Democrazia

Uno dei miei venticinque lettori, l’amico Alessandro Colla – spero non s’offenda se lo qualifico come amico: è per me motivo di vanto avere un interlocutore colto e intelligente come lui – ha sollevato obiezioni a proposito di un mio impiego, a suo dire improprio, del termine “liberale”. Ho cercato di giustificarmi, credo con qualche buona ragione, ma devo riconoscere – e l’ho riconosciuto – che l’appunto in sé è ineccepibile. Caduto miseramente il socialismo reale (quello autentico, non parlo qui delle socialdemocrazie; chiamiamolo “comunismo”,se vogliamo), per un po’ di tempo tutti sono diventati “liberali”: Dopo lo sconquasso della crisi cominciata negli Stati Uniti con il tracollo finanziario del 2008, nella quale, checché se ne dica, siamo ancora immersi fino al collo, qualcuno ha cominciato a defilarsi, inveendo contro l'”anarchia” del libero mercato e reindossando i panni del vecchio dirigismo declinato in chiave keynesiana (Stefano Fassina, ad esempio). Ma i “liberali” sono rimasti in tanti. Liberale Monti, liberale Bersani, liberale Renzi, liberale Berlusconi, liberale Brunetta, liberale Tremonti, liberale Forte, liberale Giannino, liberale Debenedetti, liberale Dio benedetto e liberale Belzebù.Tutti liberali, nessuno liberale. La notte in cui tutte le vacche sono nere. Conclusione: un termine da buttare, non significa più nulla, serve solo a far confusione.

