La mala scuola

Morte di Socrate
Morte di Socrate
Ohimè, che incubo! Mi sono svegliato madido di sudore. Ho sognato che il MIUR mi aveva chiamato, senza facoltà di declinare l’invito, alla cattedra di Tecnica della Seduzione in non so quale Università di non so quale frazione di non so quale villaggio montano. Perché, se qualcuno ancora non lo sapesse, nel Bel Paese sono molto più avanti che altrove: in ogni parte del mondo si cerca di portare gli studenti all’Università , grazie a una politica di alloggi, infrastrutture idonee, trasporti pubblici efficienti, ecc., mentre lì si porta l’Università sotto casa agli studenti. Questo sì è venire incontro alle esigenze dei giovani! E’ anche un modo di combattere la disoccupazione: si moltiplicano le cattedre, il personale di segreteria, i bidelli (mi scuso, il personale ausiliario, non vorrei che qualcuno si offendesse); inoltre si favorisce un indotto ( librerie, copisterie, bar, pizzerie, paninerie, gelaterie ecc. ecc.) che dà un potente impulso allo sviluppo del territorio. Questa è vera politica economica! E se in sede mancano biblioteche, laboratori, spazi idonei alle lezioni o allo studio, poco male: tanto l’Università è diventata un esamificio, si può studiacchiare anche a casa. In certe Facoltà, se a frequentare sono pochi, meglio: si risolve il problema delle aule anguste o insufficienti, Anche i più somarelli alla laurea arrivano, basta scegliere, nelle Facoltà umanistiche, corsi come Psicologia o Sociologia, oppure, se si è interessati alle materie scientifiche, Scienze della Produzione del Latte, Scienze Orafe e simili. Tornando a me: incomincio il mio corso con entusiasmo, sciorinando tutta la mia sapienza teorica e pratica davanti a un uditorio giovane, tutto maschile, che sulle prime sembra attento e interessato, ma poi si va via via annoiando. Vedo sbadigli, qualcuno si assopisce. Passa qualche tempo e più della metà diserta le lezioni, alcuni si ritirano. Le prime verifiche scritte sono un disastro. Qualcuno prende lezioni private da Don Ottavio, che conosce la materia come io conosco la Teologia, con risultati ancora più disastrosi. Molti arrivano a odiare le donne, qualcuno per disperazione si fa prete, altri cominciano ad avvertire inversioni del desiderio erotico. Chiedo di potermi dimettere, mi costringono a restare… Mi sveglio.
E’ un sogno, ma non pensate che la realtà sia molto diversa. La scuola ha il magico potere di far odiare le cose più belle. Legioni di studenti escono dal Liceo Classico odiando Dante, altrettante legioni dal Liceo Scientifico odiando non solo il Latino, ma anche la Matematica e la Fisica. Quanto alla Musica, in Italia non si studia, se non in scuole specializzate: meno male, altrimenti gli studenti italici odierebbero anche quella: per ora semplicemente la ignorano, pensando che l’Aida sia di Beethoven. La “buona scuola” di cui tanto si ciancia in questi giorni, è una chimera. Che cosa vuol dire “buona scuola”? La locuzione o è un pleonasmo o è un ossimoro. E’ un pleonasmo se per “scuola ” intendiamo, secondo l’etimologia greca, “tempo libero”( i Romani dicevano addirittura “ludus”, gioco). Il tempo libero e il gioco possono forse essere cattivi? E’ un ossimoro, o se preferite una contradictio in adiecto se intendiamo quello che la scuola di fatto è, un’istituzione pubblica che uno deve frequentare per forza fino a una certa età, scegliendo fra pochi indirizzi precostituiti, ciascuno dei quali propone un determinato numero di materie obbligatorie. A insegnare, un buon numero di persone valide, sempre più frustrate; una palude di mediocri che fanno quello che possono, alcuni con coscienza altri meno; una robusta minoranza di incapaci, difficilmente eliminabili. A capo degli Istituti personaggi che una volta si chiamavano presidi, oggi dirigenti, arrivati a occupare il posto che scaldano attraverso i percorsi più variopinti. Meri burocrati, che conoscono appena appena la loro materia (se non l’hanno dimenticata dopo aver lasciato l’insegnamento), ma in compenso sono maestri nel districarsi tra circolari sempre più astruse, riunioni degli organi collegiali, comunicazioni alle famiglie, rapporti con con i diversi enti pubblici. La vita degli studenti è scandita da interrogazioni e compiti in classe. Tutti i giudizi devono essere registrati. Non contenti dei registri cartacei, i burocrati