L’elezione di Donald Trump e le regole del gioco democratico.

Fu Umberto Eco, qualche decennio fa, in una delle sue “Bustine di Minerva” pubblicate sull’ Espresso, a proporre un esperimento che, a prima vista, può sembrare paradossale: applicare alla Storia come la conosciamo, senza null’altro cambiare, una diversa partizione cronologica. Per tradizione siamo usi a ragionare per secoli, partendo da un certo momento ben preciso. Ma non è detto che l’unità di misura debba essere il secolo, né che il punto di partenza debba essere proprio quello. Adottando un’unità di misura diversa, e partendo da un momento diverso, gli avvenimenti non cambiano, ma risultano inquadrati e inanellati secondo un’altra prospettiva, che non può modificare i dati, ma può senz’altro influire sui giudizi e sulla visione d’insieme. Faccio un esempio mio, di cui mi assumo tutta la responsabilità. Di solito consideriamo il Settecento come l’epoca dell’Illuminismo, in cui facciamo rientrare anche il pensiero di Rousseau e la Rivoluzione Francese. Modifichiamo la partizione cronologica e prendiamo in considerazione il centocinquantennio (mi si perdoni il termine) che parte dall’ultimo scorcio del secolo XVIII e arriva alle soglie della Prima Guerra Mondiale. Potremmo chiamarla l’epoca del Romanticismo, in cui resterebbero inclusi Rousseau e la Rivoluzione Francese che ne è per molta aspetti figlia diretta, il ripensamento “conservatore” (Burke) e “liberale”(Constant) in chiave critica della Rivoluzione stessa e degli eventi rivoluzionari, la Restaurazione come ritorno ai valori che l’Illuminismo aveva cancellato, il mito della Nazione, nato anch’esso con la Rivoluzione e ripensato in terra tedesca, i movimenti indipendentisti e risorgimentali che di quel mito sono il frutto, il tentato connubio fra religione tradizionale e progresso scientifico, politico e sociale (Mamiani), il positivismo di Comte che culmina in una nuova mistica pseudo-religiosa, lo stesso movimento operaio, anche e soprattutto nella sua declinazione marxista che vede come punto d’arrivo una sorta di paradiso in terra, su su fino al Decadentismo e al Nazionalismo che dell’ideologia romantica rappresentano il culmine e, se si vuole, la degenerazione. Dalla Prima Guerra Mondiale possiamo far partire un altro centocinquantennio ancora in corso.
In somma: non è del tutto vero, come credeva Vico, che la Storia sia meglio conoscibile alla mente umana della Natura, in quanto sono gli uomini stessi a produrla (verum ipsum factum). Anche la Storia viene studiata attraverso paradigmi conoscitivi che inevitabilmente ne condizionano la prospettiva. Anche nella Storia, per usare una terminologia kantiana, abbiamo il fenomeno e il noumeno. Il noumeno è la cosa in sé, inconoscibile nella sua essenza, nel nostro caso le vicende storiche come si sono effettivamente svolte, con le loro effettive motivazioni, i loro effettivi sviluppi, le loro effettive conseguenze. Il fenomeno è quel che ci appare, sotto il condizionamento delle categorie che applichiamo. Così possiamo avere una storiografia marxista, fascista, liberale, ecc. ecc, il che è pacifico, ma in questo caso più che di categorie parlerei di ideologie, che nessuno può considerare “neutre”: dipendono tutte da una preconcetta visione del mondo. Invece altri strumenti, come appunto la partizione cronologica, possono apparire indifferenti rispetto ai risultati, mentre come le categorie kantiane condizionano il risultato della nostra conoscenza. Per Kant, la causalità non è nella cosa in sé, nel noumeno, ma nel fenomeno: ce la mettiamo noi. L’aveva già detto Hume: se vedo una bilia che movendosi ne urta un’altra, penso che il moto e l’urto della prima siano la causa del successivo movimento della seconda, ma è un’illusione: post hoc, ergo propter hoc.

Cari amici, forse vi sto facendo girare la testa, e se tra voi c’è qualche filosofo potrebbe darmi la baia, mostrando l’inconsistenza di quanto vado dicendo. Le critiche, anche feroci, sono sempre benvenute, in casa mia. Ma a che pro tutto questo discorso? L’ho pensato e rimuginato leggendo, nelle ore trascorse, i commenti all’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti. Anche in questo caso il meccanismo elettorale condiziona non soltanto i risultati, il che è pacifico, ma anche il giudizio sui risultati. Tutti gli illuminati pensavano, anche sulla base dei sondaggi, che Hillary Clinton l’avrebbe spuntata, ed erano già pronti a celebrare la prima presidenta (direbbe la Boldrini) d’un grande Paese che ha dimostrato la sua maturità prima con l’elezione di un presidente di colore, riscattandosi dalle vecchie consuetudini schiaviste, segregazioniste e discriminatrici, e ora di una donna, aprendo la strada a un luminoso futuro di emancipazione per il genere rimasto finora schiacciato dal maschilismo dominante nel contesto di un bieco capitalismo selvaggio. Colpo di scena: a vincere è Trump; ed ecco allora gli illuminati, e le illuminate, strapparsi le vesti, piangere calde lacrime, accusare il popolo USA di aver dato ascolto alle sirene di un brutale maschiaccio, reazionario, xenofobo, nemico delle donne. Dopo un grande passo avanti, un fatale passo indietro, un terribile segno di immaturità. Una sventura per l’America e il mondo intero.

