La territorialità e altri miti

L’aneddoto che sto per raccontarvi non è una parabola di mia invenzione. E’ un fatto capitato davvero, nel secondo decennio del secolo scorso, forse addirittura prima della guerra del 15 -18. Un modestissimo artigiano, un sarto che lavorava in casa, aveva raggranellato un bel gruzzoletto in anni e anni  di duro lavoro, accantonando mensilmente i suoi risparmi in una scatola di latta. Quando fu piena di banconote di piccolo taglio e monete d’ogni tipo, se le fece cambiare da una persona di fiducia in un bel bigliettone dal valore corrispondente. Qualche giorno dopo lo portò in banca, con tutta probabilità per aprire un conto corrente: si può esser certi che non ne aveva mai avuto uno. Allo sportello capirono subito che era una banconota falsa. Gli fu requisita e tagliata in due. I risparmi di un’intera vita finiti in fumo.

L’impiegato di banca in quell’occasione fece il suo dovere. Che giudizio potremmo dare di lui se avesse detto al malcapitato sarto: “Questa moneta è fasulla, ma visto che tutto il sistema monetario è fasullo, vale né più né meno di quelle legalmente in corso. Vista la tua buona fede, io la accetto e la accredito sul conto corrente che vuoi aprire”. Un cattivo giudizio: vero che il sistema monetario dominante è fasullo, vero che i primi falsari sono i banchieri centrali (anche allora, vigente il gold standard), ma se uno la pensa così non deve fare né il banchiere né l’impiegato di banca. Allo stesso modo, chi crede che le imposte siano un furto non deve fare il funzionario dell’Agenzia delle Entrate, e chi considera , come Adam Smith, i contrabbandieri benefattori dell’umanità non può vestire la divisa della Guardia di Finanza per esser mandato sui patri confini a sparare contro chi trasporta le bricolle piene di merce di contrabbando. E’ una questione di coerenza e di onestà verso se stessi.
Uno a questo punto potrebbe dire: allora, se se si considera lo Stato illegittimo, per coerenza si dovrebbe vivere fuori dello Stato. Sicuramente, se fosse possibile. Purtroppo finora non è così. Lo Stato è l’unica aggregazione sociale di cui si deve far parte per forza. Non si può cancellare l’iscrizione, non si può restituire la tessera. L’abbonamento è coercitivo e perpetuo: dura anche dopo la tua morte, visto che qualcheduno deve pur pagare le tasse anche sulle spese del tuo funerale. Appena nasci ti appioppano un bel codice fiscale e te lo tieni fin che campi. Poi ti impongono anche carta d’identità e, se vuoi viaggiare all’estero, il passaporto. Per ora non è possibile sottrarsi a questi vincoli. In futuro, chissà, può anche darsi che diventi possibile. A patto che i libertari  rinuncino al mito del territorialismo, dopo aver buttato a mare quello del governo e del popolo, e la smettano di guardare alla Svizzera come Paradiso Terrestre. Abbiano il coraggio di diventare atei: la trinità va negata intera, altrimenti si rimane teisti. E la Svizzera, pur con tutte le sue virtù, o presunte tali, Stato era al tempo di Guglielmo Tell  e Stato rimane oggi (in forma peggiorativa).
Veniamo alla cronaca d’oggi. Uno studente iscritto all’Università Statale di Milano si laurea in Giurisprudenza. Una volta per iscriversi a una Facoltà era obbligatorio presentare, insieme agli altri documenti e a tutta la modulistica debitamente compilata, anche il diploma conseguito presso un istituto scolastico superiore. Provvisoriamente poteva bastare una certificazione rilasciata dall’istituto stesso, che però al più presto doveva essere sostituita dal diploma vero e proprio o da una sua copia autenticata, altrimenti l’iscrizione veniva annullata. Oggi pare che basti un’autocertificazione, presentata addirittura alla fine del corso di laurea. Semplificazione burocratica? No, sciatteria da repubblica bananiera. Così può capitare, ed è capitato in questi giorni, che il suddetto studente di Giurisprudenza, poco prima dell’esame di laurea presenti l’autocertificazione di un diploma da lui conseguito presso un istituto superiore privato . Poco dopo che s’è laureato, però, si scopre che quell’istituto vendeva diplomi fasulli, millantando di essere una scuola parificata a quelle statali, mentre tale non era. Risultato: se il diploma è fasullo, benché il povero studente non lo sapesse (come quel povero sarto non sapeva che la banconota era falsa), non ha valore alcuno; quindi anche l’iscrizione alla Facoltà universitaria non ha valore, perché fondata su un documento falso (un vizio di forma non sanabile), quindi tutto il corso di studio è come se non fosse mai stato frequentato, i risultati degli esami non contano nulla e il diploma di laurea va revocato. Il ragionamento non fa una grinza.
Invece il Consiglio di Stato la pensa diversamente. Anche se il diploma dell’istituto superiore è legalmente inesistente, l’iscrizione alla Facoltà universitaria rimane valida e così pure tutti gli esami e il diploma di laurea, perché lo studente era in buona fede. Uno potrebbe pensare: bravi, i Signori Giudici! Hanno fatto quello che la buona politica (ammesso e non concesso che esista una buona politica) avrebbe dovuto fare da tempo. Hanno abolito in concreto il valore legale dei titoli di studio, secondo il pensiero di Luigi Einaudi e Adriano Buzzati Traverso. Dieci e lode! Eh, no, proprio no. Se i signori giudici ritengono sbagliato il valore legale dei titoli di studio, come giudici devono fare il piacere di applicare la legge vigente, altrimenti la certezza del diritto va a farsi friggere. Se poi ritengono che sia addirittura immorale, semplicemente non devono fare i giudici, cambino mestiere. Altrimenti fanno come l’impiegato di banca che, invece di sequestrare la banconota falsa e tagliarla in due, la rimette in circolazione.
Detto questo, mi si consenta un’ultima considerazione. Tutta la mia solidarietà al povero studente. Sono contento che gli sia andata bene; se lo Stato si contraddice, peggio per lo Stato. Gli auguro di diventare un avvocato di grido, anche se di avvocati ce ne sono fin troppi. Si dimostrerebbe che i pezzi di carta non valgono nulla; che uno può frequentare con profitto una buona università anche se ha per le mani un diploma che non certifica nulla. Purtroppo i paladini della “buona scuola” non ne trarranno nessun insegnamento. Continueranno a pensare che lo Stato deve garantire, deve certificare, altrimenti avremo medici che ammazzano ammalati, architetti che fanno crollare le case, giornalisti sgrammaticati, professori ignoranti, sostituti procuratori analfabeti, primi ministri che parlano un inglese improbabile, papi che non sanno il latino.
Come se non li avessimo già, a dispetto delle certificazioni di Stato…
Giovanni Tenorio

Giovanni Tenorio

Libertino