Che sfigato quel Leopardi

Se non fosse quella testa vuota che è, si direbbe che il recente terremoto nell’Italia centrale – grazie a cui gli è stato consentito, con qualche riluttanza, di allargare i cordoni della spesa pubblica – abbia risvegliato nella mente del Renzino nazionale qualche vago ricordo letterario: in particolare, quel luogo del dramma di Koestler, Bar del crepuscolo, in cui, in un Paese immaginario di un immaginario futuro, un Ministero del Sudore e del Travaglio provvede al Bene Comune sostenendo l’economia con interventi dirigistici capaci di garantire la piena occupazione e l’equilibrio fra produzione e consumi. Un keynesismo portato alle estreme conseguenze, dove, accanto a forni crematori per sgozzare, salare e cremare i maiali, sono in azione dispositivi per la distruzione automatica dei raccolti agricoli in eccedenza (qualcosa di simile alla politica agricola dell’Unione Europea fino a qualche tempo fa), per infrangere vetri, per provocare terremoti.

Già, che bella cosa i terremoti. Felici i Paesi che godono di una tale benedizione. L’edilizia non entrerebbe mai in crisi, se i terremoti arrivassero con una certa regolarità. Peccato non siano prevedibili. Si potessero prevedere, se ne terrebbe conto nel DEF, calcolando i benefici economici che la ricostruzione causerebbe, col mettere  in moto dinamiche produttive virtuose. Su un duplice binario: uno legale, costituito dagli incrementi di ricchezza ottenuti dai soggetti che agiscono nel rispetto della legge; uno illegale, costituito dai guadagni di Mafia, Camorra, ‘Ndrangheta e Sacra Corona Unita. Che poi legalità e illegalità siano spesso intrecciate tra loro in modo inestricabile, nessuno lo nega, ma che importa? Tutto denaro che entra nel circuito dell’economia, non olet. Che diamine! Se un Nobel come Milton Friedman arriva a tessere le lodi del lavoro nero, e gli fa eco un sociologo liberal caro alle sinistre post-comuniste come Ralf Dahrendorf, perché far tanto gli schizzinosi? A Vespasiano non importava nulla se il denaro arrivava dalla piscia che i fullones ricavavano dagli orinatoi pubblici per trarne ammoniaca con cui lavare i panni. Ben vengano, allora, anche le tangenti mafiose. E’ tutta ciccia. L’economia non ha nulla che fare con la morale. Leggetevi Croce (temo che Renzi non l’abbia letto neppure su un bigino).
Ma il Renzino non ha bisogno di Koestler per arrivare alle sue belle pensate. E’ vero, la sua “buona scuola” – ha proclamato lui – tiene in gran conto anche la “cultura umanista” (sic, voleva dire umanistica); ma può ringraziare il cielo di essere nato in Toscana, dove il buon italiano si sugge con il latte materno, non c’è bisogno di impararlo sui banchi. Per il resto, nella sua zucca la scuola “cattiva” di ieri ( che, sia detto onestamente, era molto meglio di quella “buona”  di oggi) ha lasciato solo macerie, fra cui spicca l’inglese maccheronico che sfrontatamente esibisce nei consessi internazionali. Lui è tutto istinto, tutta intuizione. Ed ecco, allora, l’ultima sua trovata, per raccogliere voti favorevoli alle sue riforme costituzionali nell’imminente referendum. Facciamo un bel regalino ai colossi delle infrastrutture, all’arcipelago delle imprese edili tra loro abbarbicate in un groviglio di appalti e sub appalti, con tutto l’indotto che si trascinano dietro. Facciamo anche un bel favore alle mafie, che sono grandi collettori di voti. Rilanciamo il Ponte sullo Stretto! Poco male se fino all’altro ieri ne abbiamo detto peste e corna, perché era stato Berlusconi a riproporlo. I sudditi hanno memoria corta. Le buone ragioni d’oggi cancelleranno le buone ragioni di ieri l’altro. Si è sempre fatto così in politica. La politica non ha nulla che fare con la morale. Torniamo a Machiavelli (letto sempre – forse – in un bigino).
