello psichico e comportamentale), ma rimane radicata in un terreno tutto suo, beandosi della propria autonomia. Invece i politologi hanno che fare proprio col mondo dei sentimenti umani, delle passioni, delle speranze, delle aspettative, dei giochi di potere, degli interessi economici: tutte cose che difficilmente possono passare attraverso le “matematiche dimostrazioni”. I teoremi sono necessari anche lì (senza paradigmi conoscitivi non si può penetrare la realtà), ma corrono il rischio di rimanere campati per aria, belli e tuttavia falsi. Anzi, difficilmente falsificabili: perché il flusso della realtà storico-sociale passa e non si ripete, ha che fare col tempo, è eracliteo (tutto scorre), non parmenideo (l’essere è, il non essere non è): e allora, quel che vorrebbe essere scienza, scienza politica, diventa finzione, letteratura. Con una sostanziale differenza: che i grandi scrittori spesso capiscono la realtà storico-sociale molto meglio degli addetti ai lavori. Pensate a Guerra e pace: nessuno ha saputo spiegare meglio di Tolstoj il perché della vittoria del generale Kutuzov contro Napoleone nella campagna di Russia.
Antonio Polito, che (nomen omen) è tra i politologi più accreditati, e ha il gran merito, raro tra gli editorialisti d’oggidì, di saper scrivere bene, sul “Corriere della sera” di domenica 20 novembre si cimenta in un’analisi degli umori che si agitano fra i cittadini del Bel Paese in vista dell’imminente referendum in cui sono chiamati a dire la loro sulla riforma costituzionale caparbiamente promossa dal governo Renzi. La sua teoria è accattivante, e lì per lì sembra inoppugnabile. Detta in poche parole: per paradosso, sono i cantori della costituzione più bella del mondo a volerla cambiare, mentre sono quelli che non ne hanno mai fatto un mito a volerla conservare. Ciò sarebbe dovuto a una situazione di smarrimento, paura, diffidenza verso il ceto politico: dal che scaturirebbe, come forma di difesa da avventure pericolose, dopo tante promesse avventate e tante cocenti delusioni, il proposito di mantenere quei contrappesi costituzionali (di cui il bicameralismo paritario è l’istituto esemplare) che garantiscono il controllo dell’azione di governo, impedendone gli eccessi.
Ma le cose stanno proprio così? Siamo sicuri che non dico tutti, ma buona parte dei cittadini che andranno alle urne hanno la testa fatta al modo dei politologi? Che hanno letto attentamente il testo della riforma Renzi-Boschi? Che sanno veramente che cos’è il bicameralismo paritario? Che conoscono sul serio qual è la differenza tra un senato “camera di raffreddamento” e un senato “camera delle regioni”, fra la House of lords britannica e il Bundesrat tedesco? Ne dubito assai. Gli infocati dibattiti televisivi non sono serviti a chiarire le idee. I politicanti portano acqua al proprio mulino parlando di tutto fuorché delle vere ragioni di merito della riforma. I costituzionalisti fanno sfoggio del loro tecnicismo giuridico, riuscendo soltanto a ingarbugliare di più le idee. Sentite questo scampolo di prosa: “Da una considerazione complessiva del disegno di riforma costituzionale si ricava conclusivamente l’impressione che il ruolo del nuovo Senato nella materia dei rapporti con l’Unione europea lasci intravedere un doppio binario. Quello degli ambiti che investono la forma di Stato, e cioè il campo delle limitazioni della sovranità e quello della salvaguardia del principio autonomistico, e dunque della congruenza dell’appartenenza all’ Ue di una Repubblica “costituita” da livelli autonomi, sul quale il nuovo Senato conserva un profilo istituzionale alto. E quello dei rapporti tra le politiche dell’Ue e l’indirizzo politico, e dunque il terreno degli assetti di governo, ove il ruolo del nuovo Senato si profila pieno di incognite, se non sostanzialmente riduttivo, in coerenza col nuovo impianto della relazione fiduciaria. Su questo terreno è difficile immaginare che il nuovo Senato riesca a svolgere una funzione “contromaggioritaria”, per l’esercizio della quale non sembra disporre di strumenti adeguati, cosicché l’incidenza sulle dinamiche di una governance europea multilivello si prefigura sostanzialmente condizionata da fattori di natura politica, i quali potranno rendere sinergica l’interlocuzione delle due Camere sugli affari della Ue”*. Ci avete capito qualcosa? Io no.