Ma c’è qualcosa di peggio: il termine “democratico”. Qui la confusione è ancora più caliginosa. Qualcuno lo usa come sinonimo del termine “liberale”, e allora il buio diventa davvero fitto. Molti lo associano al mito della “volontà popolare”, entrando in un ginepraio da cui è difficile uscire. Per fare un esempio, vorrei partire da un articolo (interessante, come sempre, e in larga parte condivisibile, almeno nella diagnosi se non nella terapia) di Ernesto Galli della Loggia, pubblicato sul Corriere della sera di domenica 9 ottobre, dal titolo “La bellezza perduta”. L’illustre editorialista deplora -e quale persona assennata potrebbe contraddirlo? – lo stato di degrado in cui versano molte città e molti borghi del Bel Paese, famosi per il loro passato e le loro bellezze artistiche e paesaggistiche. Bande di turisti fracassoni e disordinati, sporcizia, scomparsa dei vecchi negozi sostituiti da una miriade di rosticcerie, pizzerie da asporto, rivendite di oggetti-ricordo della peggior specie, venditori ambulanti spesso abusivi in ogni angolo, accattoni, e via i seguito, Polizie Locali corrotte e incapaci. Proposta: riportare il controllo del territorio urbano, per quanto riguarda le destinazioni d’uso, le aperture di nuovi esercizi e la tutela del patrimonio storico-artistico, sotto la vigilanza delle Sovrintendenze dipendenti dal governo centrale (e mettere a capo delle Polizie Locali ufficiali dei Carabinieri). Qualcuno – mette le mani avanti  Galli della Loggia – potrebbe obiettare che questi suggerimenti sono antidemocratici, perché sottraggono compiti alle autorità locali per metterli in capo a organismi dipendenti dal potere centrale; e invece – a suo dire – la vera democrazia è proprio questa.
Qui comincia il groviglio. Non ci hanno sempre detto che democrazia e decentramento fanno tutt’uno? A suo tempo, repubblicani di La Malfa in testa, non ci dissero che le autonomie regionali avrebbero reso più democratico il sistema napoleonico ereditato dall’Italietta “liberale” (o, se preferite, sabauda)? Tutti gli sproloqui su Federalismo e Secessione che ci hanno deliziato nei lustri appena trascorsi, tutti i miglismi, i leghismi, i padanismi, i venetismi non vanno nel senso di una democrazia più piccola e quindi più bella, perché nel piccolo – si dice – gli elettori possono meglio controllare gli eletti, e gli eletti sono più consapevoli dei problemi locali? Anche Giovanni Sartori, nel saggio, ormai divenuto un classico, intitolato “Democrazia. Che cosa è” va nella stessa direzione: l’ intensità di un autogoverno -afferma- sta in relazione inversa alla estensione alla quale si applica*. Ma se le cose stanno così, Galli della Loggia ha torto. Il ragionamento che lo contraddice è inoppugnabile: se per “democrazia” intendiamo “autogoverno”, sopprimere i poteri del governo locale per attribuirli al governo centrale è antidemocratico. Si abbia allora il coraggio di dire che il governo locale, per quanto democratico, può essere un’autentica schifezza. Io, da anarchico, non ho nessuna difficoltà ad ammetterlo.  Aggiungo che anche il potere accentrato è una schifezza. Non sempre la peggiore, però. Meglio un potere centrale che abolisce dazi e dogane che un potere locale intento a costruire muri e steccati. Schengen è una gran bella cosa. La libertà di seminare OGM a dispetto delle leggi nazionali è un’altra opportunità bellissima. La BCE che manipola l’Euro è una consorteria losca, ma è sempre meglio delle banche nazionali che stampavano denaro per finanziare il debito pubblico, deprezzare la moneta, aprire la strada a svalutazioni competitive per favorire le esportazioni. Una Corte di Giustizia  soprannazionale che riforma le sentenze dei tribunali di grado inferiore secondo il principio garantista del favor rei è molto meglio di un sistema giudiziario in mano a personaggi da Santa Inquisizione come Di Pietro (mi dicono che sia tornato a fare il contadino, il mestiere – rispettabile, rispettabilissimo – cui è sempre stato vocato). Dicevo prima, ripetendo Galli della Loggia, che le Polizie Locali sono incapaci e corrotte. Avete presente certi filmetti americani (ma anche grandi film, come Changeling di Clint  Eastwood), in cui le polizie dei singoli States fanno una figura barbina, ed è la Polizia Federale a ristabilire la giustizia? Nel Paradiso Elvetico che piace a tanti libertari alcuni agenti della polizia cantonale ticinese si divertono a spaventare le fanciulle alla guida di un autoveicoli, facendo i bulli. “Sono già stati richiamati e diffidati” è la risposta delle autorità competenti a chi segnala lo sconcio. Richiamati e diffidati? Andrebbero mandati fuori “a pesciad in del cuu”, comè al temp da prima ca ga fuss al re.
Amici cari, la democrazia è una schifezza fin dalle origini. Va distinta dal principio di maggioranza, che è un semplice criterio empirico per arrivare a decisioni collettive evitando di prendersi a pugni. Se proprio qualcuno deve prevalere, valga la legge del numero, piuttosto che quella dei calci, degli schiaffi o delle pallottole. E’ come quando si gioca: se tutti accettiamo le regole, si può giocare pacificamente. Se invece pretendiamo che la democrazia esprima una “volontà popolare”, allora finiamo nei guai. Luciano Canfora, insigne grecista che non nasconde la sua predilezione per Marx, ha spiegato egregiamente che nello stesso termine “democrazia” è insita un’idea di violenza. KRATOS in Grecia era il potere nelle sue forme più dure. KRATOS e BIA, potere e violenza, campeggiano nella prima scena del Prometeo incatenato attribuito a Eschilo, proprio ai piedi dell’eroe che Zeus ha legato a una rupe perché ha osato sfidarlo. Ecco: la democrazia rientra in quest’ ordine di idee. E non è affatto corrispondente al principio della maggioranza numerica. E’ Aristotele -non certo fautore, ma finissimo indagatore  della democrazia radicale, – a spiegarci, in un passo della Politica che di solito il demos, costituito dai nullatenenti, ha la maggioranza, ma anche se fosse minoranza e prendesse il potere, il sistema così costituito sarebbe genuinamente democratico. La democrazia è il potere dispotico dei poveri sui ricchi**.
Bella schifezza davvero (il che non significa, vorrei fosse ben chiaro, che sia una bella cosa l’opposto, ovverossia l’oppressione esercitata dai ricchi in capo ai poveri). Può piacere a chi esalta l’aggressione della minoranza bolscevica a un potere “borghese” in nome del proletariato (spiazzando quell chei, come Gramsci, sulle orme di Marx non riescono a capire come possa avvenire una rivoluzione del proletariato guidata da una minoranza), appellandosi alla Necessità della Storia.
Non certo a me, e a chi come me aborre la violenza, fottendosene della Necessità della Storia, in base alla quale un privato che uccide un suo simile è un assassino, mentre, chi dà mandato di uccidere il duca di Enghien, chi ordina lo sterminio dei kulaki, chi fa bombardare Dresda quando ormai il nemico è in ginocchio, senza aver mai sganciato un petardo sulle ben note linee ferroviarie che portavano gli ebrei al gas, o decide di eseguire cinicamente il primo esperimento nucleare in corpore vili colpendo  con ordigni spaventosi Hiroshima e Nagasaki, tutti questi, nessuno escluso, sono statisti. Io passo per un immoralista, questo sito è per definizione di dubbia moralità. Sì, perché mi piace fottere le donne, se sono consenzienti. Ma non aggredire e stuprare, approfittando del mio prestigio di cavaliere (l’ho detto e lo ripete: Donn’Anna, Zerlina, e tutte le altre, ci stavano, e come! Prima o poi me l’avrebbero offerta loro, senza che io  gliela chiedessi. E se ho ucciso il Commendatore, è stata legittima difesa: mi avrebbe sbudellato lui).
Per tornare all’articolo (peraltro bello, l’ho detto e lo ripeto) di Galli della Loggia, io non sono del tutto sicuro che attribuendo al potere centrale certi compiti ora assegnati alle autorità locali si risolverebbe il problema lamentato. Credo che in una società anarchica, dove si possono far valere senza limiti i diritti di proprietà, tutto andrebbe meglio. Se un certo numero di di condòmìni sono proprietari di una strada su cui si affacciano i loro immobili, possono vietare che ci si aprano puzzolenti rosticcerie , che ci stazionino accattoni, che ci vendano le loro mercanzie persone poco gradite; possono regolare come meglio credono l’afflusso di eventuali visitatori. Ai monumenti storico-artistici e alla loro cura potrebbero attendere fondazioni private. Lo stesso si dica per il paesaggio e gli ambienti naturali. Non mancherebbero gli spazi pubblici: ma non sarebbero spazi “demaniali”, cioè di proprietà statale o comunale. Leggete questi articolo per credere: Roderick T. Long, In defense of public space; Idem, A plea for public property.***
Un tempo non esistevano piani regolatori e le norme di edilizia urbana erano ridotte al minimo. Però se entrate in un centro storico, magari risalente al Medio Evo, vedete che l’architettura spontanea ha dato vita a un complesso armonico. I secoli sono passati, il nuovo s’è di volta in volta aggiunto al vecchio, ma l’organismo è cresciuto senza scompensi. Poi è arrivato il maledetto Ottocento, con i suoi sventramenti e i suoi diabolici palazzacci. Il Novecento ha portato a termine il misfatto. Per risanare Matera antica la popolazione viene trasferita in anonime periferie. Progetti di menti malate, come ha detto giustamente Vittorio Sgarbi. Visitate paesi e paesini della terra dei Trulli: Martina Franca, Locorotondo, Alberobello, Cisternino, in Valle d’Itria. I centri storici, nati e cresciuti senza piani regolatori, sono un incanto. Uscitene, e fate qualche passo nelle immediate vicinanze. Vi troverete magari ,accanto a case brutte, un orrido monumento ai caduti , di quelli che offendono le piazze di tutte le città, grandi e piccole. Io li farei saltare in aria con la dinamite, a cominciare dal Vittoriano di Roma. Sarebbe il modo più autentico di render giustizia a quei poveri cristi che sono stati strappati dalle loro case, sottratti ai loro affetti, per essere mandati a uccidere gente sconosciuta, da cui non avevano mai ricevuto offesa alcuna. Prima li mandano a morire, poi gli costruiscono i monumenti funebri. Sepolcri imbiancati, diceva il figlio d’un falegname che si credeva – e chissà, forse era davvero – figlio di Dio.
  *GIOVANNI SARTORI, Democrazia. Che cosa è, Milano, Rizzoli, 19933, pag. 51
** E’ tutto da leggere il saggio di LUCIANO CANFORA, La democrazia. Storia di un’ideologia, Bari, Laterza, 2004. A suo tempo aspramente criticato da chi si riconosce in una cultura politica genericamente “liberaldemocratica”, anche per alcune sue presunte dimenticanze e distorsioni a proposito del sistema sovietico, offre invece molti spunti di riflessione a chi – libertario senza pregiudizi – sa riconoscere anche ai pensatori marxisti  indubbi meriti nello smascheramento dei più vieti luoghi comuni. Ancora una volta, amicus Plato sed magis amica veritas. L’opinione di Aristotele sulla maggioranza come puro e irrilevante corrispettivo della democrazia intesa quale “dominio dei nullatenenti”, cui Canfora fa riferimento, si trova in ARISTOTELE, PolitIca, 1279b35.
***Si possono leggere, anche in traduzione italiana, sul sito PANARCHIA di Gian Piero de Bellis ( http://www.panarchy.org/ )
Giovanni Tenorio

