Don Giovanni

In lode delle donne vere

Mi è capitato una volta, di sfuggita, e quasi senza accorgermi, di dichiarare la mia simpatia per Virginia Raggi. Intendiamoci bene: nulla di politico, nulla di ideologico. Un trasporto tutto istintivo, assolutamente privo di ogni apparente razionalità. Una sciocchezza, quindi? Si direbbe di sì, tanto più che la Raggi appartiene a un movimento del quale aborro tutto o quasi tutto, a cominciare da quel suo richiamo a Rousseau e alla democrazia diretta che, se fa rizzare i capelli a ogni liberale classico, è addirittura repellente per un libertino come me. La libertà individuale risolta nella libertà collettiva del popolo e dello Stato che ne è espressione? Mi vengono i brividi solo a pensarci: mi si profilano nella mente il Terrore giacobino, la Dittatura del Proletariato, lo Stato Etico di Giovanni Gentile, il Nazismo giunto al potere grazie a elezioni e referendum, la Democrazia svizzera che chiama la massa a decidere non solo sull’ubicazione dei cessi pubblici ma anche su diritti inviolabili. Alla larga! Eppure io dico di no. Forse, se avessimo il coraggio di seguire di più i nostri impulsi, mettendo talora a tacere le remore  della pura razionalità, centreremmo meglio i nostri obiettivi. Il nostro inconscio ne sa più di noi. La Boschi, che pur è (o appare) molto più hot della Raggi, da subito non mi è piaciuta per niente. Ci ho azzeccato. Quando disse, credendo di far la spiritosa, di essere bionda ma non scema, mi parve dimostrare – e lo scrissi – che era bionda e anche scema, benché il secondo attributo non avesse alcuna attinenza genetica col primo: si può essere bionde e sceme, nere e sceme, castane e sceme, così come rosse e intelligenti, castane e lesbiche, bionde e puttane; ma in ogni accoppiamento i due attributi si accompagnano in modo del tutto casuale, senza reciproche implicazioni. Per i maschietti vale la stessa regola. Tanto femminismo proclamato, ma poi si ricade in stereotipi maschilisti, nel momento stesso in cui si pretende di ribaltarli. Quale maschietto direbbe: “Sono biondo, ma non pirla?”

La Raggi, dunque. Che subito dopo la sua elezione a sindaca di Roma è finita nella tempesta, dimostrando tutta  sua incompetenza  della giungla amministrativa, nonché tutta la nullità del movimento politico cui appartiene. Ma che ha anche il coraggio di fare certe affermazioni controcorrente, di cui sottoscriverei non solo ogni parola, ma anche ogni virgola. Mi avessero chiesto qualche settimana fa, a bruciapelo: “Credi che la Raggi sia favorevole alle quote rosa? avrei risposto d’istinto: “No. Dietro la sua affascinante femminilità nasconde una forza di volontà ferrea. Sentirebbe le quote rosa come una menomazione”. Avrei visto giusto. Ecco che cosa ha dichiarato in questi giorni alla “Global Win Conference”: “Le quote rosa sono un recinto per le donne, una riserva per panda. Nascono per contrastare la discriminazione, ma discriminano ancora di più. Questa legge discrimina le donne, le confina in una visione anacronistica, non garantisce né democrazia né meritocrazia. La quota fissa è un modo superficiale per raggiungere la parità di genere”. Bastano parole come queste per portare la Raggi – su un piano intellettuale prescindendo dalle effettive capacità politiche e amministrative – al livello di donne come Golda Meir, Margareth Thatchrer, Theresa May, e mettiamoci pure quell’antipatica (a tutti, non a me in
particolare, anzi…) Angela Merkel. Tutte donne arrivate senza quote rosa. La Raggi nel suo discorso fa un’altra osservazione intelligente: la possibilità di lavorare on line, conciliando professione e cura della casa, è un’occasione preziosa per il raggiungimento di una sempre più concreta parità. Non dice nulla di nuovo, ma lo declina in relazione ai tempi nostri e ai problemi d’oggi. Non so più chi fu a dire che un elettrodomestico come la lavatrice, invenzione del bieco capitalismo, ha fatto di più per l’emancipazione femminile di tanti bei discorsi e tante belle battaglie ideali. Chi potrebbe negarlo? Le  bisnonne si spaccavano la schiena a lavare i panni nell’acqua gelida del torrente, mentre i loro cari maritini se ne stavano all’osteria a sbronzarsi. Poi di notte capitava quel che capitava. E così nasceva una numerosa figliolanza, perché a quei tempi, dicono i preti, certi sani valori non erano ancora tramontati e si era più generosi. Avessero fatto come Lisistrata, le bisnonne, astenendosi dall’uccello! Altro che quote rosa! Lo Stato che garantisce i diritti delle donne. Puah!
Sì, le donne per battere gli uomini hanno un’arma potentissima, peccato che non la usino, o non la usino più. Anche la prostituzione fu una loro bella invenzione. In un sistema che le obbligava ad andar spose di chi non amavano, per obbedire alla volontà del padre, servì a svincolare il sesso dall’amore. Fu come dire: “Il corpo è mio e me lo gestisco io. Il sesso lo vendo a chi voglio”. Un bello sberleffo alla legge dei padri (e dello Stato) e alla protervia dei mariti. Ci sarà pure un motivo per cui nella grande letteratura, e nella grande musica, le puttane sono così magnanime: Bacchide, nella Suocera di Terenzio, Margherita Gautier nella Dame aux camelias di Dumas, che ribattezzata Violetta Valery nella Traviata di Verdi diventa la Puttana più nobile di tutti i tempi. Al di sopra di tutte le donne rimane però la Lisistrata di Aristofane, che attraverso l’astinenza dal sesso riconquista l’amore degli uomini per le loro compagne in un mondo pacificato. Utopia? Senz’altro. ma sono quelle utopie che ci aiutano a vivere.
Quanto assomigliano invece alle femminucce che invocano le quote rosa le signore che nelle Donne a parlamento di Aristofane chiedono una norma per obbligare il maschietto, prima di inforcarne una bella, di inforcarne una brutta! lo Stato che deve ovviare anche ai dispetti della Natura  E poi dicono che la cultura classica non serve a niente. Avesse letto Aristofane, forse la professoressa Paola Profeta della Bocconi si risparmierebbe tanti elogi alle leggi sulle quote. Sarebbero soltanto – dice –  una misura indispensabile ma temporanea, per portare le donne a un’autentica parità; poi se ne dovrebbe fare a meno. Questo ragionamento – credo di di averlo già detto – assomiglia troppo a quello di certi protezionisti che difendono i dazi doganali come misura temporanea per consentire a imprese ancora fragili di rafforzarsi, e diventare finalmente competitive in un mercato aperto non più protetto. Si sa come vanno le cose: protette dai dazi, le imprese dormono sugli allori, non si rafforzano e pretendono di mantenere all’infinito i loro privilegi. Ha ragione la Raggi: le quote non solo sono inutili, sono dannose.
Fa piacere che il discorso della Raggi sia stato applaudito da una platea tutta femminile, con sparuti dissensi. Dissensi di donne più simili alla Prassagora delle Donne a parlamento che alla Lisistrata dell’omonima commedia. Con buona pace delle chiarissime prof. dell’Università Bocconi.

Giovanni Tenorio

Libertino

Un pensiero su “In lode delle donne vere

  • Anche opporsi all’ennesimo carrozzone keynesiano, le Olimpiadi di Roma, è un merito che le si deve attribuire.

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