scolastici hanno introdotto registri elettronici, che i genitori possono consultare in rete a casa. Risultato: il genitore coscienzioso, che anche prima si interessava al comportamento scolastico del rampollo, non ne ricava alcun vantaggio; il genitore trascurato, che non ha mai dato peso all’attività di studio della prole, si guarderà bene dal mettersi al computer a esaminare voti . Ha altro da fare: meglio i videogiochi. In compenso l’insegnante deve impiegare parecchio tempo per un’incombenza in più, a parità di stipendio (Marx parlerebbe di plusvalore sottratto…) Alla fine dell’anno, scrutini o esami. Chi toppava una materia, un tempo doveva sostenere a Settembre un esame di riparazione. Parecchi anni fa un ministro semianalfabeta, che aveva problemi con il congiuntivo e poi s’è riciclato come politologo, li abolì. Visto il conseguente disastro, sono stati reintrodotti con un altro nome osceno: “debiti formativi” , che vanno “assolti”.
Ora si pretende di riformare dall’interno questo orrore, introducendo la cosiddetta “autonomia”. I dirigenti di cui sopra avranno più poteri organizzativi e meno vincoli nell’impostazione dei programmi di studio, nonché nell’assunzione del personale. Saranno loro a decidere quali insegnanti sono meritevoli di avanzare nella carriera, godendo di aumenti retributivi. Mi chiedo con quale competenza, viste le loro tare didattiche e culturali. Qui si vuol mettere il vino nuovo negli otri vecchi, si vogliono introdurre principi liberali in un organismo che mantiene le sue radici centralistiche risalenti a Napoleone. In un sistema concorrenziale e privatistico i dirigenti decidono sulle promozioni dei dipendenti, e, se necessario, li licenziano e li sostituiscono, ma se a loro volta sono incapaci vengono giubilati dagli azionisti. Chi giubilerà i dirigenti scolastici? I ministri del MIUR, che spesso di scuola ne sanno come il mio servo Leporello? Sederi di pietra, gli odierni dirigenti resteranno tutti dove sono, fino all’età del pensionamento. E lo stesso si dica per la robusta minoranza degli insegnanti incapaci.
Ciliegina sulla torta: agli insegnanti sarà riconosciuto un “bonus” per l’acquisto di libri, visite a musei, spese per la partecipazione a manifestazioni culturali. Buona idea, se il bilancio pubblico, disastrato com’è, non fosse già gravato dall’onere di assumere in pianta stabile qualcosa come 100.000 insegnanti precari. Dove andranno a prenderli i fondi? Ci si illude che la cartaccia immessa da Dracula nel sistema monetario compirà il miracolo della ripresa? Questo è credere nell’acqua di Lourdes! Una minima percentuale di aumento del PIL, che manda in brodo di giuggiole le Oche Padoan, non significa nulla, in presenza di una produzione industriale che continua a ristagnare. Il PIL, tra l’altro, è un indicatore fasullo. Se, per fare un esempio paradossale, raddoppiano gli stipendi dei dipendenti pubblici, il PIL fa un balzo in avanti, la ricchezza della nazione no: aumenterà il debito, aumenteranno le tasse.
Gli studenti che in questi giorni protestano contro la riforma “classista”(sic) della scuola, fra tante proposte bislacche ne avanzano una sensata: abolire la bocciatura. Sensata, ma a due condizioni, tra loro alternative: 1) che si abolisca anche il valore legale dei titoli di studio; 2) che si abolisca la scuola. La prima, nel suo minimalismo, è una soluzione liberale, la seconda, nel suo radicalismo, una soluzione libertina. Senza scuola, diranno i ben pensanti, chi istruirà le nuove generazioni? Già, senza schiavi, chi raccoglierà il cotone? Sparite le mondine, chi lavorerà nelle risaie? Abiti di cotone ne indossiamo ancora tutti, il riso si vende si compra si mangia ancora. Sparita la scuola, il mercato troverà qualcosa di meglio. Negli anni Settanta del secolo scorso fece scalpore un libro del sociologo Ivan Illich, intitolato “Descolarizzare la società”. Benissimo: il primo passo è destatalizzare la scuola, poi l’inventiva degli uomini liberi troverà qualche buon succedaneo. Socrate non era un professore, non proponeva compiti in classe e le sue interrogazioni avevano come fine la ricerca della verità, non la verifica dell’apprendimento con l’assegnazione di un voto. Non mi risulta che i suoi discepoli odiassero la Filosofia.

Giovanni Tenorio

Giovanni Tenorio

Libertino

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