Giovanni Tenorio

Libertino

Un pensiero riguardo “Democrazia

  • 14 ottobre 2016 in 7:29 am
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    Offendermi per essere considerato amico di Don Giovanni? Per me è un onore oltre che un motivo di vanto. Ringrazio per il “colto e intelligente” ma più che altro ho delle curiosità e socraticamente so di non sapere. Molte cose le ho imparate proprio su questo sito che forse andrebbe pubblicizzato di più. Efficace l’elenco dei liberali, con Giannino c’ero cascato anch’io. Novant’anni or sono, un noto economista sostenne che a parole tutti si dichiarano liberali senza esserlo nella sostanza. Si trattava di Vilfredo Pareto ma non rammento più in quale sua opera ho letto la frase. Comunque la pronunciò quando a Palazzo Venezia c’era già Benimatteo Mussorenzi, noto liberale anglosassone anche lui. La tirannia dei poveri sui ricchi, secondo me ha solo due strade. La prima porta al trasferimento di beni dai ricchi ai poveri; in questo caso i ricchi diventano poveri e i poveri diventano ricchi attraverso un furto. La seconda porta all’annullamento della ricchezza con la conseguenza che poveri saranno tutti con un lieve vantaggio per l’oligarchia dominante; che non è detto sia composta tutta dai poveri della prima ora e anche in questo caso saranno una sparuta percentuale. Mi permetto anche qui un lieve dissenso sull’illustre docente della prestigiosa università di Castellanza con succursale a Montenero di Bisaccia: non credo alla sua vocatio rurem (spero di aver scritto bene perché l’ultima volta che ho tradotto è stata agli esami di licenza liceale; non ricordo se ci fosse ancora Cavour o se si era già insediato Rattazzi). Credo tratti le talee come gli imputati. Lui taglia e basta, non sta a guardare se il tralcio è ancora buono.

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