Si dà il caso – avverte qualcuno* – che il Ponte sullo stretto, se si costruisse, avrebbe una campata di gran lunga più ampia di quella del ponte di Kobe sull’isola giapponese di Awaji, 3300 metri contro 1991; e sono molti i dubbi riguardanti sia la possibilità di allestirlo con le tecnologie e i materiali attualmente disponibili. sia la sua futura sicurezza statica (per non parlare di quella dinamica, decisamente meno prevedibile). Tra l’altro, sarebbe collocato in una delle aree sismiche più pericolose del mondo. Il ricordo del terremoto  del 1908 che coinvolse Messina e Reggio, distruggendo metà della popolazione cittadina di là dallo stretto e un terzo di qua, dovrebbe ballare davanti agli occhi di chi sollecita improvvidamente l’opera faraonica come l’ombra di Banco a Macbeth. Ma dev’essere proprio l’eventualità sismica a stimolare l’immaginazione keynesiana del Nostro (un Keynes ancora una volta letto – forse – su un bigino). Pensate un po’: pare che la costruzione del ponte farebbe crescere i posti di lavoro di 100.000 unità. Se il ponte crolla, va ricostruito: altre 100.000 unità. Se poi arriva un altro terremoto, altre 100.000 unità, e così via all’infinito. Peccato non poterli prevedere, i terremoti! ma si può sempre ovviare all’inconveniente. Una bella macchina per sismi artificiali, come quella del Ministero del Sudore e del Travaglio, potrebbe surrogare la pigrizia di Madre Natura. Forse basterebbe poco: una scossetta artificiale, che innescherebbe un disastro naturale di ampie proporzioni.
Amici miei, è l’Eldorado. Si dice che il Sud è un giacimento di ricchezze storico-artistiche ineguagliabile, da cui si possono trarre risorse economiche da nababbi. Aggiungete il sole, il mare, le bellezze naturali. Metteteci le pale eoliche che ingentiliscono, con una nota esotica olandese e spagnoleggiante, alla Don Chisciotte della Mancia, le lande pugliesi e le valli lucane: una goduria. Per finire, aggiungete quei gioielli della modernità industriale che sono le trivelle per il petrolio in mare, il porto di Gioia Tauro e l’Ilva di Taranto, splendida rappresentazione dal vivo dell’Inferno di Dante. Se arriva il Ponte, avremo il vanto della campata più lunga del mondo. Gli stranieri verranno a vederla e alzeranno al cielo tanti ooooh di meraviglia. Altro che i Bronzi di Riace, di cui non fotte niente a nessuno, a dispetto della cultura umanista.
E poi i terremoti, vera forza propulsiva dell ‘economia. Era proprio uno sfigato Leopardi a parlare di Natura matrigna e a recriminare contro lo Sterminator Vesevo! Ben venga lo Sterminator Vesevo. Se non avesse sterminato Ercolano e Pompei non avremmo il parco archeologico, e saremmo molto più poveri. Per fortuna la Provvidenza di Dio arriva in tutto. Da buon cattolico formatosi nelle sacrestie e tra le file dei boy scout, il Renzino ne è ben cosciente.

 * Fulco Pratesi, in una lettera al Corriere della sera, 30 settembre 2016: “Ho seguito i dibattiti dei maggiori ingegneri e architetti strutturalisti italiani che hanno spiegato come con le tecnologie e i materiali attuali il ponte non sarebbe stato possibile”. Si noti che Pratesi non è uno sprovveduto, avendo lavorato, prima di votarsi alle battaglie in difesa dell’ambiente nelle file del WWF, come architetto urbanista.

Giovanni Tenorio

Giovanni Tenorio

Libertino

Un pensiero riguardo “Che sfigato quel Leopardi

  • 4 ottobre 2016 in 5:55 am
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    Per unire Francia e Inghilterra, pur avendo minori problemi sismici, hanno preferito la galleria. Oltre ai vantaggi geologici è anche meno impattante sul profilo ambientale. Costa di più è vero, ma anche comprarmi le scarpe costa di più che andare in giro scalzo. Le opere pubbliche non vengono concepite per fornire servizi ai cittadini ma per agevolare le imprese amiche che poi ripagano finanziando campagne elettorali. Forse è un abitudine che risale agli edili etruschi, non so. Ma il mattone, più che un’attività, per qualcuno è una mania.

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