A capirci qualcosa sono i colleghi, o gli editorialisti specializzati nell’analisi politica. Piero Ostellino, ad esempio, che ha come sempre il merito di spiegare chiaramente, in una prosa accessibile a tutti, i motivi per cui l’indebolimento dei contrappesi istituzionali rende pericolosa l’azione del governo, specie quando c’è al comando un aspirante ducetto come Renzi, furbo ma per fortuna poco intelligente. Non so però fino a che punto tali lucide argomentazioni faranno presa sui cittadini disposti ad andare alle urne. O meglio, faranno presa senz’altro, ma solo per la conclusione che se ne deduce: il referendum non è contro la riforma Renzi-Boschi in sé, che pur è un pateracchio, ma contro Renzi e il governo di cui è al comando. A suo tempo l’abbiamo detto anche noi, e lo ripetiamo: la riforma costituzionale, affiancata al nuovo sistema elettorale della Camera, il cosiddetto Italicum, doveva essere, nella rozza strategia del ragazzotto di Rignano, il culmine di un percorso che, di vittoria in vittoria nelle prove elettorali via via da affrontare, sull’onda di una imminente e turbinosa ripresa economica, doveva consegnargli su un piatto d’argento, col sigillo della legittimazione referendaria, un machiavello istituzionale tale da rendere inossidabile il suo potere e consentirgli di governare a suo piacimento, senza che nessuno disturbasse più il manovratore. Tutto sbagliato: le prove elettorali hanno minato il consenso di cui all’inizio godeva, la Brexit, sulla cui sconfitta confidava, e il recente, del tutto inaspettato, trionfo di Trump gli hanno sferrato una mazzata micidiale, l’economia arranca, il famigerato spread ricomincia a salire, l’immigrazione incontrollata esacerba gli animi, le periferie urbane sono in balia delle bande criminali, la disoccupazione giovanile rimane a livelli intollerabili. Ciliegina sulla torta, l’ochetta bionda ma – dice lei -, non scema, corresponsabile della riforma-pateracchio, si rivela ogni giorno di più tanto bionda quanto scema, con dichiarazioni che, anziché rafforzare il consenso, irritano ancor di più i dissenzienti, infoltendone la schiera. Ha detto che i veri “partigiani” dell’ANPI votano Sì, dando implicitamente di ipocrita e di rinnegato a chi fra loro la pensa diversamente. Ha detto che se vince il No si rischia di perdere gli 80 euro benignamente elargiti da Renzi a certe fasce modeste – o presunte tali – di reddito. Non si vedeva nulla di simile dai tempi di Achille Lauro, l’armatore che comprava i voti regalando pasta e scarpe alla plebe di Napoli. Un vero disastro: al punto che il suo capo, in questi ultimi tempi, ha cercato di farla sparire dietro le quinte, ma quella, imperterrita, continua a recitare la sua stupida e controproducente commedia.
Una valanga di voti negativi si riverserà su Renzi e il suo governo. Il giudizio su una riforma costituzionale di cui pochi hanno capito qualcosa sarà solo un pretesto per rimandare il ragazzotto a Rignano, a giocare al calcetto all’oratorio con i suoi amici lupetti. La Boschi si imboscherà e non la vedremo più. Certo, potrebbe arrivare di peggio, ma quando tutto sarà finalmente saltato per aria, forse si potrà pensare a qualcosa di nuovo. La meta però è lontana, e forse rimane soltanto una speranza. Chi vivrà, vedrà.
Nel frattempo, l’illustre economista Pier Carlo Padoan continua a dire che la ripresa è vicina, che il debito diminuisce, che il sol dell’avvenire sta per sorgere. A chi gli obietta che la manovra finanziaria è in gran parte basata sul deficit e sul differimento ai prossimi anni degli oneri attuali risponde che l’aumento del PIL renderà sostenibili i momentanei squilibri, aprendo la strada al risanamento delle finanze pubbliche. Dopo aver detto questo, si dichiara sicuro che vincerà il Sì. Pensa proprio che qualcuno possa ancora credere alle sue promesse? Ho l’impressione che anche lui sia sulla stessa linea della Boschi: più parla, più riceve pernacchie, in attesa della trombatura finale.

P.RIDOLA, “Il nuovo bicameralismo italiano e l’Unione europea”, in AA.VV. La riforma della Costituzione. Una guida con le analisi di 15 costituzionalisti, Instant Book del “Corriere della sera”, Novembre 2016, pagg. 51-52. Paolo Ridola è preside della Facoltà di Giurisprudenza e professore ordinario di Diritto Pubblico Comparato presso l’Università “La Sapienza” di Roma.

Giovanni Tenorio

Giovanni Tenorio

Libertino