Adesso procediamo anche qui a un esperimento. Facciamo finta che le elezioni USA avvengano semplicemente attraverso un sistema maggioritario: chi ha più voti vince. In questo caso, Trump sarebbe stato sconfitto e la Clinton sarebbe stata incoronata, perché pare abbia ottenuto un milione di voti in più dell’avversario Vi immaginate i panegirici che sarebbero stati innalzati al cielo? Ne risonerebbe il mondo intero. Tutti a festeggiare, tutti a proclamare il progressismo della Volontà Popolare, che ha duramente sgominato le velleità reazionarie d’un candidato impresentabile, cui hanno dato il voto gli ignoranti, gli analfabeti, i rimbambiti, il Lumpenproletariat senza coscienza di classe. Eppure i voti sarebbero esattamente gli stessi. Anche qui abbiamo una differenza di giudizio che dipende da una differenza di categorie. Se usiamo la categoria della democrazia maggioritaria, il popolo d’America ha dato un segno di progresso e di civiltà. Se usiamo la categoria della democrazia federale (che tiene conto, come risultato finale, solo dei “Grandi Elettori” che ogni singolo Stato esprime, in base al numero dei suoi abitanti), allora il medesimo popolo si merita la patente di reazionario.
Se ne sentono e se ne vedono davvero delle belle. C’è chi scende in piazza a manifestare contro l’eletto, dichiarando che non è il suo presidente. Se questi signori non fossero andati a votare, sarebbero coerenti: chi non vota non accetta le regole del gioco, quindi può ben respingerne i risultati. Invece è gente che è andata a votare. Troppo comodo accettare prima le regole del gioco, sperando di vincere, e poi respingere il risultato perché difforme dai propri desideri, magari dicendo che le regole vanno cambiate. Altrimenti si fa come quella vecchietta che, giocando a dama con il suo nipotino, quando vedeva che per lei le cose si mettevano male, scompigliava le pedine con una manata, esclamando: “Basta, non ne ho più voglia, è un gioco cretino e io non ho tempo da perdere, devo far da mangiare”.
Qualcuno dice che il sistema elettorale americano è da cambiare, perché non è democratico, in quanto in certi Stati dell’Unione il voto vale più che in altri. Due sciocchezze in una. E’ democratico, democraticissimo, se è vero che il federalismo, decentrando il potere, rispetta uno di canoni dell’ideologia dominante: quello secondo cui più il governo è vicino al cittadino, più ne conosce i bisogni, e quindi meglio li può soddisfare; inoltre è più controllabile. Il sistema de “Grandi Elettori” vuole appunto conciliare democrazia dei territori e democrazia della nazione. Se ogni territorio è uno Stato sovrano, è giusto che uno Stato più grande conti di più di uno Stato più piccolo. Nulla di paragonabile al sistema timocratico dell’antica Roma, dove nei Comizi Centuriati le centurie dei ricchi, meno affollate, avevano lo stesso peso delle centurie dei meno abbienti, i cui componenti erano di gran lunga più numerosi. Lì sì il voto di un cittadino di basso rango valeva meno di quello dei privilegiati, perché le decisioni erano determinate dalla maggioranza delle centurie, non dei votanti.
Qualcun altro se la prende con Twitter, Facebook e tutte le altre diavolerie, dicendo che contribuiscono a diffondere menzogne, facendo opera di disinformazione. Si arriva addirittura a evocare il Grande Fratello che in 1984 di Orwell controlla le menti dei sudditi. Non si potrebbe dire sciocchezza peggiore. Non c’è nessun dittatore che controlla Twitter e Facebook, i messaggi che vi compaiono sono liberamente pubblicati dagli utenti. Sono messaggi idioti o infami? C’è la libertà anche di essere idioti o infami, magari razzisti, nazisti o peggio, se possibile. Che facciamo? Sotto elezioni oscuriamo Twitter e Facebook? Questo sì sarebbe un atto dittatoriale. E poi, è vero o non è vero che tutta la grande stampa, espressione del cosiddetto estabilishment, banche e grande industria in testa, erano contro Trump e pro Hillary? Anche il Washington Post, il cui editore è nientemeno che Jeff Bezos. Si loda tanto la Volontà del Popolo, facendone un oggetto sacrale, e poi si pensa che tale Volontà possa essere facilmente condizionata dai bombardamenti mediatici. Ma se i grandi media erano schierati dall’altra parte! Sì, però a quanto pare il Popolo Sovrano si lascia condizionare dai subdoli giocattoli tecnologici. All’improvviso, il Popolo Sovrano diventa Popolo Bue. Colpa della dittatura del Mercato.

Amici miei, voi l’avete mai visto il Mercato? Io no. E neppure il Popolo, neppure la Nazione, neppure la Società. Concetti che possono essere utili, talora indispensabili, a patto di usarli come categorie concettuali, non come cose in sé. Anche il concetto di Stato può essere utile, a patto di considerarlo come ipostasi di quel gruppo di persone che si son fatte chiamare così per esercitare la rapina, la violenza e l’omicidio legalizzati (il Bene Comune, invece, non è utile neppure come categoria concettuale. E’ solo un’enorme cazzata).

Giovanni Tenorio

Giovanni Tenorio

Libertino